Tassare di più i ricchi non serve contro la crisi

novembre 30, 2012


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


di Natale D’Amico e Franco Debenedetti

Tutti i governi devono aumentare le entrate fiscali. Quasi tutti pensano di tassare di più i ricchi. Lo dice (e probabilmente lo farà) Obama. Hollande vuole portare al 75% il prelievo sui redditi superiori a un milione di euro. Un po’ ovunque si parla di aumentare le imposte sui patrimoni più grandi. La Tobin tax – a dispetto di James Tobin – viene giustificata perché colpendo le transazioni finanziarie, colpirebbe selettivamente i ricchi.

La diseguaglianza, in tempi di crisi, diventa forse più evidente, certo meno tollerabile. Forse anche per questo Warren Buffet va ripetendo che non sarebbe una tragedia aumentare le tasse alle 400 persone più ricche d’America (che pagano meno del 20%, ndr). Addirittura si sostiene che l’aumento della diseguaglianza sia stata la causa della crisi.

In verità, una tesi piuttosto strana: la crisi dei mutui subprime (cioè dei mutui concessi ai poveri) è stata al contrario prodotta da iniziative redistributive: i provvedimenti, di Clinton e Bush figlio, che consentivano a tutti di indebitarsi per comprar casa, di cambiarla senza pagare imposte sulle plusvalenze, di detrarre dalle tasse gli interessi sui mutui contratti per acquistarla.

Di tanto in tanto, mai esplicitamente richiamata, nel sottotesto di alcuni commentatori riemerge addirittura la marxiana “crisi da sovrapproduzione”: poiché i ricchi consumano in proporzione meno dei poveri, un aumento della quota di reddito nazionale che va ai ricchi determinerebbe una carenza di consumi, spingendo il sistema verso la crisi. Ma, quando è scoppiata la crisi dei subprime, gli americani consumavano più di quanto guadagnavano: la domanda era forse troppa, certo non troppo poca. E comunque i ricchi quel che non consumano lo risparmiano, e lo reinvestono per proteggere e far rendere il capitale. Ciò di cui si può discutere è dunque solo il differenziale di efficienza tra le decisioni di investimento prese dai “ricchi”, direttamente o tramite operatori finanziari, e quelle prese dai politici sulle risorse prelevate con imposte aggiuntive sul reddito e/o sul patrimonio dei ricchi. Ipotizzare che le più efficienti siano le decisioni politiche, almeno nel Paese delle cattedrali nel deserto e del disastro della chimica sussidiata, è quanto meno ardito.

Qualunque sia l’opinione riguardo alla connessione fra diseguaglianza e crisi, è tuttavia legittimo che ciascuno formuli un proprio giudizio – un giudizio di valore – intorno al livello desiderabile di eguaglianza, e alla necessità di intervenire per riavvicinarvisi quando lo scostamento fosse eccessivo. Ma al tempo stesso è necessario riconoscere che neanche le politiche redistributive sono gratis: redistribuire costa perché occorre una apposita burocrazia che andrà pur mantenuta; costa perché quando lo Stato interviene nella distribuzione della ricchezza, quelli da cui si preleva sono scoraggiati e quelli a cui si dà non sono incoraggiati a cercare di produrre maggior reddito. Non c’è una torta data, da redistribuire; in generale, le politiche redistributive riducono la dimensione della torta. Capita addirittura che questo sia il loro solo effetto: la differenza fra la diseguaglianza esistente prima e dopo che lo Stato ha speso quanto prelevato con imposte, già modesta nei Paesi nordici, è sostanzialmente nulla in Italia.

Come nota Raghuram Rajan, sono ragioni di efficienza a sconsigliare di eccedere in politiche redistributive. Queste impediscono all’elettore mediano di votare per espropriare i ricchi, così rendendo impossibile la convivenza di democrazia e iniziativa economica privata.

Non c’è che un ostacolo a politiche redistributive eccessive: un ascensore sociale che funzioni. Finché uno pensa di potere col tempo diventare più ricco, il sistema va; se invece l’ascensore sociale si blocca, se ad esempio solo ai figli dei ricchi è concesso l’accesso alle scuole migliori – il motore più potente della mobilità sociale – il sistema non funziona più. La pressione della maggioranza degli elettori a favore di un prelievo fiscale espropriativo si fa insostenibile, fino a mettere in crisi l’economia di mercato.

Il problema che la diseguaglianza pone alla democrazia non si risolve con il prelievo, ma con l’uso che del prelievo vien fatto. Offrire pari opportunità è la cosa difficile. Offrire brioches è facile, ma, come si sa, serve a poco.

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