Quanto è difficile la concertazione

giugno 23, 1996


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Ai nuovi governi, negli altri Paesi, si concedono i conto giorni di lima di miele; ai nostri si concede un solo colpo in canna: i loro primi atti ne marca­no successi o insuccessi, fortune o disgrazie. Differenza cui non è probabilmente estranea la trasversalità di certi temi rispetto agli schieramenti politici, con le forze liberalizzatrici disperse tra pds e fi, quelle centrastico-con­servatrici arroccate in rc e an. Così è stato per Amato e Ciampi, che riuscirono tirando bene li pri­mo colpo. Così accadde a Berlu­sconi, che lo fallì nello scontro tra entusiasmi da campagna eletto­rale e realtà sociale del Paese. Così fu per il governo Dini, mar­cato sul nascere dall’obbiettivo di annacquare il progetto di riforma pensionistica. Quanto al governo Prodi, è un governo politico con maggioranza politica, ma la rego­la – Maastricht in vista – vale anche per lui.

Ed è un fatto che la prima ma­novra di correzione della finanza pubblica non abbia corrisposto alle aspettative. L’appesantimen­to del costo del lavoro e del costo del danaro è in controtendenza rispetto al fortissimo rallenta­mento congiunturale del quale il governo meglio di altri conosce le proporzioni. Oltre a ciò che è sta­to deciso, rileva ancor più ciò che è stato accantonato. Il blocco del turn-over nel pubblico impiego. Il ritardo al Dpef per la querelle sull’obbiettivo del 2,5% di infla­zione. L’impegno, per tutti i mini­steri, di cui si era parlato al Teso­ro, di ridurre pro-quota le proprie spese: l’unica che ci ha creduto, «la povera Rosy Bindi», come ha detto l’avvocato Agnelli, è stata smentita, e quello che poteva es­sere una seria dimostrazione di rigore da parte dell’amministra­zione pubblica è diventato un ballon d’essai per prima attizzare e poi sedare le proteste.

Quella che separa la concerta­zione dalla mediazione è una li­nea sottile: a presidiarla non può essere lasciato il solo ministro del Tesoro. Ciampi per parte sua ha confermato di saper agire con prontezza vendendo l’intera quo­ta residua dell’Ina. Quando inve­ce sono in gioco più dicasteri ritorna l’estenuante esercizio della mediazione e la pratica del rin­vio. Quando si sono sfiorate materie che attengono alla concerta­zione con le parti sociali, ecco che il segnale trasmesso a operatori e mercati è di una pericolosa con­fusione. Scandalizzano, ma non stupiscono allora le parole del se­gretario generale della Flora, Sa­battini, che a Rimini ha respinto al mittente la richiesta di atti di responsabilità in nome degli interessi generali del Paese, perché a suo dire questi interessi superiori non esistono. E’ un fatto che nella prima manovra del governo a mancare è ciò che tocca il sinda­cato, a essere presente è ciò che tocca l’impresa.

E’ bene a questo proposito evitare quello che potrebbe rivelarsi un errore pericoloso, potenzialmente in grado di smorzare gran parte delle aspettative favorevoli espresse dai mercati e quello di prestare il fianco a chi volesse vedere nel governo una sorta di im­proprio esecutore della tesi al­trettanto impropriamente assun­ta come il pensiero centrale del governatore Fazio nelle sue ulti­me considerazioni finali. La tesi cioè che il margine di aggiusta­mento per l’economia italiana va­da identificato negli «eccessivi» margini di profitto delle imprese. Non è così e non mette qui conto-di dimostrarlo. E’ invece qui il ca­so di svolgere una diversa rifles­sione. E’ comprensibile che il go­verno e la maggioranza che lo so­stiene perseguano un rapporto di grande costruttività con il sinda­cato, nell’interesse del Paese, ma anche in relazione al proprio ra­dicamento sociale. Tuttavia se tanto peso ha avuto e avrà il sin­dacato al tavolo della finanza pubblica; è ragionevole che meno ne abbia in quello degli assetti in­dustriali in settori vitali per il Paese.

I segnali in questi campi hanno invece suscitato più che perples­sità. Si è cominciato con la ricon­ferma di Pescale, e di Agnes, ai vertici Stet. Ma di fronte alla loro arrogante riproposizione di tesi già autorevolmente contestate, c’è voluta l’energica messa a pun­to del sottosegretario al Tesoro per richiamarli a più riguardosi comportamenti.

Sono poi venute le nomine del­l’Autorità per il settore energetico e dei vertici Enel: ma ancora una volta non è venuta l’indicazione sull’assetto del settore. Prima di enunciare il progetto, e af­frontare le prevedibili critiche, si tenta di prevenirle con un sofisticato dosaggio di nomine. Sulle telecomunicazioni poi si tenta di spacciare per ciò che non è la vendita di attività marginali e collaterali, quali l’impiantistica, la produzione di apparecchiature e il settore informatico. In altre parole, si taglia un ramo che sporge in modo poco estetico, e nulla si dice della necessità di trapiantare i rami grossi in un terreno dove crescano libera­mente. Sulla Rai infine a segnali confusi di esponenti del Governo che hanno dato spazio a ipotesi di lottizzazione, si sommano voci su ptoroghe per decreto delle con­cessioni in scadenza, ma senza alcun elemento che lasci intrave­dere una strategia generale per il sistema.

In tutti questi campi è in gioco l’efficienza, non l’occupazione. Ed è il caso di ricordare con forza che anche dall’efficienza del si­stema di cui il paese ha bisogno, dipenderà che non si disperda il patrimonio di speranze e di aspettative che questa coalizione e questo governo hanno saputo suscitare.

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