La speranza negata

luglio 15, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


L’hanno chiamata «Restore hope»; ma quale speranza, e di chi? La speranza di Bush di lasciare la Casa Bianca a testa alta, di rinverdire, mandando i marines in Somalia, gli entusiasmi che durante la guerra del Golfo gli avevano valso consensi quasi plebiscitari?
O la speranza di Clinton di dimostrare di saper prendere decisioni, e di riaffermare il ruolo, forte e giusto, dell’America, in tutti i teatri del mondo?

O quella di Boutros Ghali, di far dimenticare l’impotenza dell’Onu a impedire il massacro in Bosnia, di affermarne il nuovo ruolo di garante universale dei principi del diritto nel mondo non più bipolare, capace di organizzare non solo solenni condanne, ma anche complesse missioni operative?
O la speranza di Kohl di guadagnarsi un seggio tra i grandi del mondo, e con esso la rielezione, spedendo, per la prima volta dalla fine della guerra, qualche migliaio di soldati fuori dai confini?
O la nostra, di trovare in Somalia un punto di convergenza tra solidarismo cattolico e virtù nazionali, tra servizio civile e servizio militare, la croce e la spada? Di tacitare le critiche e di far dimenticare le responsabilità per una politica di aiuti trasformata in occasione per pratiche acquisitive?
Non poteva in fondo andare diversamente: l’usare persone e situazioni come mezzi e non come fini non poteva non manifestare le sue contraddizioni, la sua intrinseca immoralità. Ancora una volta il, Sud del mondo viene usato per scopi che gli sono estranei: gli affamati a cui portiamo cibo, i guerriglieri che cerchiamo di disarmare sono le comparse necessarie per un gioco che si svolge altrove. Che si lancino bombe o si ricerchi il dialogo, altri sono i destinatari del messaggio.
Così già era all’epoca della duplice bipartizione del mondo, quando il Sud veniva strumentalizzato per riproporre, in quadratura, il conflitto Est-Ovest. Caduta l’ideologia comunista, emerge l’opposizione tra laico e religioso, tra razionalità, economica e fanatismo tribale ed ascetico, in cui si fronteggiano un Nord laico ed economicista ed un Sud religioso e pauperista, in cui i ricchi si fanno vanto della loro ricchezza ed i poveri della loro povertà. Saddam resta al potere, i serbi continuano a eliminare i musulmani. In Somalia tutto sembrava più facile; se la ripresa televisiva non riusciva bene, si poteva sempre chiedere ai marines di ripetere la scena dello sbarco.
«Restore hope»: la speranza che vogliamo ristabilire è la nostra: quella che, unificato il mondo con gli stessi desideri, le stesse fogge di vestire, gli stessi oggetti da consumare, le stesse armi da possedere, il Sud non ci minacci con le sue ideologie, non ci invada con le sue migrazioni: per questo si devono anche dare occasioni, il più possibile facili, per dimostrare la nostra potenza o la nostra bontà.
Anche le ambizioni dei signori della guerra, la fame delle popolazioni delle campagne sono strumenti di un gioco. Possiamo mascherarlo con’ tattiche diverse, con le rappresaglie e con le trattative; ma la posta è comunque il nostro potere: quello di costringere il Sud del mondo, in particolare quello che si estende dal Caucaso al Corno d’Africa, attraverso i campi di petrolio del Golfo, a quanto scriveva, nel 1518, l’anonimo, autore del «Compendious»: far sì cioè che, se le nostre merci sono necessarie per loro, le loro merci appaghino più i nostri piaceri che le nostre necessità.

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