Il futuro di Torino non è la decrescita felice

ottobre 30, 2019

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Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


La storia recente di Torino l’ho vissuta con la partecipazione, appassionata, di chi nella sua industria eponima (e dintorni) ha lavorato per più di vent’anni, e con quella, ragionata, su ciò che la politica deve fare: creare le condizioni per cui chi ha un progetto lo realizzi, e chi ha un’impresa la sviluppi. La politica degli anni passati ha avuto indubbi meriti: di fronte alla botta tremenda di perdere oltre 100.000 posti di lavoro, ha avuto idee, ha saputo indicare altri orizzonti di sviluppo. Ma è stata anche autoreferenziale, invece di preparare il ricambio generazionale ha puntato a lungo su personaggi di indubbio carisma; non ha fatto leva sull’autonomia dei centri territoriali che fanno cultura, dal Regio al Museo del Cinema, sedotta ancora dalla mitologia del potere pubblico che tutto governa. Mancanze che impallidiscono di fronte a quelle della maggioranza politica che esprime l’attuale sindacatura. Avere disdegnato le Olimpiadi è stato un danno reale; avere approvato, da parte del Consiglio Comunale, la mozione No-Tav è stato un segnale deleterio a cittadini e imprenditori: anche all’ombra della Mole l’idea dominante è che la crescita è una tentazione demoniaca a cui si deve resistere, e che di quanti hanno esperienza e competenza si deve diffidare. Torino può contare su grandi vantaggi comparati: nei saperi, quelli tradizionali della manifattura e quelli nuovi delle tecnologie digitali; nelle dotazioni culturali, oltre quelle eccezionali dell’Egizio e della Venaria; nel clima e nel paesaggio; nella razionalità della sua topografia; nella cultura, in senso civico e in senso borghese. Basta non cercare di convincere tutti che il suo futuro è la decrescita felice.


Il declino dei piemontesi. I più denigrati d’Italia

Lettera di Alessandro Prandi a Aldo Cazzullo – Domenica 27 ottobre 2019

Caro Aldo,
nella mappa del reddito pubblicata sul Corriere balza all’occhio l’inspiegabile rosa del Piemonte stretto in una morsa di verde (Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Valle d’Aosta). Possibile mai che i tentacoli di queste regioni al top della ricchezza europea non lo abbiano fagocitato? Sarebbe interessante sapere perché è la pecora nera del nostro Nord. Lei è piemontese, scrisse in un suo libro che il Piemonte fece l’Italia due volte, lanciò l’appello «sveglia Piemonte!». Che ne dice?
Alessandro Prandi

La risposta di Aldo Cazzullo
Caro Alessandro,
Anch’io sono rimasto dolorosamente colpito nel vedere che il Piemonte, secondo le statistiche europee, è la Regione più povera del Nord Italia. Alcune aree un tempo contadine, come la dileggiata provincia di Cuneo, sono cresciute molto in questi anni, grazie a grandi aziende come la Ferrero e al turismo. Le aree tradizionalmente industriali, dal Biellese del tessile al Canavese dell’Olivetti, sono quelle che hanno sofferto di più. Ma è evidente che al Piemonte manca soprattutto il ruolo egemone, dal punto di vista economico e anche culturale, di Torino. Ovviamente la Fiat — che aveva in città ventidue stabilimenti, senza considerare l’indotto — non ha più il peso di un tempo; e non si sostituisce la più grande fabbrica europea di automobili con il Salone del Libro o del Gusto. La città aveva avuto un sussulto di orgoglio all’inizio del nuovo secolo; ora è di nuovo ferma. Ma la decadenza di Torino e della sua regione non è solo una questione di soldi.
Il Piemonte è uno Stato da mille anni. Diede il sangue per fare l’Italia, scendendo in campo a volte da solo contro la più grande potenza d’Europa. A San Martino perse duemila uomini in un giorno; fatte le proporzioni, sarebbe come se oggi cadessero in battaglia 60 mila soldati italiani; eppure Vittorio Emanuele II fu accolto con entusiasmo dai superstiti, perché Custoza e Novara erano state vendicate; e i torinesi fischiarono Napoleone III di passaggio in città dopo l’armistizio di Villafranca, perché volevano continuare a combattere. Ma se lei, caro Mario, raccontasse in una scuola di Torino questa storia, la guarderebbero con stupore. In questi anni i piemontesi — con rare eccezioni — hanno lasciato che tutto quello che i loro antenati hanno fatto di nobile e coraggioso, dal Risorgimento alla Resistenza alla nostra rivoluzione industriale, venisse calunniato, denigrato, umiliato. E quando un popolo non sa più chi è, non capeggia più le classifiche; finisce in coda.

«Piemontesi, riprendiamoci…»

Lettera di Evelina Christillin a Aldo Cazzullo – Lunedì 28 ottobre 2019

Caro Aldo, leggendo le parole sconsolate di un lettore piemontese riguardo alla situazione della nostra regione e la tua lucida risposta, mi son venute in mente tre parole: orgoglio, cura e futuro. Orgoglio, a volte un po’ ferito, per un passato glorioso ma, anche, per un presente spesso misconosciuto. Se il metro per giudicare è solo quello economico, penso che 130.000 posti di lavoro spariti in una ventina d’anni, sarebbero un boccone indigeribile persino per la Baviera. Poi, certo, si riparte, magari meno ricchi ma con le mani e il cervello sapienti di Libertino Faussone. Cura, è ciò che manca e che dobbiamo imparare a praticare; cura del nostro paesaggio, delle nostre città, dei nostri musei e di una tradizione solidaristica e operaia che costituisce da secoli la nostra spina dorsale. E dalla cura, con orgoglio e memoria, discende immediato il futuro: basta sterili gare con Milano, basta rifiuti sdegnosi, basta Cavallerizze bruciate. Riprendiamocelo, perciò, è lì; basta guardarsi intorno, e ce l’avremo in mano.
Evelina Christillin

La risposta di Aldo Cazzullo
Cara Evelina, ho ricevuto molte lettere di piemontesi, conosciuti e no, sul tema del declino anche politico-culturale della regione. Ne pubblicherò una al giorno, per tornare alla fine sull’argomento.

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