L’economia.
Statalismo paternalista e corruttore

febbraio 9, 1996



Intervento di Franco Debenedetti

Invitato a parlare dell’attualità del pensiero di Sturzo in materia economica, mi sono accorto che era stato dato al mio intervento un titolo piuttosto contradditorio. Infatti, “L’economia: Stato sociale contro lo statalismo” è un nonsense che avrebbe fatto rigirare Sturzo nella tomba. Perché non vi siano dubbi, il titolo esatto è: “Contro lo stato sociale e lo statalismo”.

Premetto una citazione di Sturzo da Sociale, parola magica: «Non è di oggi la denominazione, alla quale certi economisti indulgono, di economia sociale invece di economia politica, credendo questa essere basata sulle libertà di mercato, mentre la sociale sarebbe basata sull’interventismo sociale. Fra tante economia pubbliche e private vi sono quelle solide e quelle fallimentari».
Non essendo un conoscitore del pensiero economico di Sturzo per ragioni storiche e per studi accademici, mi ritengo dispensato dal compito di delinearne l’impianto teorico e la ricchissima articolazione, dall’esperienza municipale di Caltagirone, attraverso la fondazione del Partito Popolare, l’esperienza parlamentare, l’opposizione al fascismo, gli approfondimenti durante il lungo esilio, fino alle battagliere politiche degli ultimi anni. Ho accolto l’invito perché, come sostenitore del mercato e della libera impresa, mi trovo isolato in parlamento non meno di quanto lo fosse Sturzo alla sua epoca. È fin troppo facile trovare elementi di attualità spigolando negli interventi antistatalisti che percorrono, con ostinata continuità, gli ultimi anni di Sturzo. E sarebbe riduttivo, oltre che storicamente scorretto, cedere alla tentazione di applicare al presente le sue invettive contro la presenza statale in economia, condotte con una violenza che a Salvemini era parsa quella di un cattolico giansenista e a De Rosa di un giacobinismo cristiano. Ma è certo illuminante constatare la fondatezza della teoria di Sturzo, anche se sarebbe una sterile querelle immaginare cosa sarebbe accaduto se fossero state ascoltate. Il fatto è che Sturzo fu pesantemente perdente in ordine agli indirizzi che furono assunti in Italia negli anni Cinquanta. Si potrebbe pensare che questo, per un politico, è ciò che conta; eppure, ci sono uomini politici pienamente consapevoli che la loro voce resterà isolata, ma che insistono a levarla affinché gli altri, dopo di loro, appartenendo alla stessa tradizione, possano trovare motivi ideali di continuità senza subire sconfessioni. Sturzo era uno di questi.
Per cogliere l’attualità del suo pensiero, conviene dunque chiedersi se, in un contesto tanto mutato, non si possano ravvisare in Sturzo i temi per un rilancio della cultura cattolica di questo Paese, allo scopo di renderla più adeguata al suo ruolo storico e politico. Non faccio parte di questa area, ma la sconfitta e l’eclisse che ha subito negli ultimi anni rappresenta da un lato un problema, dall’altro lo spreco di una risorsa indispensabile alla nostra vita politica.
Sturzo fu inascoltato da tutte le parti politiche e, secondo alcuni, perfino dalle gerarchie ecclesiastiche(«Quel buon prete dovrebbe rendersi conto che i tempi sono cambiati, ci vogliono uomini nuovi per situazioni nuove»). Sturzo, se ebbe ovviamente ragione nel denunciare le degenerazioni dell’intervento statale, tuttavia non colse le ragioni sociali e politiche nella sua inevitabilità: questo in sostanza, il refrain dei suoi critici quando tornò in Italia, negli anni Cinquanta. Quando scriveva «della trista eredità che ci viene dal periodo della restaurazione, ma che è stata intensificata nel periodo fascista e che ora incombe su tutti come una necessità fatale», Sturzo si rendeva conto che il Paese che avrebbe voluto non esisteva nella realtà, né all’epoca della collaborazione con Giolitti, né, certamente, dopo il fascismo. Il modello sturziano di decentramento, di regionalismo, di smobilitazione dell’apparato protezionistico del fascismo non era possibile ai ceti medi, la cui visione dello stato era profondamente cambiata, avendo interiorizzato l’abitudine mentale alla pubblicazione di vasti settori della vita sociale. I suoi contemporanei accusarono Sturzo di non aver assimilato il keynesismo; non si vuole discutere se le politiche che hanno condotto all’espansione dell’Iri e alla creazione dell’Eni fossero, a rigor di termini, keynesiane, né se esse siano state funzionali a superare il grave ritardo con cui l’Italia si incamminò sulla via dello sviluppo. Certo, Sturzo non colse, di quella temperie culturale, entusiasmi che anche a posteriori non ci si sente di condannare, come invece vanno condannate le interpretazioni che ne dettero i tardi epigoni: il momento di esaltazione programmatoria, l’illusione – non certo ignobile – che fosse possibile indirizzare questo Paese verso uno sviluppo più accelerato, pianificare e guidarne i destini; quegli entusiasmi che nostalgicamente ricordava Mario Pirani in un articolo su La Repubblica. Oggi che la crisi dello Stato e del modello socialdemocratico obbliga il pubblico a ritirarsi, sarebbe ingiusto rileggere quel periodo solo attraverso le polemiche di Sturzo contro il teorizzatore dello statalismo, La Pira, e contro il suo massimo realizzatore, Mattei. E sarebbe poco rispettoso ridurre la ragione di questi ultimi alla necessità di estendere la presenza democristiana nei gangli vitali della vita nazionale, per rafforzarne l’area di consenso.

Chi ha paura di don Sturzo?
Passato e futuro del cattolicesimo liberale.

Atti del Convegno Liberal
Roma, 9 febbraio 1996

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di Franco Debenedetti – Atti Liberal, 9 febbraio 1996

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