Oddio, Mazzucato

marzo 3, 2020

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Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Buona o cattiva che sia l’idea dello stato imprenditore, in Italia l’insana idea ha dato il peggio di sé

Giuseppe Conte ha inserito Mariana Mazzucato nel suo staff in qualità di consigliera: per pensare a un rilancio dell’economia, dice. Dopo il premier protettore che blocca aerei e chiude chiese, dopo il premier taumaturgo che, giorno e notte, dalla Protezione civile, dirige e indirizza prelievi e quarantene, sarà la volta del premier innovatore che trascina l’Italia fuori da una crisi che potrebbe diventare disastrosa? E’ nota la teoria di Mariana Mazzucato, enunciata in un libro di invidiabile successo: l’imprenditore più audace, l’innovatore più prolifico, il finanziatore più lungimirante è lo stato.
L’i-phone, il touch screen, la nanotecnologia, il Gps, le tecnologie rivoluzionarie della nostra epoca non sono che lo sfruttamento commerciale di idee originate in strutture statali o grazie a finanziamenti pubblici. Altro che “insana idea della politica industriale” dei suoi detrattori: il suo “stato innovatore” è “virale”, diffuso in tutto il mondo. Chi meglio di lei, deve aver pensato Conte, può aiutarci a uscire dalle conseguenze dell’epidemia da coronavirus? Apparentemente, una scelta perfetta. Altro che il Piacentini che Renzi aveva sottratto alla Apple per provare a digitalizzare la Pubblica amministrazione: la Mazzucato è il simbolo dell’interventismo, la rabdomante delle innovazioni, l’aquila dello sguardo lungo, il Pindaro dell’investitore paziente: chi meglio di lei per motivare le burocrazie nostrane e rassicurare i capitali stranieri? E, per parlare in prosa, chi meglio di lei per tenere a bada un’irrequieta maggioranza, divisa su quasi tutto, ma, dai Cinque stelle al Pd (per non parlare di LeU), compatta nel pretendere l’intervento dello stato? Perfino Renzi: Openfibre chi l’ha inventata?

Mariana Mazzucato è un consulente figurativo: come quelli che pure Trump, scoperto sul lato della prevenzione sanitaria, sta assumendo. La brillante studiosa non verrà certo sprecata sui tanti e controversi dossier aperti, e di certo non verranno sollecitati consigli sulle nomine. E’ una collocazione ideologica quella che ci si dà scegliendo lei. L’incrocio delle due culture può creare problemi da entrambe le parti. Alla Mazzucato potrebbe far bene studiare lo stato imprenditore italiano per capire che cosa effettivamente sia la politica industriale (altro che Silicon Valley!); buona o cattiva che sia l’idea dello stato imprenditore, in Italia l’insana idea ha dato il peggio di sé.

E quanto a noi, qualcuno potrebbe seriamente volere un maggiore intervento dello stato in un paese dove in poste ferrovie elettricità gas navi salute istruzione, dappertutto lo stato è predominante? Dove, fatti salvi alcuni scocciatori, l’intervento statale è difeso quando c’è, e invocato quando non c’è? Certo, c’è la green economy da sviluppare, magari accanto a quella blu di Gunter Pauli che Conte, nella sua preveggenza, ha chiamato insieme a Mazzucato nel suo staff. Ma oltre a suscitare l’incontenibile entusiasmo dei grillini, invece degli investimenti e delle centinaia di migliaia di posti di lavoro, per ora si vedono solo impianti da dismettere. Come può un programma di investimenti a lunghissimo termine salvare l’economia italiana ai tempi del coronavirus? Non sarebbe meglio un po’ di sano benign neglect? Certo, bisogna guardare lontano. Ma noi, da quanto tempo aspettiamo che si faccia qualcosa per ricominciare a crescere?

Quanto a innovazione, più che da imparare hanno qualcosa da insegnare le nostre aziende che hanno battuto la Germania nella crescita delle esportazioni, che è bastato dargli un po’ di fiato con Industria 4.0 e si è visto cosa han saputo fare. E lo stesso dicasi per tanti nostri ragazzi, che restino qui o che vadano all’estero. L’elenco dei nostri problemi lo sappiamo a memoria: invece di favorire il flusso dei lavoratori dalle aziende meno produttive a quelle più produttive, noi ci preoccupiamo di salvare i posti di lavoro dove sono; le piccole e piccolissime aziende, che abbiamo in numero enorme, sono meno produttive di quelle tedesche di pari taglia, hanno molti meno laureati e molte più resistenze a fondersi in unità maggiori.
Prioritario sarebbe por mano al sistema scolastico, ma abbiamo ministri dell’Istruzione che sono contro il valutare il merito, di studenti e di insegnanti. Si deve intervenire sul sistema giudiziario, civile e penale, ma diamo da farlo a un giustizialista che abolisce la prescrizione, aumenta le intercettazioni e ha una sua personale concezione della rule of law. Li abbiamo sentiti in televisione i nostri imprenditori, preoccupati che il blocco alla produzione gli faccia perdere i clienti delle supply chaine in cui sono inseriti, o che il coronavirus sia pretesto per bloccare alle frontiere i nostri prodotti (perfino le forme di Parmigiano!). Chiedono di fare chiarezza tra rigore nelle zone sospette e prudenza nelle altre, tra divieti e cautele; anche se abbiamo in alcuni casi esagerato e ci hanno indotti al panico, di difendere i nostri comportamenti nei rapporti con i nostri partner esteri. Se ci manca lo sguardo lungo, è che abbiamo esaurito la pazienza.

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di Luciano Capone – Il Foglio, 29 febbraio 2020

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