Quel dialogo difficile dentro i sindacati

giugno 14, 2006


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero

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Si dice concertazione e subito si pensa a come coniugare risanamento e sviluppo, mercato e solidarietà, merito e individuo; o a come dividere i punti del cuneo fiscale tra imprese e lavoratori o tra imprese e imprese.

Temi di cui non si disconosce l’importanza: ma che fatalmente finiscno in un braccio di ferro per spostare il coltello che taglia una torta troppo piccola, se la concertazione non è volta a prendere di petto il problema di fondo: l’Italia è l’unico tra tutti i paesi industrializzati in cui la produttività da anni non aumenta.

La produttività aumenta con le macchine e con gli uomini: se cioè i lavoratori ottengono il massimo dagli investimenti in tecnologia fatti dall’impresa. Perché questo avvenga ci vuole un’intesa e questa intesa si chiama contratto di lavoro. L’aumento della produttività dipende in modo cruciale da come sono strutturati i contratti; in particolare, dalla quota parte di salario variabile, proporzionale all’impegno diretto del lavoratore. Sull’uso flessibile di questo strumento, delicato e potente, dovrebbe vertere in primo luogo la concertazione: e invece su questo punto cruciale CGIL e CISL non riescono a trovare l’accordo tra di loro , da più di un decennio.

In concreto, le questioni sono due, e intimamente intrecciate tra loro. La prima riguarda quanto dei contratti di lavoro deve essere definito in sede nazionale e quanto su base regionale e aziendale; e quanto si può derogare dalle normative generali per dare la libertà ai lavoratori che lo desiderino di partecipare alla scommessa imprenditoriale, al suo rischio ma al suo profitto. La seconda riguarda l’approvazione dei contratti stessi: se cioè la legittimazione al sindacato a firmare derivi dalla base, oppure se esso sia un momento di un rapporto organico tra rappresentanti del sindacato e lavoratori. La CGIL privilegia i contratti nazionali , che tende a caricare di norme minuziose sulla vita di fabbrica, e il momento centrale è quello del referendum che li approva.

Questa contrapposizione ha radici ideologiche, nella diversa concezione del rapporto tra lavoratore e sindacato; ha ragioni storiche, la CISL temendo sempre di essere accusata di rompere l’unità sindacale. Ha anche ragioni di “egoismo” di organizzazione: la CISL si tiene stretta la legittimazione che la legge e il referendum garantiscono a qualsiasi sigla sindacale che abbia firmato un contratto valido, è molto attenta a mantenere le posizioni di forza di cui gode, ad esempio nel pubblico impiego, ed è restia a sfidare l’organizzazione maggiore proponendo ai lavoratori contratti che escano dalla rigidità che storicamente li caratterizzano, in una sorta di concorrenza contrattuale. E’ da 10 anni che Pietro Ichino propone di superare questa contrapposizione, e in “A che serve il sindacato”, l’ultimo suo lavoro, avanza proposte di compromesso che potrebbero essere attuate senza neppure lo strumento di legge.

La posta in gioco è enorme: se non si risolve questa contrapposizione sarà molto più difficile affrontare il problema centrale , l’aumento della produttività. Prima di tutto perché non si fa uso di uno strumento formidabile, gli incentivi a lavoratori e aziende. E poi perché si garantisce una posizione di rendita alle sigle sindacali più estremiste: come è successo nel 2001 e 2003 quando la FIOM di Rinaldini si è rifiutata di firmare i contratti dei metalmeccanici, confidando sul fatto che i lavoratori comunque avrebbero avuto i contratti firmati da CISL e UIL.

Le ragioni che ostacolano la concertazione tra i sindacati hanno un’impressionante somiglianza con quelle che rendono così tormentato e incerto il percorso verso il Partito Democratico. Anche la propria identità, storica e ideologica, viene vista, dalle forze numericamente minori, come difesa contro il pericolo di essere assorbite e annullate da quelle che godono di un più ampio e radicato consenso. In entrambi i casi, se ne uscirà solo se alla base ci sarà una salda visione dei rapporti degli individui tra loro e degli individui con lo Stato; e la disponibilità di mettersi in gioco per realizzarla, trasmettendo entusiasmo e conquistando fiducia. Dei lavoratori come degli elettori.

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