Il problema di Orsini con il sottopancia

marzo 29, 2022


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Al direttore.
Anche se c’è sempre qualcuno che lo dice, è un nonsenso sostenere che in Italia – o negli Stati Uniti o in generale in occidente – non c’è libertà di parola. Chi dice il contrario confonde la libertà di parlare con la capacità di farsi ascoltare (o leggere): questa dipende dalla reputazione, quella guadagnata con la validità delle proprie idee e quella accordata da coloro che hanno il potere di farlo, i mezzi di comunicazione. Giornali, televisione, media digitali sono per la reputazione quello che le banche centrali sono per la moneta: hanno potere di crearla. Facendo circolare parole e idee, i media creano la reputazione degli autori, e si arricchiscono essi stessi del loro valore reputazionale. E’ una spirale: quanto più si accresce la reputazione del medium, e tanto maggiore è quella che può conferire. Non è l’oro nei forzieri, ma la reputazione che conferisce valore alla valuta. Anche le università conferiscono reputazione, di quell’oro sono i “forzieri”. Si è accumulata nei secoli proprio per la libertà di parola e di ricerca, che hanno garantito a pensatori e scienziati. La libertà è necessaria perché si attivi il meccanismo della peer review, uno dei pilastri della costituzione della conoscenza, cioè dell’epistemologia liberale.

Quando in un talk-show nel “sottopancia” del partecipante compare, magari a sua insaputa, la scritta “Università Luiss”, entrano in gioco più reputazioni: quella del personaggio invitato, quella del suo ateneo, quella di Confindustria a cui esso fa capo. Se il partecipante è il prof. Alessandro Orsini, di cui solo gli specialisti conoscono i meriti di studioso, negli spettatori la sua reputazione è derivante da quella scritta sotto alla sua immagine. Questo può generare equivoci: perché non a tutti è ovvio che il professore parla a titolo personale, che non sia necessario leggere il fine print per sapere che quelle che esprime sono le sue libere opinioni. La politica sovente entra a formare l’identità di un ateneo, ma un’università entra in questioni politiche in una prospettiva storica e filosofica: e questo non sempre è ovvio.

I media sono imprese, il loro valore dipende dalla loro audience; e poiché questa aumenta con la polarizzazione, i media hanno interesse a trasmettere i contrasti di idee, non solo tra persone di riconosciuta reputazione, ma anche con le istituzioni a cui fanno riferimento: che nel caso in questione sono Confindustria, il governo, l’Unione europea di cui facciamo parte. E se i media hanno interesse, sono disposti a pagare per assicurarsene la loro partecipazione: finisce che il professore si vede attribuito un inaspettato valore di mercato.

Non spenderò una parola per confutare le sue tesi, le ho già contestate sul Foglio. Sono le stesse che sostengono Carlo Rovelli, Luciano Canfora, Donatella Di Cesare, e altri. La differenza è solo che le “Sette brevi lezioni di Fisica” l’hanno comperato centinaia di migliaia di persone, la querelle sull’autenticità del Papiro di Artemidoro è stata per anni sui giornali, i quaderni di Heidegger saranno neri ma sono pur sempre del maggiore filosofo del ’900. Invece agli occhi dei più è il sottopancia la maggior fonte di reputazione del prof. Orsini, una minoranza essendo quella che ha letto sul suo Osservatorio gli articoli suoi scritti in favore del vaccino russo Sputnik. A tutti suggerisco di riflettere sul questo pensiero: “Ne pouvant faire que ce qui est juste fût fort; on a fait que ce qui est fort fût juste”. E’ di Pascal, quanto a reputazione.

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