Non è colpa di Santoro se ormai il vero coincide con il bello

ottobre 14, 2008


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Caro Direttore,

Premessa prima: sacrosanta la tua accusa alla puntata di Annozero su Unicredit, e alla costruzione di una tesi su presunte fonti anonime interpretate da attori professionisti. Tu licenzieresti un cronista che scrivesse un’intervista falsa; ricordo che in America non ebbero esitazioni a cacciare un giornalista che faceva reportage perfetti, ma viaggiando su Internet anziché andare sul posto.

Premessa seconda: Sono stato ad Annozero, c’era Grillo che accusava Tronchetti per le intercettazioni Telecom (che, come è ora noto, non esistevano). L’ho contestato duramente, ma non sono riuscito a inchiodarlo. Da allora ho deciso di evitare discussioni con i talebani delle tesi assurde, del tipo che lo sbarco sulla Luna della Nasa è stato girato in uno studio cinematografico, che le torri gemelle le ha tirate giù la CIA, che l’omeopatia è una cura, e il creazionismo un’ipotesi scientifica. Una scelta personale, che ho la fortuna di potermi permettere.

Però, venendo al dunque, credo che il fondamento su cui poggiano le tue obbiezioni é meno solido di quanto sembri. Tu accusi Santoro di avere montato la trasmissione in modo di far credere che “le prove” fossero autentiche, mentre erano ricostruzioni. Ma il vero è, per convenzione, quello che si accerta in tribunale, il risultato di una procedura. E dato che la sede televisiva non è quella in cui si appura il valore di una prova, meglio che non si faccia nulla per farlo credere, e che la fiction appaia per quello che é. Parafrasando, non ci sono fatti ma solo rappresentazioni.

Tu condanni l’ultima puntata di Annozero anche per le conseguenze che le “rivelazioni” di traffici intorno a Unicredit avrebbe potuto avere sul mercato finanziario. Ma se è difficile condannare con la categoria del vero, ancor più lo è con quella dell’utile. Chi stabilisce che cosa è utile a chi? E poi, suvvia, siamo realisti: vogliamo pensare che l’untorello Santoro abbia solo prodotto un’increspatura in più sullo tsunami che investe la finanza mondiale?

Ci si caccia in un ginepraio fondando la critica su categorie etiche di vero e falso: tu ne sei tanto cosciente che ti affretti a scrivere “giù le mani da Santoro, nessuno tocchi Caino, basta con gli editti bulgari”. Ma se l’etica non serve, si deve ricorrere all’estetica: il vero coincide col bello. Nel mondo dominato dalla tecnologia, il passato non fornisce più miti, consegnati in un CD e accessibili su Wikipedia. E neppure li fornisce il futuro, prefigurato da una playstation: la tecnologia è incapace di produrre senso. Ma una società senza fondamenti è una società spettacolarizzata. Il mondo moderno è mondo dell’immagine, visione di un senso non più intellegibile, non caratterizzato da una particolare raffigurazione del mondo, ma concepito come immagine, come cose che stanno come le vediamo: una cristallizzazione di ciò che crediamo essere il mondo. Tutto il mondo è una palestra, come nell’ultimo film dei fratelli Coen, dove si corre senza senso, e la preoccupazione è solo la conservazione di sé, le operazioni di chirurgia plastica che la protagonista deve farsi, e che scatenano tutta la vicenda. “Il mondo vero alla fine è diventato una favola”, titola Nietzsche un capitolo del Crepuscolo degli Idoli. I format sono simbolismi socialmente stabiliti che producono i loro linguaggi: quello dei modellini di Bruno Vespa non è concettualmente diverso dalle “testimonianze recitate” di Michele Santoro.

In una società spettacolarizzata, l’individuo atomizzato è disponibile per tutti i populismi: quelli di cui parli nell’editoriale di ieri, quelli autoritari, protezionisti, xenofobi, quelli che predicano la fine del capitalismo a chi la spera per odio radicato e a chi ci si rassegna per debole fede. Ma nel mondo interamente spettacolarizzato assumono maggior valore le differenze, le eredità indebolite: tradizioni, convenzioni, senso del rischio, valore del merito; lo spessore e l’ampiezza della rete che connette le strutture materiali di produzione e di scambio.

Da noi, spettacolarizzazione della vita e indebolimento delle eredità sembrano giunti a uno stadio particolarmente avanzato. Siamo più esposti al populismo. Anche per una difficoltà specifica della sinistra. Perché la sinistra si definisce con un mito, pensa che ci siano valori, l’eguaglianza, la giustizia sociale, che trascendono l’individuo. E’ quindi a mala parata in un mondo in cui tutto è spettacolo, immagine. Si vede dove portano la patetica retorica e i penosi tentativi di definire una TV pubblica di qualità contro quella commerciale guidata dall’audience: Annozero su RAI2. Mentre Berlusconi nella società spettacolarizzata si trova perfettamente a suo agio. Le dietrologie di Annozero su Geronzi sono sullo stesso piano del suo spot che invita comperare azioni di Enel ed Eni. O di quelli sulla munnezza o Alitalia.
Di Berlusconi fino al ’94 si è pensato che fosse un simbolo: della libertà di impresa, dello svelamento della metafisica del servizio pubblico, presunto titolare di un’informazione “oggettiva”. Dal ’94 ad oggi egli è interamente l’emblema di questo mondo spettacolarizzato. Santoro, a quel mondo, pretende di sottrarsi, di essere diverso dalla De Filippi: il vero modo di criticarlo è di non crederci.
Ma poi, siamo proprio sicuri che ci creda lui?

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