Mi adeguo. Ma il no è rischioso

giugno 16, 2006


Pubblicato In: Corriere Della Sera, Giornali

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ROMA— Per aprire una nuova stagione di riforme, basterebbe un’intesa tra i leader dei due poli: comunque vada il re ferendum, dal giorno dopo ci si siede a un tavolo. Basterebbero poche parole, ma indipensabi1i. Perché se restasse il muro contro muro, anche se il 25 giugno vincesse il no, “potrebbe essere poi difficile tare le riforme”. Lo dice Franco Debenedetti, ex senatore dell’Ulivo. Che al referendum voterà no.

“La necessità d scrivere assieme le regole è stata dichiarata da Tremonti e indicata nelle prime interviste di Bossi; nel programma del centrosinistra è scritto, e ribadito da Fassino, che le riforme sì fanno a larga maggioranza: se 1e cose stanno così, 1a volontà di sedersi a un tavolo deve essere esplicitata prima del voto da entrambe le parti, come ha auspicato anche Montezemolo”.

Non si rende inutile il referendum?
“L’esigenza oggi è di guardare al di là del referendum. Il voto non va sfruttato né per fini impropri, e cioè per dare una spallata al governo, né per posizionarsi meglio per le trattative”.

Quali conseguenze si avrebbero andando al voto senza intese preventive?
“So bene che non è identica la situazione in caso di vittoria del sì o del no. Con il sì, sarà inevitabile apportare correzioni a un testo che non soddisfa nemmeno chi lo ha votato. Con il no, si ricomincia da zero, Il campo si apre a qualsiasi riforma, e questo rischia di aprire seri problemi per il centrosinistra”.

Perché?
“Perché è estremamente ampio il ventaglio di opinioni tra chi ritiene initoccabile la Costituzione, chi la vuole solo ritoccare, chi apre al premierato… Se prevale il no senza una precedente intesa tra le parti, l’Unione rischia la vittoria di Pirro: di divaricarsi tra discussioni senza fine e polemiche sterili”.

Con il risultato di non arrivare a nessuna riforma?
“Beh, per sedersi al tavolo con la Cdl bisogna avere le idee chiare…”.

Crede ancora all’intesa?
“Credo di sì: non si tratta di dire agli elettori di cambiare orientamento al voto, ma di prendere un impegno politico per il dopo”.

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