Le basi morali di una moneta

giugno 25, 2012


Pubblicato In: Giornali, La Repubblica


Affari&Finanza, pag. 1, 10

Caro Direttore,
“il popolo e le classi dirigenti tedesche non possono permettersi di sbattere fuori la Grecia ed è inutile ricordarne il perchè, stampato nella memoria del mondo intero a caratteri indelebili”, scrive Eugenio Scalfari nel suo editoriale della Domenica. Il perchè è stato sempre presenti nella memoria dei padri dell’Europa, da Jean Monnet, a Mitterrand e Kohl.

Il 94-enne Helmut Schmidt, parlando il 4 Dicembre 2011 al congresso della SPD, trac­ciava un arco a collegare la colpa tedesca per l’Olocau­sto, l’intesa tra Schumacher e Adenauer, fino alla moneta co­mune e alla necessità che la Ger­mania si prendesse una parte del peso dei debiti degli altri paesi del­l’eurolandia.

Thilo Sarrazin, nel suo ultimo libro, va oltre. Se per Schmidt la Germania ha la “necessità”, se per Scalfari “non può permettersi”, per lui “desidera”: desidera libe­rarsi dei sensi di colpa che la af­fliggono dalla seconda guerra mondiale, desidera condividere una forza per cui si sente la co­scienza sporca.

L’Olocausto, per la sua unicità sposta su un altro piano ogni di­scorso che vi si riferisca: richia­marlo a questo proposito sarebbe sacrilego. Basta il ricordo delle trincee della Somme e delle città coventrizzate per gridare il “mai più guerre tra noi” che è alla base dell’Unione europea. E’ anche al­la base dell’euro? C’è relazione tra il peso di quella storia e la crea­zione dell’euro? A me pare di no. Innanzi tutto perché non è neces­saria: nei 40 anni da Roma a Maa­stricht non c’è stato nessun ac­cenno di moti centrifughi, la posi­zione francese in materia di difesa non è mai stata considerata un pe­ricolo, né le svalutazioni delle mo­nete nazionali il possibile inizio di una guerra. E poi perché mentre Roma è la rinascita dal passato, Maastricht è la visione, economi­ca e politica, del futuro; Roma è inglobante, Maastricht è vincolan­te, quella è un nucleo aperto a chi vuole entrarci, questa rende diffi­cile a chi c’è di uscirne: chi, aven­do adottato l’ euro, lo abbandona, esce anche dall’Unione e non può più rientrarci. E così deve essere, dato che questa unione moneta­ria per definizione non può con­sentire aggiustamenti di cambio. Anche il principio del no bail-out è parte costitutiva del progetto, è lo strumento necessario (anche se si è rivelato non sufficiente) perché la politica monetaria porti le politiche fiscali ad avvicinarsi gra­dualmente. Tutte cose che non hanno nulla a che vedere con le tragedie del passato. Non ci sono né risentimenti né sensi di colpa alla base della creazione dell’eu­ro: sarebbe oltretutto una debo­lezza incompatibile con la prete­sa di vederlo accettato come mo­neta di conto alla pari del dollaro.

Fare a meno dei sensi di colpa mi pare una considerazione rassi­curante, preoccupante sarebbe il contrario: vorrebbe dire che una costruzione così ambiziosa, mai tentata prima d’ora, è fondata su altro che la meditata saggezza e la convergenza degli interessi. Peg­gio ancora sarebbe farsi guidare da sentimenti e risentimenti nelle attuali difficoltà, quando si sta prendendo coscienza che ci sono stati errori di progetto e si cerca di trovare soluzioni. Facendo leva su quanto è nascosto nel profondo delle coscienze dei popoli si pos­sono magari avere dei vantaggi negoziali, ma si va in contraddi­zione con l’obbiettivo che si di­chiara di voler perseguire. Perché la solidarietà è tra uguali, la com­pensazione invece è tra diversi.

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