Occorrono politiche liberiste per uscire da una crisi provocata dal non liberismo

febbraio 17, 2004


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Falsi nemici. La convention della lista unitaria

Per quale ragione crearsi un nemico inesistente? Certo, quello di venerdì e sabato è stato un successo, un successo non prevedibile quando Michele Salvati, nell’aprile 2003, lanciò l’idea del partito democratico, non garantito neppure a luglio, quando Prodi avviò il processo unitario. Ma non è che di nemici non ne abbiamo già abbastanza: “nemici” fraterni, anche se per ora non ci sono state stecche nel coro; e nemici- nemici, anche se in questo momento un po’ acciaccati.

Invece, collegando pezzi di frasi colte qua e là, nella convention e a margine di essa, mi è sembrato che ci sia la tentazione di crearsi un nemico in più: il liberismo. Un nemico inesistente, non perché in teoria una politica liberista non possa essere in contrasto con il centrosinistra, ma per la più fondamentale ragione che in Italia il liberismo non l’abbiamo mai visto, né con l’Ulivo né con Berlusconi.

Esempi? Incominciamo dal più classico degli archetipi, il lavoro. Che fine hanno fatto le proposte avanzate da Treu durante il quinquennio dell’Ulivo? E con la Casa delle Libertà, il gran tormentone dell’art. 18 è finito in niente, mentre si è chiusa la finestra di flessibilità dei contratti di co.co.co.
Pensioni. A riformarle, ci ha provato D’Alema da segretario del PDS prima, da presidente del Consiglio poi: ed è stato fermato dal dottor Cofferati. L’ha annunciato solennemente a tutti gli italiani il Gran Comunicatore: ma la “gobba” della Dini è sempre lì, invece che limare la gobba, si limano le proposte.
Fondazioni bancarie: ci ha provato Amato, ci ha provato Ciampi, ci ha provato Tremonti. Vincono i Guzzetti e i De Biase.
RAI. Nel suo programma elettorale del 1996, l’Ulivo voleva privatizzarla. La legge Maccanico non fa la privatizzazione, ma non la esclude. La Gasparri la fa, ma in modo tale da sterilizzarne per sempre gli effetti.
Scuola: se Luigi Berlinguer l’hanno mandato a casa, Letizia Moratti l’han lasciata senza soldi. In generale, per i servizi pubblici, tra la corporazione che li eroga e i cittadini che li utilizzano, tutti i governi, di destra come di sinistra, non ci pensano un istante: stanno dalla parte della corporazione organizzata. Che si tratti di medici o di insegnanti, di notai o di tassisti.
Privatizzazioni. Ad ottenere da Bertinotti il consenso a vendere tutta Telecom in un sol colpo è stato Ciampi: un successo che ben si meritava un istante di compiacimento, analogo a quello del brindisi per l’entrata nell’euro, che campeggiava sugli schermi del Palalottomatica. C’è qualcuno che ha qualcosa da ridire? Il guaio è che è finita lì, perché quanto ad ENI ed Enel, col pretesto dell’italianità, non si è riusciti neppure a fare vendere le reti che devono per forza usare i loro concorrenti: che fosse al governo l’Ulivo o il Cavaliere.

Da noi il liberismo non è né una filosofia né una politica: è una tecnica di pronto soccorso in teatro di guerra. La più incisiva riforma delle pensioni l’ha fatta Amato, nella tempesta del ‘92. E’ stata l’Europa, con l’accordo Andreatta Van Miert a imporci di chiudere il capitolo IRI, e a vendere- tra l’altro – l’acciaio. Dodici anni dopo, per la minacciata chiusura di un reparto che fattura 65 Mio di euro l’anno, si recrimina che sarebbe stato meglio aspettare e che i contratti potevano essere più vantaggiosi. Tanto per non perdere il senso delle proporzioni, stiamo parlando di un millesimo di quanto fatturava il disastro dell’acciaio di stato.

Noi abbiamo vissuto una sola grande operazione liberista, l’euro. Il suo “padre”, Bob Mundell, da buon liberista e miglior teorico mondiale delle aree monetarie ottimali, ha sempre teorizzato che perché siano appunto ottimali, devono essere uniti davvero i mercati sottostanti, altrimenti l’unico tasso d’interesse provoca shock asimmetrici. Infatti anche di questo è figlio il rallentamento europeo, visto che l’area “core” tedesca avrebbe bisogno di tassi americani all’1,25 per cento e non al 2, mentre invece Spagna, Irlanda e i nuovi membri tutti a forte crescita si avvantaggeranno assai più che proporzionalmente dei paesi “core” in stagnazione. Liberista è lo statuto che fa dell’istituzione di Francoforte la banca centrale più indipendente al mondo. Liberista è il principio alla base del Patto di Stabilità, senza di che l’euro non avrebbe visto la luce, secondo cui i bilanci devono essere mediamente in pareggio, e che si deve mettere un limite alla possibilità dei governi di indebitare i loro paesi. Oggi il patto appare “stupido”, ma la sua mancata riforma non è affatto la mancanza di coraggio dei tax and spend, è la mancanza di coerenza di chi il mercato unico l’ha voluto solo sulla moneta mentre le corporazioni bancarie e del lavoro tengono separati tutti gli altri.

Larga parte del paese è più incerta, più a rischio, si sente o teme di potersi sentire più povera. Di questo certamente porta la colpa il governo di Silvio Berlusconi. Chiamare liberismo la sua politica inconcludente, significa attribuirle una dignità intellettuale ed una coerenza di azione che non si merita. Anche del fatto che il paese non cresce, porta la colpa il governo di Silvio Berlusconi. Ma “l’Italia vive un declino da dieci o vent’anni, non da tre o quattro; ed esso non nasce solo dal modo in cui si governa in questa legislatura, riguarda anche le precedenti”: a scriverlo è Tommaso Padoa Schioppa ( Corriere della Sera di ieri). Non cresce l’Italia, non cresce la Germania socialdemocratica, né la Francia colbertista: è tutta l’Europa che cresce un settimo degli Usa, e un ventesimo della Cina. Ci sono buone ragioni per pensare che questo dipenda da un deficit di liberismo. Ma anche chi non condivide questa opinione, non può escludere di dovere, un giorno o l’altro, ricorrere a misura liberiste per uscire dal declino. Allora, potrebbe dolersi di aver creato un nemico che non c’è. Gridare dagli all’untore è sempre un errore. Se si hanno gli antibiotici a disposizione, è una colpa.

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