Il problema non è Fazio, ma le regole

settembre 22, 2005


Pubblicato In: Varie

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Il senatore Ds: voterò la mozione dell’Unione, ma un’azione di forza è inutile

Senatore Franco Debenedetti, lei concorda con l’odg presentato dall’Unione? Lo voterà?
«Lo voterò: ma solo per disciplina di gruppo. Ritengo sbagliato far discendere il ricambio al vertice di Banca d’Italia dalle ragioni di credibilità, come sostenuto dal Governo: ci sono ragioni molto più importanti per esigerlo, ed è un errore non prendere queste a fondamento della nostra iniziativa».

Lei contesta la linea Siniscalco?
«Cerca di risolvere il problema con un atto di forza: non è utile per il Paese».

A dire la verità è la linea anche di molti professori…
«Mettendo tutta l’enfasi sul tema della credibilità, ed oltretutto attivamente amplificandolo con un’enorme enfasi mediatica e giudiziaria, si mette in ombra il vero problema: il nostro Paese ha bisogno di voltar pagina rispetto ai metodi e ai criteri con cui viene gestito il sistema del credito. A riconoscerlo sono in prima fila proprio gli economisti. Per citare solo l’ultimo, il prof Rato, direttore del PFmi, che oggi (ieri, ndr) sul Sole 24 Ore spiega cosa serve all’Italia: avere un sistema finanziario e bancario competitivo. “Più aperto è meglio è per l’economia italiana”, dice. Questo è quello che l’attuale modo di gestione della Banca d’Italia non consente. Questo è quello che deve cambiare».

Vuoi dire che è una questione di regole e non di persone?
«Il nostro Paese ha bisogno di concorrenza, il credito deve essere erogato in base al merito non alle relazioni. Come può esserlo se al vertice il sistema delle banche è gestito in modo monocratico e schermato dalla concorrenza sulla proprietà?».

Lei non rileva che ci sia comunque un danno all’immagine del Paese derivante dai comportamenti di Fazio, a prescindere dalle regole?
«Se non si cambiano le regole, chi ci assicura che la persona nuova seguirà le indicazioni degli economisti che lei richiama, e la volontà politica del Parlamento? Questi criteri di gestione sono andati bene per gli anni passati, ma non sono coerenti con l’attuale struttura di imprese e mercati, in epoca di globalizzazione e di un mercato finanziario unico in Europa. E ovviamente ci vuole una persona nuova per realizzare criteri così diversi dal passato».

Allora perché tutti parlano di credibilità del Paese?
«Ancora nella primavera di quest’anno molti, anche in Confindustria, ritenevano che fosse un errore introdurre la riforma della Banca d’Italia nel ddl sul risparmio. Sono bastate due operazioni su due medie banche regionali per far cambiare idea».

Non c’entrano le telefonate?
“Un Paese perde credibilità se non c’è lo Stato di diritto. E uno stato di diritto prevede che le eventuali colpe vengano accertate in contraddittorio, con procedure definite “.

Ma qui la magistratura fa il suo corso liberamente…
“Una cosa è l’obbligatorietà dell’azione penale: tutt’altra cosa è andare alla caccia degli indizi su cui costruire un fatto in funzione accusatoria».

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