No al riflusso

ottobre 16, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Contro la vampata statalista. I vizi della gestione governativa di Alitalia, Telecom e Ansaldo

Francesco Giavazzi, Salvatore Rebecchini, Carlo Stagnaro, Giorgio Arfaras, Enrico Colombatto, Francesco Daveri, Franco Debenedetti, Ernesto Felli, Corrado Sforza Fogliani, Alberto Forchielli, Francesco Forte, Riccardo Gallo, Andrea Giuricin, Fiorella Kostoris, Mauro Marè, Alberto Mingardi, Fulvio Ortu, Riccardo Puglisi, Riccardo Ruggeri, Fabio Scacciavillani, Mario Seminerio, Chicco Testa, Francesco Trebbi, Francesco Venier

Il protezionismo industriale torna di moda a Roma. E non è un belvedere”, ha scritto il Financial Times. Il governo Letta, sostenuto da Pd, Pdl e Scelta civica, sta inviando infatti un messaggio pericoloso agli investitori internazionali ed errato a quelli domestici. Lo dimostrano le vicende degli ultimi giorni di Ansaldo Energia, Telecom e Alitalia.

Mentre il presidente del Consiglio, Enrico Letta, si trovava nelle settimane scorse a Wall Street per presentare le possibilità d’investimento in Italia, infatti, il Fondo strategico della Cassa depositi e prestiti interveniva per rilevare l’85 per cento di Ansaldo Energia. “Operazione di sistema” avvenuta attraverso la Cdp (il cui capitale è controllato per l’80 per cento dal ministero dell’Economia e al 18 per cento dalle Fondazioni di origine bancaria) e che per certo ha allontanato momentaneamente investitori stranieri che pure s’erano fatti avanti. Su Telecom, già privatizzata negli anni 90 senza affiancamento di un’opportuna liberalizzazione, e poi protetta essa stessa da “operazioni di sistema” negli anni successivi, nelle scorse settimane si poteva ritenere fosse giunto il momento del normale redde rationem con il mercato.
Tuttavia anche in questo caso il governo ha deciso di intervenire, non senza sorpresa da parte degli osservatori internazionali. Da una parte si sostiene che adesso andrebbe cambiata la legge sull’Opa, rendendo più difficile (e remunerativa per gli azionisti, certo) la scalata degli investitori stranieri; dall’altra l’esecutivo si affretta a resuscitare “ragioni di sicurezza” per esercitare poteri di interdizione nell’uso della rete telefonica. Il tutto in corso d’opera, nel momento in cui avviene il naturale ricambio tra azionisti di riferimento che hanno fallito e azionisti che si candidano a sostituirli. Alitalia, infine. Dopo gli errori del passato, con la soluzione domestica perseguita dalla politica, dai sindacati e dagli stessi investitori che ne sono stati protagonisti, oggi se la compagnia di bandiera fosse un’azienda normale dovrebbe chiedere l’amministrazione straordinaria.
Invece, con l’intervento di Poste (controllata al 100 per cento dal Tesoro) a sostegno di Alitalia, si accetta senza dibattito preventivo – e senza predisporre quindi piani industriali e criteri di temporaneità che hanno caratterizzato i pur straordinari interventi del governo statunitense in alcune aziende di quel paese – l’idea che la società in questione sia un’azienda più uguale delle altre. Meritevole per questo di non fallire e soprattutto di non essere insidiata dal basilare principio della contendibilità dell’azionariato, così come avviene anche per Ansaldo Energia e Telecom Italia.
Dopo anni in cui, almeno da un punto di vista retorico, si è sostenuta l’idea che la direzione di marcia dovesse essere quella delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, assistiamo adesso a una drastica inversione di rotta. Dietro la rivendicazione ostentata da alcuni esponenti di governo di un ritorno in auge della “politica industriale”, assistiamo a un pericoloso riflusso statalista, anche nel dibattito pubblico.
Questo non conviene alle nostre imprese, nemmeno a quelle più inefficienti, non piace ai potenziali investitori nazionali e internazionali, sempre più timorosi di avere a che fare con una politica interventista e imprevedibile, non conviene al contribuente, sempre più vessato e sfiduciato sulle sorti del paese.
Noi sottoscrittori di questo appello chiediamo quindi al governo di astenersi dall’intervenire nei processi di mercato, in assenza di giustificate e specifiche ragioni da definire ex ante. La competizione deve implicare la mobilità dei fattori produttivi: non può essere sacrificata ogni volta che gli interessi di politici, di capitalisti relazionali e di sindacati rischino di esserne danneggiati.

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