→ Iscriviti
→  luglio 22, 2016


articolo collegato del Direttore del Foglio

Il piano ormai è chiaro e Urbano Cairo, fresco azionista di maggioranza di Rcs, editore de La7, proprietario del Torino e della Cairo Communication, lo ripete a memoria come se fosse la sua poesia. Un robusto taglio di costi da realizzare entro il 2018. Un margine operativo lordo, tra Rcs e Cairo Communication, da 172 milioni nel 2017 e 215 nel 2018. Un’integrazione tra Rcs e Cairo Communication da realizzare non oltre i prossimi 24 mesi. Lo studio di nuove iniziative editoriali sia in Italia sia in Spagna. E un tentativo di mettere un piede nel cda di Rcs entro la fine di luglio con un percorso preciso: agevolando l’uscita di almeno quattro consiglieri sui nove totali dal consiglio d’amministrazione di Rcs, sostituendo i quattro consiglieri con persone scelte da Cairo (uno dei consiglieri sarà lo stesso editore), iniziando a operare subito sul paziente Rcs (1,3 miliardi di perdite accumulate negli ultimi cinque anni) evitando il decadimento del cda e convocando al più presto un’assemblea che nomini il nuovo consiglio. Il piano industriale è chiaro ed è quello che ha permesso a Cairo (in coppia con Intesa Sanpaolo) di sconfiggere la cordata guidata da Andrea Bonomi (in coppia con Mediobanca). Ma sul resto, sugli altri temi, su tutte le questioni che vengono illuminate quando si schiaccia l’interruttore del Corriere, l’establishment, la borghesia, il terzismo, il governo, le opposizioni, Grillo, il pensiero del nuovo azionista di maggioranza di Rcs è meno chiaro e meno noto e il Foglio ha chiesto a Cairo di rispondere a qualche domanda. Sul Corriere, su Rcs, ma non solo. Domanda numero uno: politicamente, che giornale diventerà il Corriere guidato da Urbano Cairo? “Dal punto di vista politico non cambierà niente. Per quanto riguarda la linea meno ci si accorge che io sia arrivato e meglio è! Il Corriere deve continuare a muoversi secondo un suo registro. La linea deve essere quella decisa dal direttore, non quella imposta dall’editore. Altra cosa è se mi si chiede come immagino lo sviluppo della casa editrice. Lì bisogna intervenire. Con più ricchezza editoriale. Con più contenuti. Con nuovi prodotti. E non escluderei anche con nuovi giornali. Settimanali o quotidiani è da vedere, ma lo spazio c’è. Bisogna essere aggressivi. Pensare a grandi campagne di comunicazione. Ne dico una: perché per esempio non abbassare per un mese il prezzo del giornale per rendere per un determinato periodo il Corriere accessibile a un numero maggiore di persone? Per quanto riguarda la Spagna invece bisognerà intervenire in modo ancora più urgente. Ci sono giornali importanti come el Mundo che hanno perso più copie della media dei giornali spagnoli. E quando hai un giornale che due anni fa vendeva poco meno di 200 mila copie e ora ne vende circa la metà devi interrogarti non solo sui costi ma anche sul percorso editoriale”. Il piano è chiaro, d’accordo, ma sulla politica Cairo, con molti sorrisi, cerca di svicolare e dunque insistiamo. Come se lo immagina, Cairo, il lettore del Corriere? “La verità? Io vedo una grande coincidenza e una massima sintonia tra chi vede La7 e chi legge il Corriere. Parliamo allo stesso pubblico, con un registro a volte diverso, ma con una profondità di analisi non così differente. Immagino persone che come me hanno a cuore un’informazione non urlata, approfondita”.
Quando si allude al terzismo, facciamo notare a Cairo, c’è però un problema. Un tempo essere terzisti significava allontanarsi dai due grandi poli (centrodestra e centrosinistra) per rifugiarsi al centro trovando dei punti di mediazione tra le due grandi scuole politiche e culturali. Oggi il centro politico non esiste più e se si vuole essere terzisti si corre il rischio di diventare grillini. Provochiamo: il Corriere è destinato a diventare un giornale grillino? “Lei ha ragione quando dice che il terzismo non esiste più. Ma non esiste più semplicemente perché oggi i poli sono diventati tre, e non più due, e dunque chi vuole pensare in modo libero deve fare un passo in avanti e diventare non più terzista ma… quartista!”. Che significa essere quartisti? “Non significa, come si potrebbe credere, non prendere posizione, perché solo Ponzio Pilato non prende mai posizione. Significa ragionare senza avere pregiudizi, sapendo che le idee del Corriere possono coincidere a volte con le idee di qualche partito o di qualche politico ma restano idee del Corriere che vanno al di là di tutti gli schieramenti possibili”. Il Corriere deve restare un giornale apartitico, d’accordo, ma cosa pensa Cairo dei capi dei partiti italiani? Berlusconi, Renzi, Grillo. Pronti, via. “Chi è per me Berlusconi? E’ un imprenditore diventato politico che aveva un piano che voleva realizzare – ma che purtroppo per lui e per l’Italia non è riuscito a mettere in campo – e che non ha raggiunto i risultati che avrebbe voluto”. Grillo? “E’ ancora presto per dire cosa è Grillo. E’ una novità tutto sommato recente del nostro paese che cresce laddove si manifestano situazioni economiche di generale difficoltà che portano le persone a rifugiarsi nel voto a cinque stelle per esprimere una forma generica di protesta. Per me Grillo è questo”. E Renzi? “Penso sia, a differenza di Berlusconi e Grillo, prima di tutto un politico. Con idee innovative, che cerca di cambiare il paese, a partire dalla sua architettura istituzionale e che certamente ci sta provando. La sua riuscita però dipende dal fatto che le ricette politico-economiche possano avere successo. Impegno e passione sono importanti ma diventano una miscela che funziona solo a condizione che producano miglioramento del benessere collettivo, a partire dall’occupazione. Capisco perfettamente la sua strategia di voler cambiare la Costituzione per costruire un paese all’interno del quale sia più semplice, secondo la sua versione, fare leggi. Ma il premier deve ottenere anche buoni risultati economici, l’organizzazione della struttura conta fino a un certo punto. Lo chiede chi non ha un lavoro ma lo chiede anche chi il lavoro lo crea come la classe dirigente”. La borghesia? “Anche la borghesia”. Cosa chiede la borghesia a chi governa? “La borghesia non chiede regali. Chiede di rendere più semplice la vita per chi fa impresa. Chiede che la spending review non venga fatta solo nelle aziende. Chiede che la politica capisca che ridurre i costi è il primo modo per trovare risorse per creare nuova occupazione. Chiede che non ci siano sprechi. Chiede che ci sia una tassazione degna di un paese che vuole crescere”. Il Corriere rappresenta da sempre la borghesia e con la vittoria di Cairo alla borghesia è arrivato un messaggio significativo: possiamo dire che il capitalismo di relazione è stato sconfitto da un capitalismo più di ideazione? “Da un certo punto di vista si può dire. E lo si può dire perché chi si è fidato di me non sono soltanto i miei compagni di viaggio di questa avventura, in primis gli amici di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, Carlo Messina, Gaetano Miccichè, poi ovviamente l’avvocato Sergio Erede e l’advisor Equita, e non sono stati soltanto i fondi di investimento ma sono anche i piccoli risparmiatori, la gente comune, il pubblico. Hanno creduto in un progetto e hanno voluto cambiare lo status quo. Sarò all’altezza del compito”. A proposito di status quo. Ma Cairo voterà sì o no al referendum costituzionale. “Preferirei non rispondere ora, è un’idea che sto maturando”.

→  giugno 6, 2016


“Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” di Franco Debenedetti


Intervista di Flaminio de Castelmur e Riccardo Pizzorno, 18 aprile 2016

Flaminio de Castelmur e Riccardo Pizzorno presentano “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, il nuovo libro di Franco Debenedetti edito da Marsilio.

Ascolta l’intervista.




Il contagio delle idee


Intervista di Nicola Porro, 21 aprile 2016

Franco Debenedetti, ospite della puntata del 21 aprile di Virus, racconta il suo nuovo libro, “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”.

Guarda l’intervista.




Franco Debenedetti e l’insana idea della politica industriale


Intervista di Salvatore Carrubba, 8 maggio 2016

In tempi di crisi si parla spesso di tornare ad una politica di interventi pubblici che permettano all’industria e alla manifattura di ripartire. Ci sono però delle ragioni di fondo per cui la politica industriale, quella per cui lo stato scegli i vincitori (imprese, settori industriali o tecnologie) sui quali decide di investire, è sbagliata – spiega Franco Debenedetti, autore del libro “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’insana idea della politica industriale” (Marsilio, 336 p., € 18,00).
Il problema riguarda soprattutto il costo e la disponibilità delle informazioni, che il privato trova già sul mercato, ma che lo Stato non possiede a sufficienza. Finisce così per sbagliare, e anziché ammettere di avere sbagliato, continua ad investire denaro pubblico in settori e imprese che si sono rivelate fallimentari – commenta Debenedetti.

Ascolta l’intervista.




Franco Debenedetti a Fahrenheit


Fahrenheit, I Libri e Le Idee, 17 maggio 2016

Protezionismo, autarchia, keynesismo, programmazione, strategie, italianità: tutte variazioni su uno stesso tema, l’idea che lo Stato, per governare l’economia, debba intervenire e sappia farlo imboccando le strade giuste.
È la politica industriale: lo Stato si sostituisce al mercato e sceglie i vincitori della gara concorrenziale. Salvo poi, quando l’«insana idea» non ha successo, dover correre ai ripari salvando i perdenti.

Ascolta l’intervista.




Franco Debenedetti a Primaradio


Primaradio, 19 maggio 2016

In che cosa consiste l’insana idea della politica industriale? Ce lo spiega Franco Debenedetti, presentando il suo nuovo libro, “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”.

Ascolta l’intervista.




Intervista a Franco Debenedetti sul suo ultimo libro dal titolo “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”


Intervista di Massimo Bordin, 31 maggio 2016

Massimo Bordin e Franco Debenedetti parlano dell’insana idea della politica industriale. Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Banda Larga, Debito Pubblico, Economia, Finanza Pubblica, Governo, Ilva, Impresa, Industria, Libro, Monopolio, Partiti, Politica, Renzi, Stato, Storia, Sturzo, Taranto, Tecnologia, Ue.

Ascolta l’intervista.




Franco Debenedetti a Economia in Pagine


Intervista di Gianfranco Fabi, 11 giugno 2016

Gianfranco Fabi e Franco Debenedetti parlano di economia e politica industriale, ripercorrendo le pagine del libro “Scegliere i vincitori, salvare il perdenti”.

Ascolta l’intervista.




Il lavoro al tempo di Renzi


Intervista di Lilli Gruber a Franco Debenedetti, 11 giugno 2016

Renzi dice spesso che grazie al jobs act in Italia si sono creati molti nuovi posti di lavoro, ma in realtà il nostro Paese in Europa è agli ultimi posti sul fronte dell’occupazione. Ma allora lo Stato in questi casi deve intervenire di più o di meno?

Guarda l’intervista.


Industria e Stato


Intervento di Franco Debenedetti a Bianco e Nero di Giancarlo Loquenzi

Il sistema industriale italiano, da sempre, è strettamente legato allo Stato. Un binomio che, secondo alcuni, avrebbe mortificato l’iniziativa non consentendo lo sviluppo possibile. Con Franco Debenedetti (Imprenditore – scrittore) e Giulio Sapelli (Università di Milano).

Ascolta l’intervista.

→  giugno 4, 2016


Venezia, 10 maggio 2016







Milano, 12 maggio 2016

Il rebus (irrisolto) della politica industriale




Guarda il podcast della presentazione di Milano: Di Vico, Giavazzi, Prodi, Garavoglia – ma anche Romiti e Tronchetti Provera – e naturalmente l’autore col suo libro!





Torino, 16 maggio 2016







Roma, 24 maggio 2016



Guarda le foto della presentazione del libro di Franco Debenedetti a Roma, 24 maggio 2016






Vicenza, 09 giugno 2016

I Libri di Città Impresa







Torino, 13 giugno 2016







Bari, 30 giugno 2016





Rassegna Stampa


Franco Debenedetti questa sera a Bari


dalla redazione, 30 giugno 2016

Si presenta oggi a Bari, alle 19.30 al Circolo della Vela, (sede Margherita, ingresso libero), il libro «Scegliere i vincitori, salvare i perdenti» (Marsilio ed.), un saggio sullo Stato imprenditore in un’analisi critica di Franco Debenedetti.

Leggi il resto.



Politica industriale impresa a perdere


di Leonardo Petrocelli, 2 luglio 2016

«Qualcuno dovrebbe spiegarmi in virtù di cosa lo Stato potrebbe organizzare una buona politica industriale. Ditemelo, perché io non l’ho mai capito». S’inizia da qui, da un durissimo affondo che non concede spazio a deroghe e mediazioni, il ragionamento di Franco Debenedetti, già senatore in quota Pds e Ulivo, attuale presidente dell’Istituto «Bruno Leoni», nonché autore del volume Scegliere i vincitori, salvare i perdenti (Marsilio).

Leggi il resto.




Roma, 5 luglio 2016





Rassegna Stampa


Aiuto, all’Antitrust c’è Debenedetti


dalla redazione, 06 luglio 2016

Nella prestigiosa sede romana dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per tutti Antitrust, in genere si presentano pubblicazioni istituzionali. Stavolta invece l’Authority guidata da Giuseppe Pitruzzella ha deciso di ospitare la presentazione dell’ultimo volume di Franco Debenedetti, ex parlamentare e soprattutto fratello di Carlo De Benedetti (staccato, perché gli piace così), numero uno del gruppo Espresso-Repubblica: Scegliere i vincitori, salvare i perdenti è il titolo del volume edito da Marsilio.

Leggi il resto.




Napoli, 6 luglio 2016





Rassegna Stampa


Debenedetti, un liberista nella città statalista


di Marco Demarco, 06 luglio 2016

Ha scritto un libro contro l’«insana idea» della politica industriale, intesa sia come prassi sia come ideologia («Scegliere i vincitori, salvare i perdenti», Marsilio editore). E oggi Franco Debenedetti ha anche l’ardire di venire a presentarlo a Napoli. L’appuntamento è alle 18 a Palazzo Partanna con Ambrogio Prezioso, Antonio Bassolino, Paolo Cirino Pomicino e Antonio D’Amato. Perché l’ardire? Perché pure essendo Napoli la città di Croce e del pensiero liberale, qui di liberismo economico se n’è sempre masticato molto poco. E quasi mai in pubblico: sarebbe un po’ come professarsi juventini in curva B al San Paolo.

Leggi il resto.



Stato o mercato? Contano le regole


di Simona Brandolini, 07 luglio 2016

Metti un liberista dichiarato, un comunista, un democristiano e due industriali intorno allo stesso tavolo. Tre su quattro diranno, in modi diversi e punzecchiandosi, che serve alla fine “più Stato e più mercato”. E due su quattro non lesineranno critiche al Presidente del Consiglio. A Palazzo Partanna, sede dell’Unione Industriali, accolto dal Presidente Ambrogio Prezioso, Franco Debenedetti presenta il suo “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, con Antonio Bassolino, Paolo Cirino Pomicino e Antonio D’Amato, moderati da Marco Demarco.

Leggi il resto.



Debenedetti: la politica industriale non serve lo dimostrano i fallimenti dei gruppi pubblici


di Sergio Governale, 7 luglio 2016

Mps è il tipico esempio dei mali italiani, in cui il legame tra politica e imprese in questo caso una banca ha finito per produrre danni al sistema economico, come scarsa competitività e maggiori oneri a carico dei contribuenti. Così Franco Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, che ieri a Napoli ha presentato all’Unione industriali il libro «Scegliere i vincitori, salvare i perdenti».

Leggi il resto.



Il Capitalismo nella Prima Repubblica nel libro di Debenedetti


dalle redazione, 07 luglio 2016

La politica industriale? Un’idea insana”. A dirlo, e a scriverlo in un libro appena uscito intitolato “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” è Franco Debenedetti, imprenditore dall’azienda di famiglia, alla Fiat, dall’Olivetti, alla Sasib; poi senatore per il Pds e l’Ulivo dal 1994 e il 2006, autore di numerose pubblicazioni su temi economici e politici.
Nel suo libro, presentato all’Unione industriale di Napoli, parla dei partiti della Prima Repubblica e della loro idea di “capitalismo delle partecipazioni statali, delle privatizzazioni degli anni ’90, e delle aziende che non erano private, anche se privatizzate, come Telecom, e del governo Renzi”.

Leggi il resto.




Cortina, 29 luglio 2016







Lodi, 05 settembre 2016





Rassegna Stampa


Gli errori della politica industriale, a Lodi il nuovo volto di Forza Italia


di Federico Gaudenzi, 06 settembre 2016

Un’idea trasversale agli schieramenti politici e ai ceti sociali, l’idea che l’economia di uno Stato necessiti di una politica industriale. Questo il concetto che Franco Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, cerca di sradicare con il suo “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, presentato ieri sera all’appuntamento di Lodi Liberale insieme a Stefano Parisi, manager, ex-direttore di Confindustria e volto nuovo del centreodestra nazionale.

Leggi il resto.



Parisi inaugura gli incontri di Lodi Liberale


di Carla Parisi, 06 settembre 2016

È iniziato ieri sera in Sala Granata, davanti a un folto pubblico e con due relatori d’eccezione, il nuovo ciclo di incontri dell’associazione Lodi Liberlae. Il tema affrontato è stato quello della politica industriale, sulla quale sia Franco Debenedetti, autore di “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, sia Stefano Parisi, manager e candidato sindaco alle passate elezioni di Milano, hanno espresso un’opinione molto chiara: l’intervento dello Stato nelle decisioni prese dalle industrie è da considerarsi un atteggiamento dannoso per la crescita economica ed è necessario superare tutte le resistenze del caso per superare questa mentalità.

Leggi il resto.



L’iniziativa privata corre più velocemente dei governi


di Associazione Lodi Liberale, 12 settembre 2016

Caro Direttore, lunedì 5 settembre sono riprese le nostre serate con la presentazione del libro di Franco Debenedetti “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” insieme all’autore e Stefano Parisi. Non più tardi di qualche giorno prima, la mezzobusto di un importante TG nazionale annunciava, con fiducioso compiacimento, l’intenzione del governo di stimolare la ripresa del sistema Italia destinando fondi pubblici ad investimenti “di qualità”.

Leggi il resto.




Brescia, 05 ottobre 2016





Rassegna Stampa


Debenedetti: “Così la politica industriale è divenuta insana”


di Camilla Facchini, 10 ottobre 2016

Le partecipazioni statali: una buona idea che si è incancrenita, in un Stato sostituendosi al mercato

Leggi il resto.




Alessandria, 11 ottobre 2016







Università degli Studi di Bergamo, 26 ottobre 2016







Padova, 28 ottobre 2016





Rassegna Stampa


“Lo Stato faccia il suo dovere non il mercato”


di Nicolò Menniti-Ippolito, 26 ottobre 2016

Franco Debenedetti è stato molte cose nella sua vita. Ha lavorato nell’azienda di famiglia, un’aziendina di meno di 100 dipendenti diventata la Gilardini, una piccola conglomerata quotata in Borsa; successivamente alla Fiat, direttore del settore Componenti; alla Olivetti, amministratore delegato per 14 anni; e poi ha fondato aziende innovative, per tre legislature ha fatto il senatore, Progressisti, Ulivo, DS. Ha assistito, insomma, da una posizione privilegiata a 60 anni di politica italiana. Ma accanto all’esperienza diretta c’è la passione per lo studio, la voglia di dire in pubblico le sue idee, e oggi lo fa come Presidente dell’Istituto Bruno Leoni, oltre che i suoi interventi sui giornali e coi suoi libri.
L’ultimo di intitola “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” (Marsilio, pp.336, 18 euro) e come recita il sottotitolo, si occupa di “L’insana idea della politica industriale”.

Leggi il resto.

→  giugno 4, 2016


Fare industria con i soldi di tutti


di Antonio Polito, 31 marzo 2016

«Anche nelle maggiori ristrettezze, i denari del pubblico si trovano sempre, per impiegarli a sproposito». Alessandro Manzoni conosceva così bene il nostro carattere nazionale (tendiamo facilmente a dimenticare che il denaro pubblico è nostro), da meritarsi la citazione d’apertura nel nuovo libro di Franco Debenedetti, vera e propria biografia di un’idea (anzi, di «un’insana idea», come è definita nel sottotitolo). L’idea è quella della «politica industriale», e cioè di una «politica in cui l’attività industriale è svolta più o meno direttamente dal potere pubblico», che ha percorso la storia d’Italia da Giolitti a Renzi, e che ancora oggi resta popolare sia nel senso comune di molti italiani sia nella prassi di tanti politici. La convinzione insomma che tocchi allo Stato “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” della competizione economica (come nel titolo del volume in libreria da oggi per Marsilio).

Leggi il resto.


Il ministero dello sviluppo è da chiudere


di Alberto Mingardi, 4 aprile 2016

Dimesso un Papa se ne fa un altro: figurarsi un ministro. Uscita di scena Federica Guidi, l’interim a Renzi sarà breve, guai a restare senza un «ministro dello Sviluppo Economico».Ma davvero?
Se guardiamo ai tassi di crescita degli ultimi vent’anni, il «ministro dello Sviluppo» parrebbe la più comica delle figure. Lasciamo al lettore di passare in rassegna nome e cognome degli ultimi, per dire, cinque affittuari del dicastero. Tutti specialisti ferratissimi nella convocazione di tavoli di lavoro. Lo «sviluppo economico», però, è «non pervenuto» o poco ci manca.
Più che sostituire il ministro, allora, servirebbe un po’ di realismo: chiudiamo il ministero.

Leggi il resto.




Sviluppo economico: serve un ministero che distribuisce soltanto sussidi inutili?


di Francesco Giavazzi, 4 aprile 2016

Davvero serve un ministro per lo sviluppo economico? Una volta si chiamava ministro dell’industria. Il ruolo fu occupato da personaggi di grande autorevolezza, da Romano Prodi a Giuseppe Guarino. Era il fulcro della «politica industriale» del governo, il luogo dove si dirigeva, meglio ci si illudeva di dirigere, la strategia industriale del Paese. Una «idea insana» come l’ha ben definita Franco Debenedetti nel suo libro recente (Scegliere in vincitori, salvare i perdenti, Marsilio). Poi cambiò nome, ma le illusioni non vennero meno. «Diciamo chiaro e tondo che chi rifiuta il termine politica industriale è un disfattista», disse il primo ministro per lo sviluppo economico, Pier Luigi Bersani.

Leggi il resto.




Franco De Benedetti ci ricorda il giustizialismo, quando «il controllo di legalità diventa controllo di virtù e il pm un eroe e un educatore»


di Diego Gabutti, 7 aprile 2016

Non è per abbattere il capitalismo, né per correggerlo, ma nell’illusione d’essere il capitalismo vero, il solo equo e giusto, che la «politica industriale» italiana ha messo il mercato alla gogna per quasi un secolo, da Mussolini fino a tempi recenti (anzi fino a oggi, con tentacoli che già frugano nel prossimo futuro). Fenomeno globale, l’«idea insana» che la politica, meglio del mercato, meglio cioè delle persone che interagiscono tra loro esplorando tutte le possibili strade della produzione, della creatività e della convivenza, possa organizzare l’economia della nazione attraverso un sistema «arzigogolato» di premi e punizioni è un’idea che ha avuto successo soprattutto in Italia, dove a dispetto delle disgrazie che ci ha tirato addosso, dal debito pubblico alle culture del cartellino da timbrare in mutande, è diventata senso comune.

Leggi il resto.




Franco Debenedetti: la politica industriale è la rovina dell’Italia


di Francesco Cancellato, 8 aprile 2016

«La politica industriale? Un’idea insana». A dirlo, e a scriverlo in un libro appena uscito intitolato “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti» (Marsilio) è Franco Debenedetti, uno che ne sa qualcosa. Dall’azienda di famiglia, alla Gilardini, alla Fiat, all’Olivetti, alla Sasib; poi senatore per il Pds e l’Ulivo dal 1994 e il 2006, autore di numerose pubblicazioni su temi economici e politici, Debenedetti è uno che ne ha viste parecchie. E nel suo libro, ne ha per tutti. Per i partiti della prima repubblica e per la loro idea di «capitalismo delle partecipazioni statali». Per la stagione delle privatizzazioni degli anni ’90, e per quelle aziende «che non erano private, anche se privatizzate», come Telecom. Soprattutto, per quel che accade oggi e per il governo Renzi «che in realtà non vuole privatizzare un bel nulla». In sintesi, per la caratteristica tutta italiana di pensare all’economia come un affare di Stato, quella che causa guai come quello che ha coinvolto il ministro Guidi: «Se il governo ha dei poteri d’intervento molto pesanti sul modo di condurre business, ogni cosa può diventare scivolosa», dice a Linkiesta.

Leggi il resto.




Esiste una politica industriale?


di Giuseppe Pennisi, 10 aprile 2016

Per pura coincidenza temporale, il saggio di Franco Debenedetti (Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’insana idea di una politica industriale, Marsilio, pp. 335 €18) esce proprio mentre, da un lato, le cronache politiche e giudiziarie trattano di episodi (veri e presunti) di intervento pubblico particolaristico nella politica industriale e, da un altro, del Documento di Economia e Finanza (DEF) e del Programma Nazionale di Riforma (PNR) impongono a Governo e Parlamento di porsi la domanda profonda e inquietante nella copertina del volume: è “insana” l’idea stessa di politica industriale?

Leggi il resto.




Stato padrone e politica industriale


di Marco Panara, 11 aprile 2016

Lo Stato padrone non è più la soluzione, e secondo alcuni forse non avrebbe mai dovuto esserlo. Anche se viene da chiedersi se lasciando fare solo ai privati avremmo avuto le autostrade e le linee ad alta velocità, l’Eni, una produzione siderurgica in grado di sostenere l’industria metalmeccanica, una non marginale presenza nell’aeronautica, nella difesa e nello spazio.

Leggi il resto.




Debenedetti o i miti rudimentali dell’inesistente uomo economico


di Giorgio Meletti, 20 aprile 2016

Franco Debenedetti è nato nel 1933, come l’Iri. Dopo 83 anni poliedrici – figlio di un industriale, ingegnere nucleare, manager nelle aziende di famiglia e non solo, senatore dell’Ulivo – scrive un’appassionata invettiva contro il gemello putativo, l’Iri appunto, che incarna “l’insana idea della politica industriale”.

Leggi il resto.




L’appassionata e documentata cavalcata di una vita, di Franco Debenedetti, contro il suo mortale nemico: la politica industriale


di Riccardo Ruggieri, 22 aprile 2016

«Scegliere i vincitori, salvare i perdenti» è un libro di Franco Debenedetti (complimenti a Marsilio per averlo pubblicato). Essendo Franco amico da sempre mi è vietato recensirlo (l’ha già fatto su questo giornale, da par suo, Diego Gabutti) ma parlarvi di lui e del suo libro posso, visto che mi cita pure. Immagino che questo, fra i molti, sia il libro della vita, il taglio e la struttura del racconto sono tipicamente anglosassoni, ma i fondamentali dell’autore sono svizzeri tedeschi (ha studiato a Lucerna), di più, Franco appartiene alla prima covata di ingegneri del Politecnico di Torino a specializzazione elettronica, ingegneristico è il suo rigore.

Leggi il resto.




Politica industriale, l’insana idea dello Stato padrone


di Nicola Porro, 24 aprile 2016

Una delle idee ricorrenti di chi ci governa e caratterizza il pensiero diffuso di chi viene governato, è che in Italia manchi una politica industriale.
In quanti salotti, trasmissioni televisive o sedute da bar avete sentito questo binomio magico? Politica industriale. Ecco, se in un aspetto si può dire che Gramsci abbia vinto è quello di aver sostituito un’egemonia culturale borghese (tutta da dimostrare) con quella collettivistica.

Leggi il resto.




Stato imprenditore o mercato, una questione da Unione Europea


di Antonio Galdo, 26 aprile 2016

La politica industriale ha quasi un secolo di vita, in Italia risale al 1930, e da allora non si è mai spento il fuoco della dicotomia Stato-mercato, mano pubblica e mano privata, a proposito dell’economia da sviluppare nel Paese. Sicuramente fu il fascismo, come ricorda nel suo libro “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” (edizioni Marsilio) Franco Debenedetti, a introdurre l’idea dello Stato imprenditore.

Leggi il resto.




Quella pia illusione chiamata politica industriale.


di Gemma Mantovani, 29 aprile 2016

Nostra Signora la Politica Industriale: ce la immaginiamo un po’ come una di quelle madonne barocche portate in processione sulle spalle dai nostri politici sudati ed ansimanti, una “Madonna del petrolio” che porta addosso un gran numero di monili e gioielli che i fedeli ringraziano con ex voto, a testimonianza di una grazia esaudita.
È questa l’immagine della politica industriale che ci ha evocato il bellissimo libro di Franco Debenedetti Scegliere i vincitori, salvare i perdenti (Marsilio, pp. 336, euro 18).

Leggi il resto.




Gli indecisi della mano (in)visibile


di Giorgio Barba Navaretti, 8 maggio 2016

«La capacità del mercato di autoregolarsi sembra ancora meritevole di fiducia», anche nei misteriosi e nuovi scenari del mondo digitale, perché la tecnologia, «dacché c’è storia» ha sempre «rimescolato le carte per nuove mani in giochi nuovi». La domanda ultima e ovvia del liberista, che si chiede «da noi quanto ha pesato la prevalenza/presenza dello Stato in economia nel limitare orizzonti, frenare entusiasmi, cercare convenienze, ergere difese?» ha però una risposta inattesa, tutt’altro che banale: «A mancare paradossalmente è proprio la fiducia nello Stato, nella sua capacità di garantire che il mercato funzioni correttamente, che a tutti sia assicurato accedervi e a nessuno precluso dal permanere di posizioni di rendita».
In questi estratti dal nuovo libro di Franco Debenedetti c’è forse la sintesi migliore della complessità del suo pensiero.

Leggi il resto.




Di cosa parliamo quando parliamo di politica industriale. Gutgeld su banda larga, CdP, liberalizzazioni e “un’insana idea”


di Marco Valerio Lo Prete, 11 maggio

“Nella storia d’Italia, la politica industriale non è stata sempre e comunque ‘un’insana idea’, ma certo oggi deve diventare innanzitutto ‘una politica per l’industria, che favorisca l’insieme delle imprese e l’insieme delle produzioni, cioè le condizioni del fare impresa’”. Con queste due diverse citazioni del libro “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, Yoram Gutgeld, in una conversazione con il Foglio, segna prima la distanza maggiore e subito dopo la principale affinità di vedute con Franco Debenedetti, l’autore del saggio appena pubblicato da Marsilio.

Leggi il resto.




Il virus dirigista delle classi dirigenti italiane, capitalisti inclusi


di Stefano Cingolani, 11 maggio

Il guaio dell’economia italiana è che i privati non si sono dimostrati molto migliori dello stato. Il libro lo racconta in modo
chiaro e sono contento che Franco Debenedetti lo abbia messo in rilievo”. Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della Sera, risponde da Chicago dove insegna per tutto quest’anno accademico alla richiesta di commentare l’“insana idea della politica industriale”, uno strumento che il professore, autore insieme al collega di Harvard Alberto Alesina di un pamphlet molto efficace e di successo come “Il liberismo è di sinistra”, ha sempre criticato a fondo. A suo avviso la vera anomalia italiana rispetto ad altri paesi europei nei quali pure lo stato interviene direttamente o indirettamente, per lo più con esiti contraddittori se non negativi (la Francia colbertista, la Germania consociativa, la Gran Bretagna laburista prima della svolta thatcheriana), è proprio la debolezza del capitalismo privato.

Leggi il resto.




Ci furono privilegi e distorsioni, vero. Ma prima del 1969 anche sviluppo


di Guido Pescosolido, 11 maggio 2016

C’è nello sviluppo economico italiano dall’Unità a oggi, e in particolare nella sua industrializzazione e deindustrializzazione, qualcosa di stupefacente e di grandioso, nel bene e nel male, nell’alternanza di successi e insuccessi, nella crescita e nella decrescita.

Leggi il resto.




Debenedetti: “Politiche industriali il peccato originale dell’Italia”


di Martina Zambin, 11 maggio 2016

Acuminato, a tratti quasi teso ma sempre cavalleresco. E soprattutto avvincente. Questa l’istantanea del duello intellettuale andato in scena martedì sera all’Ateneo Veneto fra Franco Debenedetti, politico ed economista, autore nel recente saggio Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’insana idea della politica industriale (Marsilio), e Paolo Baratta, presidente della Biennale, già Ministro delle partecipazioni statali, ministro dell’Industria, dei Lavori pubblici e dell’Ambiente. A moderare l’incontro il direttore del Corriere del Veneto Alessandro Russello, che ha pungolato sia Debenedetti chiedendogli il perché di un titolo tanto particolare, sia Baratta che ha difeso appassionatamente il proprio rifiuto nell’utilizzare proprio la definizione scelta dall’amico Debenedetti «politiche industriali».

Leggi il resto.




Vincitori e perdenti. La politica industriale secondo Debenedetti


di E.T., 11 maggio 2016

“Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”. È il titolo provocatorio del libro dell’ingegner Franco Debenedetti (Marsilio edizioni) presentato ieri all’Ateneo. Con esso, l’ingegner Debenedetti, dal 1978 al ’92 amministratore delegato dell’Olivetti e poi senatore per tre legislature mette sotto accusa il sistema della politica industriale del nostro Paese, in particolare dal dopoguerra ad oggi, a forte impronta statalista.

Leggi il resto.




Lo Stato leggero di Franco Debenedetti


di Alessandro Barbera, 23 maggio 2016

Se fossi un Millennial e mi trovassi in libreria a sfogliare Scegliere i vincitori, salvare i perdenti (Marsilio, euro 18 pp. 336), sarei probabilmente tentato da altro. Alzi la mano chi conosce, fra i nati dopo i Novanta, qualcuno in grado di raccontare cosa fossero l’Iri e la politica industriale. Oggi Facebook, Linkedln e Twitter hanno trent’anni in tre e capitalizzano 850 miliardi di dollari. L’Ilva di anni ne ha più di cinquanta, è ancora una delle più grandi acciaierie d’Europa eppure non vale più del prezzo pagato da Zuckerberg per comprarsi Instagram. Invece gli ottantatré anni di Franco Debenedetti sono senza prezzo: ingegnere, dipendente delle aziende di famiglia, manager Fiat, amministratore delegato di Olivetti e Sasib, Senatore della Repubblica, presidente dell’Istituto Bruno Leoni.

Leggi il resto.




Tra luci e ombre c’era una volta la politica industriale


di Marco Panara, 24 maggio 2016

In qualche modo l’Italia è ancora una potenza industriale e, se ci si guarda indietro, c’è da esserne un po’ stupiti scorrendo la lista interminabile degli errori e dei difetti, degli opportunismi e degli ideologismi. La storia dell’industria italiana nell’ultimo secolo è una matassa ingarbugliata che si può in qualche modo dipanare scegliendo uno dei tanti fili. Franco Debenedetti, ingegnere per formazione, manager per professione, liberale e uomo di sinistra, ha scelto la politica industriale. Una chiave potente. La sua posizione dichiarata nel saggio “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti” ( Marsilio ) è che la politica industriale è una “insana idea”, non deve essere lo Stato a scegliere i vincitori e i perdenti, quello è un compito del mercato, e tanto meno lo Stato deve farsi imprenditore. Ma Debenedetti, che definisce l’industria pubblica «una metà del cielo» non risparmia neanche l’altra metà, quella privata: «Nostra peculiarità è l’inclinazione per incroci e intrecci tra i diversi potentati economici, la riluttanza ad adottare le forme di governance prevalenti altrove», scrive.

Leggi il resto.




I veri nemici della politica industriale


di Gianfranco Fabi, 6 giugno 2016

“Anche nelle maggiori strettezze i denari del pubblico si trovan sempre, per impiegarli a sproposito”. È una
citazione del XXVIII capitolo dei Promessi sposi che occupa la prima pagina del libro che Franco Debenedetti,
imprenditore, senatore, ora presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ha dedicato alla politica industriale. Una
citazione che sintetizza nella maniera più efficace la parabola dell’intervento dello Stato nell’economia negli
ultimi ottant’anni. “Siamo quasi coetanei”, afferma subito Debenedetti: “Lei, la politica industriale, del 1930, io
del 1933″, e l’autore fa subito capire di essere molto più in forma, nonostante gli ottant’anni e passa, di quella
vecchietta che conduce una vita di stenti, spesso evocata, ma sempre meno efficace, anzi molto spesso dannosa.
In questo libro si ripercorrono quindi le vicende che hanno accompagnato l’economia italiana soprattutto
nell’ottica dell’intervento dello Stato e della sua pretesa di indirizzare, sostenere, premiare settori particolari
dell’economia ritenuti strategici per le più varie ragioni, con in primo piano comunque quella di difendere
l’occupazione ed evitare i licenziamenti.

Leggi il resto.


Più industria meno politica


di Dario Pregnolato, 8 giugno 2016

Industria e politica. Sono i due percorsi di Franco Debenedetti, imprenditore e manager, politico ed editorialista. «Un vasto curriculum semovente», l’ha definito Giuliano Ferrara. Debenedetti, 83 anni, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, è stato per 35 anni figura di spicco del mondo industriale. Laureato nel 1956 in Ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino, Debenedetti esordisce nell’azienda di famiglia fondata dal padre Rodolfo, la Compagnia Italiana tubi Metallici Flessibili, che diventerà la Gilardini. Poi la cavalcata nelle grandi multinazionali: la Fiat, dopo l’uscita di suo fratello Carlo, e la Olivetti di Adriano.

Leggi il resto.


Stato moderno, statalismo, economia di mercato


di Agostino Carrino, luglio 2016

Non c’è bisogno di condividere tutto l’impianto morale di questo libro o la filosofia economica liberista che lo sostiene – Debenedetti è non a caso Presidente dell’Istituto Bruno Leoni – per apprezzarne la bontà e, soprattutto, l’utilità ai fini di una riflessione più approfondita sulle vicende italiane, politiche ed economiche, specialmente a partire dal dopoguerra fino ad oggi.
Per troppo tempo le posizioni ideali cui Debenedetti si richiama sono state non solo e non tanto minoritarie, ma, di fatto, semplicemente considerate quelle perdenti rispetto al progressivo e fulgido andamento della storia, dominata dalle certezze di un pensiero che, legato con le masse, avrebbe aperto i cancelli di un progresso senza fine.

Leggi il resto.


Debenedetti, un liberista nella città statalista


di Marco Demarco, 06 luglio 2016

Ha scritto un libro contro l’«insana idea» della politica industriale, intesa sia come prassi sia come ideologia («Scegliere i vincitori, salvare i perdenti», Marsilio editore). E oggi Franco Debenedetti ha anche l’ardire di venire a presentarlo a Napoli. L’appuntamento è alle 18 a Palazzo Partanna con Ambrogio Prezioso, Antonio Bassolino, Paolo Cirino Pomicino e Antonio D’Amato. Perché l’ardire? Perché pure essendo Napoli la città di Croce e del pensiero liberale, qui di liberismo economico se n’è sempre masticato molto poco. E quasi mai in pubblico: sarebbe un po’ come professarsi juventini in curva B al San Paolo.

Leggi il resto.


Aiuto, all’Antitrust c’è Debenedetti


dalla redazione, 06 luglio 2016

Nella prestigiosa sede romana dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per tutti Antitrust, in genere si presentano pubblicazioni istituzionali. Stavolta invece l’Authority guidata da Giuseppe Pitruzzella ha deciso di ospitare la presentazione dell’ultimo volume di Franco Debenedetti, ex parlamentare e soprattutto fratello di Carlo De Benedetti (staccato, perché gli piace così), numero uno del gruppo Espresso-Repubblica: Scegliere i vincitori, salvare i perdenti è il titolo del volume edito da Marsilio.

Leggi il resto.


Stato o mercato? Contano le regole


di Simona Brandolini, 07 luglio 2016

Metti un liberista dichiarato, un comunista, un democristiano e due industriali intorno allo stesso tavolo. Tre su quattro diranno, in modi diversi e punzecchiandosi, che serve alla fine “più Stato e più mercato”. E due su quattro non lesineranno critiche al Presidente del Consiglio. A Palazzo Partanna, sede dell’Unione Industriali, accolto dal Presidente Ambrogio Prezioso, Franco Debenedetti presenta il suo “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, con Antonio Bassolino, Paolo Cirino Pomicino e Antonio D’Amato, moderati da Marco Demarco.

Leggi il resto.


Debenedetti: la politica industriale non serve lo dimostrano i fallimenti dei gruppi pubblici


di Sergio Governale, 7 luglio 2016

Mps è il tipico esempio dei mali italiani, in cui il legame tra politica e imprese in questo caso una banca ha finito per produrre danni al sistema economico, come scarsa competitività e maggiori oneri a carico dei contribuenti. Così Franco Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, che ieri a Napoli ha presentato all’Unione industriali il libro «Scegliere i vincitori, salvare i perdenti».

Leggi il resto.

→  maggio 14, 2016


articolo collegato di Sabino Cassese

Qualche giorno fa, l’amministratore delegato di un’impresa ha dichiarato trionfante di aver avuto le autorizzazioni per una importante opera di interesse collettivo solo in un anno e mezzo. Una recente ricerca Aspen ha dimostrato che su cittadini e imprese gravano vincoli molto maggiori di quelli strettamente necessari per proteggere la salute, l’ambiente, il territorio e gli altri beni collettivi. Sindaci di diversi partiti hanno dichiarato nei giorni scorsi che è impossibile amministrare, stretti come sono tra leggi invadenti e Procure aggressive. Perché è tanto difficile governare l’Italia? Perché è così basso il rendimento delle istituzioni?
La prima responsabilità è del Parlamento. Esso sconfina nell’area dell’amministrazione: troppe leggi, norme troppo lunghe e minuziose, che sono spesso atti amministrativi travestiti da leggi. A questo si aggiunge il sogno della norma autoap-plicativa, in cui si cullano governi colpiti dalla sindrome del sabotaggio burocratico, nell’illusione che, fatta la legge, ne sia assicurata l’attuazione. Di qui il circolo vizioso: si governa legiferando; si crede di aver deciso, ma, nella maggior parte dei casi, ci si è soltanto legati le mani, e si è costretti per ciò a ricorrere a un numero sempre crescente di leggi. Il corpo legislativo cresce, aumentano le frustrazioni e gli sconfinamenti legislativi nell’amministrazione, il Parlamento-legislatore trascura la sua altra funzione, quella di controllo del governo, il sistema va in blocco.
PUBBLICITÀ

inRead invented by Teads
Dall’altra parte, c’è il potere giudiziario: non vi è ormai decisione grande o piccola che non passi nelle mani di procuratori, giudici civili, giudici penali, giudici amministrativi. I primi si proclamano «magistratura costituzionale», investita del compito di «vigilare sulla lealtà costituzionale delle contingenti maggioranze politiche di governo». Giudici civili e penali con la lentezza delle loro decisioni rallentano il funzionamento del Paese. I giudici amministrativi — come è stato detto da più parti — «bloccano l’attività produttiva», senza nello stesso tempo fornire una guida a chi voglia districarsi nella selva delle norme e delle loro interpretazioni. Sopra ogni cosa, quello giudiziario è un corpo che corre verso la politica, più impegnato a fare dichiarazioni ai quotidiani che a scrivere sentenze.
Un acuto osservatore dei fenomeni amministrativi, Marco Cammelli, ha osservato che tutto questo provoca la marginalizzazione dell’amministrazione. Quest’ultima è stretta in una tenaglia. Da una parte, ha un legislativo che prende decisioni amministrative in veste di leggi, per saltare la dimensione amministrativa. Dall’altra, è intimorita o frustrata dalle tante voci del potere giudiziario, dinanzi al quale anche chi dovrebbe controllare dall’interno cede le armi. A questo si è aggiunto il sospetto della corruzione, la diffidenza che ciò ha creato nell’opinione pubblica e la formazione di una Procura anticorruzione «in prima linea contro ogni tipo di ingiustizia» (sono parole del nostro presidente del Consiglio dei ministri). Da ultimo, l’amministrazione si è impoverita: pochi investimenti, personale scelto male dai politici di vertice e non per concorso, carriere dominate dai governi, strutture e procedure arcaiche.
Le modificazioni della costituzione materiale che ho descritto, e dell’equilibrio tra i tre poteri dello Stato, stanno producendo guasti gravi nei rapporti tra poteri pubblici e società. I primi si legittimano non solo attraverso elezioni, ma anche per la loro capacità di svolgere il proprio compito al servizio della seconda. Il fossato che divide popolo e Stato non si colma solo con le elezioni. La democrazia del voto non basta. Occorre anche poter dimostrare, con l’efficacia dell’azione pubblica, che lo Stato è al servizio del cittadino.

→  maggio 11, 2016


Intervista di Liana Milella a Roberto Scarpinato

“Se non capisci come funziona il gioco grande… sarai giocato”. Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, toga famosa per le sue indagini sulla mafia, è convinto che i magistrati “debbano” esprimersi sul referendum non solo perché “è un nostro diritto “, ma per la futura valenza che la riforma comporta.

Il vice presidente del Csm Legnini (e altri con lui) dice che i magistrati non devono impegnarsi nella campagna referendaria perché finirebbero nella contesa politica. Che ne pensa?
“Mi permetto di dissentire. Forse a tanti non è sufficientemente chiaro quale sia la reale posta in gioco che travalica di molto la mera contingenza politica. A mio parere siamo dinanzi a uno spartiacque storico tra un prima e un dopo nel modo di essere dello Stato, della società e dello stesso ruolo della magistratura. Nulla è destinato a essere come prima”.

Cosa potrebbe cambiare nel futuro rispetto al passato?
“A proposito del passato mi consenta di partire da una testimonianza personale. Tanti anni fa ho deciso di lasciare il mio lavoro di dirigente della Banca d’Italia e di entrare in magistratura perché ero innamorato della promessa-scommessa contenuta nella Costituzione del 1948 alla quale ho giurato fedeltà “.

E quale sarebbe questa “promessa-scommessa “?
“Quella scritta nell’articolo 3 di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Era uno straordinario programma di lotta alle ingiustizie e un invito a innamorarsi del destino degli altri. La Repubblica si impegnava a porre fine a una secolare storia nazionale che Sciascia e Salvemini avevano definito “di servi e padroni” perché sino ad allora intessuta di disuguaglianze e sopraffazioni che avevano avuto il loro acme nel fascismo e nella disfatta della seconda guerra mondiale”.

Sì, però l’attuale riforma costituzionale si occupa solo della seconda parte della Costituzione e lascia intatta la prima sui diritti. Cosa la turba lo stesso?
“La seconda parte è strettamente funzionale alla prima. Proprio per evitare che la promessa costituzionale restasse un libro dei sogni e per impedire che il pendolo della storia tornasse indietro a causa delle pulsioni autoritarie della parte più retriva della classe dirigente e del ritardo culturale delle masse, i padri costituenti concepirono nella seconda parte della Costituzione una complessa architettura istituzionale di impianto antioligarchico basata sulla centralità del Parlamento e sul reciproco bilanciamento dei poteri”.

E perché tutto questo coinvolgerebbe le toghe? Realizzare la promessa non era compito della politica?
“All’interno di questo disegno veniva affidato alla magistratura il ruolo strategico di vigilare sulla lealtà costituzionale delle contingenti maggioranze politiche di governo”.

Un’affermazione forte… Ma di quale vigilanza parla?
“I giudici, tra più interpretazioni possibili della legge ordinaria, devono privilegiare quella conforme alla Costituzione e, se ciò non è possibile, devono “processare la legge”, cioè sottoporla al vaglio della Consulta. La magistratura italiana quindi è una “magistratura costituzionale” e, in quanto tale, la sua fedeltà alla legge costituzionale è prioritaria rispetto a legge ordinaria. È una rivoluzione copernicana del rapporto tra politica e legge di tale portata che a tutt’oggi non è stata ancora metabolizzata da buona parte della classe politica che continua a lamentare che la magistratura intralcia la governabilità sovrapponendosi alla volontà del Parlamento”.

Con la riforma Renzi questo equilibrio potrebbe saltare?
“Alcune parti di questa riforma si iscrivono in un trend più complesso. Oggi tutto ciò rischia di restare solo una storia terminale della prima Repubblica, perché quello che Giovanni Falcone chiamava “il gioco grande”, si è riavviato su basi completamente nuove. Alla fine del secolo scorso, a seguito di fenomeni di portata storica e mondiale, sono completamente mutati i rapporti di forza sociali macrosistemici che furono alla base del compromesso liberal-democratico trasfuso nella Costituzione del 1948. Lo scioglimento del coatto matrimonio di interessi tra liberismo e democrazia ha messo in libertà gli “animal spirits” del primo che ha individuato nelle Costituzioni post fasciste del centro Europa una camicia di forza di cui liberarsi”.

Un attimo: cosa si sarebbe rimesso in moto?
“Si è avviato un complesso e sofisticato processo di reingegnerizzazione oligarchica del potere che si declina a livello sovranazionale e nazionale lungo due direttrici. La prima è quella di sovrapporre i principi cardini del liberismo a quelli costituzionali trasfondendo i primi in trattati internazionali e trasferendoli poi nelle costituzioni nazionali. Esempio tipico è l’articolo 81 della Costituzione che imponendo l’obbligo del pareggio di bilancio impedisce il finanziamento in deficit dello Stato sociale e trasforma i diritti assoluti sanciti nella prima parte della Costituzione in diritti relativi, cioè subordinati a discrezionali politiche di bilancio imposte da organi sovranazionali spesso di tipo informale e privi di legittimazione democratica. La seconda direttrice consiste nel trasferimento dei centri decisionali strategici negli esecutivi nazionali incardinati ad esecutivi sovranazionali, declassando i Parlamenti a organi di ratifica delle decisioni governative e sganciandoli dai territori tramite la selezione del personale parlamentare per cooptazione elitaria grazie a leggi elettorali ad hoc. Il gioco dialettico tra maggioranza- minoranza viene disinnescato grazie a premi di maggioranza tali da condannare le forze di opposizione all’impotenza”.

Questo è uno scenario politico. Perché ciò dovrebbe interessare la magistratura?
“Se muta la Costituzione, cioè la Supernorma che condiziona tutte le altre, rischia di cambiare di riflesso anche la giurisdizione. La magistratura già oggi è sempre più spesso chiamata a farsi carico della cosiddetta legalità sostenibile, cioè della subordinazione dei diritti alle esigenze dei mercati, e quindi delle forze che governano i mercati. L’articolo 81 della Costituzione ha costituzionalizzato il principio della legalità sostenibile che si avvia a divenire una norma di sistema baricentrica del processo di ricostituzionalizzazione in corso. La conformazione culturale della magistratura al nuovo corso potrà essere agevolata dalla possibilità di minoranze, trasformate artificialmente in maggioranze grazie al combinato disposto dell’Italicum e di alcune delle nuove norme costituzionali, di selezionare i giudici della Consulta e la componente laica del Csm”.

Cosa direbbe a un giovane magistrato oggi indeciso se impegnarsi nella campagna referendaria?
“Che se non capisci come funziona il gioco grande, sarai giocato. Da amministratore di giustizia rischi di trasformarti inconsapevolmente in amministratore di ingiustizia”.