Il paradosso dell’usura e la lezione di Reagan

novembre 8, 2011


Pubblicato In: Giornali, Vanity Fair


dalla rubrica Peccati Capitali

L’usura è un delitto odioso: chi, in un momento di difficoltà, cade nelle spire degli strozzini, non ne esce più. Intervenga dunque lo Stato, punisca chi la esercita, aiuti chi ne soffre. La legge antiusura è una delle prime proposte del primo Berlusconi, nel 1994: prevede ben due fondi, uno di solidarietà per le vittime, uno per la prevenzione, poi li unifica, ci mette sopra un Comitato di solidarietà, istituisce nuclei di valutazione, sottoscrive protocolli di intesa. Nell’ultimo decennio i mutui erogati sono 175 milioni: ma il 40% deve essere revocato perché manca la prova dell’impiego, l’80% perché i recuperi sono marginali; sovente si constata “contiguità ambientale sociale ed economica tra usurato e usuraio”. Scatta la risposta “forte”: formazione, piano media, materiale pubblicitario, sito internet, numero verde.

Cosa è successo? Siccome sconfiggere la mafia è difficile, ma prendersela con le banche porta voti, la legge fissa un tetto oltre il quale il prestito è usurario. Per le banche, basta sbagliare di un decimo di punto su un conto, e si apre un provvedimento penale. Per la mafia il tetto è una garanzia: sta tranquilla nel limite, chiede solo di acquistare pulizia trasporto sicurezza da imprese “amiche”. C’è da stupirsi se il Cnel constata che le denunzie per usura sono circa 400 l’anno e che solo nel 49% dei casi si chiudono con una condanna? Ma al call center ci hanno messo 10 operatori, dalle 9 alle 19: hanno risposto in media a 2000 telefonate l’anno, meno di una al giorno per ogni giornata lavorativa.

Ancora una volta aveva ragione Reagan: lo Stato è il problema, non la soluzione.

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