Un voto per cambiare i partiti

aprile 7, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Il quesito referendario del 9 giugno sulla preferenza unica aveva il pregio della semplicità: chiedeva di por fine alla manipolazione della volontà popolare da parte delle segreterie dei partiti, ai non infrequenti brogli. Il suo successo plebiscitario è dipeso anche dalla relazione immediatamente percepibile tra obiettivo e quesito, tra fine politico e mezzo.
Questa solare chiarezza sembra invece mancare alla consultazione del 18 aprile: per il numero dei quesiti, e già quindi per la necessità di manipolare nove schede perché minore è la rilevanza politica di molti di essi e controversa l’opportunità di alcuni;. perché il quesito più rilevante, quello sulla riforma della legge elettorale, è solo la premessa di una modifica più completa che riguardi la Camera oltre il Senato.

A levare semplicità e chiarezza al referendum sulla riforma elettorale contribuiscono speculazioni politiche che tendono ad usarlo in modo ambiguo, sicché esso si trova caricato di significati e scopi diversi da quelli suoi propri: e ciò innanzitutto da parte dei fautori del no.
Il massimo contributo di ambiguità è dato dalla Rete: la sua posizione ricorda quella di certi anti-dreyfusardi di cui parla Proust, talmente accaniti da diventare indistinguibili dai loro avversari. In realtà la Rete fa un uso strumentale del referendum, cerca di capitalizzare il diffuso sentimento anti-partito per guadagnare al proprio partito una più consistente rappresentanza parlamentare.
La posizione di Rifondazione e di Msi non è ambigua, ma contraddittoria: essi sono a favore di un sistema rigorosamente proporzionale, vogliono Camere che siano un’esatta mappatura, pantografata in piccolo, di tutte le posizioni politiche presenti nel Paese. Questo risultato si ottiene solo con una frammentazione ulteriore dei partiti, per rappresentare gruppi che quanto più sono omogenei tanto più sono ridotti: una posizione che sembra contraddire la loro ideologia di partiti compatti ed egemoni.
All’ambiguità concorrono poi altri fautori del no, quelli che sono aprioristicamente contrari ai contrari: quelli cioè che si oppongono al cambiamento della legge elettorale solo perché questa è sostenuta o da personaggi politici che considerano screditati, o da nemici di classe. Posizione che è difficile controbattere con ragionamenti logici.
Ma anche i fautori del si fanno perdere al quesito la semplicità e la chiarezza propria del meccanismo referendario quando si lasciano indurre a disquisizioni sui meriti astratti del metodo uninominale. Questo in sé non è né migliore né peggiore di quello proporzionale. In Inghilterra il partito laborista ha affidato a Lord Plant il progetto di una riforma elettorale; questi ha adottato il progetto in senso proporzionale proposto da Dale Campbell-Savours sulla base di argomenti che non possono essere disconosciuti, con leggerezza ed aprioristicamente; il partito laborista potrebbe farne il tema centrale della prossima campagna elettorale. Anche i risultati delle elezioni francesi hanno dato luogo ad alcune perplessità, sicché lo stesso on. Segni si è affrettato a ricordare che il suo progetto prevede comunque una quota di seggi da segnare in modo proporzionale. Si fanno delle simulazioni: quali composizioni delle Camere risulterebbero applicando le varie leggi elettorali o ai risultati delle precedenti consultazioni (!) o a quelli che si ipotizzano in base ai sondaggi.
Procedimento viziato già sul piano logico, dato che i risultati elettorali non sono dati a priori ma dipendono a loro volta dalle leggi, e quindi dalle opzioni disponibili agli elettori (apparentamenti, ballottaggi ecc.).
Pare non inutile riportare problema alla sua elementare semplicità: c’è un larghissimo consenso sul fatto che questo sistema di reggere il Paese è arrivato al suo punto terminale, forse vi ha perfino portato il Paese. Le responsabilità personali sul piano penale dovranno essere accertate nei processi: ma non può essere ragionevolmente messa in dubbio la relazione tra questo funzionamento dei partiti e i taglieggiamenti su tutte le attività economiche. Lo scatto d’orgoglio di Martinazzoli avrà pure le sue ragioni: ma dovrà ben confrontarsi col fatto che l’aver consegnato alla malavita organizzata tre regioni non può non porsi in relazione con l’essere una di queste regioni uno dei più i elevanti bacini di voti della dc.
Questi partiti hanno avuto un anno di tempo per riformarsi: hanno dimostrato di non essere in grado di farlo. Si propongono solo operazioni di immagine: pensano a cambiare i loro simboli, e lasciano nelle mani della magistratura il rinnovamento del loro personale politico; si affannano a parlarci di valori e di morale, e neppure pensano di spiegarci come intendono modificare il loro modo cli funzionare, con quali meccanismi nuovi e a quali costi intendano provvedere alla loro funzione, quella di organizzare il consenso.
Abbiamo comunque bisogno dei partiti; non sentiamo l’inderogabile urgenza di altri simboli, mentre abbiamo bisogno di partiti che funzionino in modo diverso.. E, dato che non sanno modificarsi, l’unica strada per obbligarli a inventarsi altri sistemi per assolvere alla loro funzione costituzionale è modificargli le regole del gioco, cioè la legge elettorale. Questa potrà anche avere dei difetti; per definizione nessuna è perfetta: ma la prospettiva di sperimentare le forme imperfette, che assicurano la democrazia in Francia ed Inghilterra non riesce a spaventarci. L’indicazione in senso uninominale è dettata dalla necessità di cambiare, in una situazione di emergenza, politica, morale, economica: in questa urgenza e nell’assenza di alternative, sta la ragione, semplice ed unica, del sì.

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