Pena e scoramento di un liberalizzatore che vuole cambiare mestiere

aprile 22, 1997


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Al Direttore.

Credo fosse due anni fa, una calda giornata di sole. All’Università La Sapienza si dibatteva di liberalizzazione delle telecomunicazioni. E’ inaccettabile, sostenevo, che alla vigilia (fa fin tenerezza ripensarci!) del­la sua privatizzazione il monopolista pubblico si annetta anche il monopolio del cavo nelle città, e di I ì si conquisti l’ingresso nel settore te­levisivo. Lo sostenni con foga, tanto che Miro Allione, allora amministratore delegato di Stream, lasciò la sala indispettito. Se il suo suc­cessore Io sapesse avrebbe oggi un motivo in più per sorridere soddisfatto: Stet Telecom sta per concludere l’accordo che sancirà la sua entra­ta a vele spiegate nella televisione; non solo in quella via cavo, dove ormai più nessuno è in grado di contrastarla, ma in quella satellitare.

Chi ha il gusto, un po’ perverso visti i risul­tati, di occuparsi di queste cose, ricorderà te messe a punto dell’allora amministratore dele­gato Stet Ernesto Pascale: Stream, giurava sde­gnato, è solo una struttura di servizio, che sani poi a disposizione di tutti. Tutti ricorderanno le pubblicità di Stream, a doppia pagina, giorno dopo giorno, l’Adamo michelangiolesco stile modello di Versace cui un distinto signore infondeva la vita televisiva, Pare che l’uscita fosse stata poi bloccata dai superiori: probabil­mente altro sdegno, altro sorriso. Volevi lo spez­zatino? Prenditi il polpettone.

Sulla italianissima piattaforma unica satel­litare Stet raggiungerà dunqiie Rai, Mediaset, Trac, che nell’attesa si sono amichevolmente spartiti i diritti sulle partite di calcio. Già lo Stato aveva propiziato la riconciliazione tra Cecchi Gori e Rai aggiungendo di suo un pacchetto di frequenze: perché mai lasciare a Berlusconi il monopolio del conflitto di interessi?

L’Enel, scriveva il sottoscritto, è il candidato ideale per fare concorrenza a Stet nelle reti te­lefoniche urbane. Quattro anni dopo, Tatò vuol fare entrare nella telefonia l’Enel non privatizzata garantisce Bertinotti -, mentre il Teso­ro non ha ancora venduto Stet, che comunque controllerà tramite golden share. Chi pensava che fosse possibile immettere in Italia un po’ di cultura della concorrenza dovrebbe cambiar mestiere. Se poi è per saziare il proprio maso­chismo, ecco bello pronto un altro campo: la riforma del welfare.

 

La risposta di Giuliano Ferrara

Ci sono alcune cose su cui è facile con­cordare, gentile senatore. Primo: liberaliz­zare la gestione dei grandi servizi di teleco­municazione, cruciali per lo sviluppo gene­rale dell’economia e l’innovazione tecnica, è bello e saggio. Secondo: per farlo occorre sottrarre questi servizi all’area pubblica, da cui discende o a cui è collegato il loro eser­cizio in condizioni di monopolio. Terzo: so­lo così l’Italia si darà un mercato ben rego­lato ma agile e vivo, capace di attrarre e im­piegare al meglio, in regime di concorrenza aperto sull’Europa e sul mondo, ampie ri­sorse. Ma una volta stabilito che questo è quel che si dovrebbe fare, cominciano i pro­blemi veri. In Italia questo compito è nelle mani pressoché esclusive del ceto politico e di una ristretta oligarchia di poteri econo­mici cresciuti nell’interscambio con lo Sta­to protettore. Si discute all’infinito di nor­me, di adeguamenti legislativi al Trattato di Maastricht; ma non si sente la pressione vitale di una borghesia imprenditrice vera­mente disposta a rischiare e desiderosa di esserci. Anzi, la lunga storia della televisione commerciale e dell’Antitrust dimostra che, quando questa borghesia si fa avanti, deve poi passare la maggior pane dei suo tempo a battersi per la sopravvivenza. La Thatcher ha liberalizzato e privatizzato, e con buoni risultati, ma dietro di sé aveva la City e una vocazione storica all’economia aperta. Noi no. Per questo tutta è così faticoso. Non crede?

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