La normalità perduta

novembre 16, 2014



Recensione di
The end of normal
James Galbraith
Simon & Schuster, pagg. 304

Siamo vissuti nella cultura della crescita: desiderabile, dovuta e perpetua, normale, appunto. Ruolo dei governi è promuoverla, moderando i cicli economici: le recessioni saranno seguite da riprese, l’economia ritornerà al trend di lungo periodo, l’output potenziale. Non era così per gli economisti dell’epoca vittoriana: per loro, scrive James Galbraith, «il fine ultimo non era la crescita economica ma l’investimento o l’accumulazione di capitale».

Tra il 1945 e il 1970 l’America conobbe un periodo di crescita e stabilità. Con la vittoria sul nazismo e la resistenza al comunismo sembrò che fosse iniziata una nuova storia. Il capitalismo, convenientemente tenuto a bada da socialdemocrazia e welfare, poteva fornire le promesse del comunismo, senza commissari e campi di lavoro. Per gli “economisti d’acqua dolce” – i liberisti sulle rive dei grandi laghi – sarà grazie al meccanismo dei prezzi sul mercato; per quelli “d’acqua salata” – i keynesiani della costa atlantica – sarà con l’intervento di politiche pubbliche. In discussione è solo quanto intervento serva per la crescita “normale”.

Finché, negli anni Settanta, in questo paradiso terrestre arrivano una mela e un serpente. La mela è il neo-keynesismo: la performance economica, dice Kennedy a Yale del 1962, è la crescita, realizzarla è una permanente funzione dello Stato. Sulla mela i suoi consiglieri han disegnato la curva di Philips: a scegliere nei trade-off tra crescita e disoccupazione sarà il presidente. Il serpente è la guerra del Vietnam: economicamente poca cosa rispetto alla guerra del ’40, ma politicamente il mondo è cambiato. Il potere americano non è più indiscusso, e neppure il suo “esorbitante privilegio”: il dollaro perde potere d’acquisto, di qui inflazione, deficit commerciali, e la fine di Bretton Woods.

Poi sul giardino terrestre del dopoguerra piombano i “cavalieri dell’Apocalisse”. Il primo è la previsione del costo a lungo termine delle risorse energetiche. Le grandi aziende, con elevati costi fissi, e progetti a lungo termine, sono molto sensibili alle oscillazioni dei prezzi. Le banche hanno i più alti costi fissi: è questa la ragione strutturale che connette crisi finanziaria e andamento dei prezzi dell’energia. La forza militare non garantisce più agli Usa energia a basso costo: è questo il secondo cavaliere. Il terzo è l’innovazione tecnologica, consente di ridurre soprattutto i costi di personale; la grande sorgente della piena occupazione, si è prosciugata; interventi keynesiani non ricreano posti di lavoro, i soldi verrebbero usati dai consumatori per ripagare i debiti, dall’industria per investire in tecnologie che risparmiano lavoro. Il quarto è la frode, la vendita massiccia di mutui a gente che si sa che non avrà mai i mezzi per pagarli: è la frode la risposta all’incapacità dei creditori di adeguarsi al declino delle possibilità reali. Tant’è che la crisi colpisce duro nei Paesi con i più alti costi fissi e la massima dipendenza energetica, gli Usa e il sud Europa.

Il collasso è definitivo. Non c’è da aspettarsi il normale alternarsi del ciclo economico. Non ci può essere un revival keynesiano, mancano le risorse, le istituzioni, i fondamenti psicologici. «Non è bruciata la dinamo; il motore è fuso: mettere benzina non serve». Non c’è ritorno alla normalità. La crescita rapida sbatte contro i propri limiti, la decrescita porta al disastro, la soluzione è una crescita lenta, stabile, di lunga durata. Questo richiede riforme istituzionali, investimenti cauti, regolazione continua. Il nocciolo di saggezza è ridurre le dimensioni delle istituzioni che usano più energia: incominciando dalla forza militare globale, ormai inutile, e dalle grandi banche in quanto intermediarie di chi usa energia. Bisogna adeguarsi materialmente e psicologicamente: rafforzare le istituzioni del welfare, e rifondare un capitalismo basato su unità decentralizzate, con bassi costi fissi, modesti ritorni sull’investimento, ad alta intensità di manodopera. Il riferimento teorico di James Galbraith è Hyman Minsky e l’ipotesi di instabilità finanziaria. Il ruolo centrale che assegna all’energia sa di Club di Roma: ma le relazioni che coglie tra disponibilità di risorse, vicende tecnologiche e geopolitiche, e cicli economici sono sorprendenti. La “frode” con cui spiega la crisi finanziaria, è un termine non moralistico, ma descrittivo.

Che si sia entrati in un new normal, che questa stagnazione possa essere secolare lo dicono ormai in tanti: Galbraith spiega perché. Tuttavia la sostenibilità – a parte la desiderabilità – di un mondo a bassa crescita, appare largamente indimostrata. «Se disporre di principi economici appropriati non è servito a prevedere prima il collasso dell’impero sovietico, e vent’anni dopo la crisi finanziaria mondiale, forse il problema sta nel modo con cui li abbiamo usati». In questo senso The End of Normal, con la sua scrittura brillante, a volte sarcastica, sempre chiarissima, è sicuramente una lettura stimolante.

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