I meriti della Lady di ferro, le privatizzazioni e le riforme di Prodi

aprile 10, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Giustificare ciò che si è fatto di male è naturale, accusare l’avversario politico per ciò che non ha fatto di bene, pure. Strano è il contrario, vergognarsi delle cose buone proprie e non incalzare l’avversario per le occasioni perse: è quello che traspare da alcuni commenti in morte di Margaret Thatcher.

Prendiamo privatizzazioni e liberalizzazioni: il primo governo Amato aveva posto le premesse per smantellare i monopoli di Stato e privatizzare il credito, ma chi ha venduto e incassato i soldi è stato il governo Prodi del 1996, che per questo ha avuto anche riconoscimenti internazionali. Prodi ha potuto avvalersi del consenso ottenuto dalla Thatcher sulle privatizzazioni, e ha usufruito delle esperienze fatte con gli strumenti regolatori messi in campo per creare un mercato dove prima era monopolio. Anche le leggi Treu, il maggiore contributo alla liberalizzazione del mercato del lavoro, nascono da quel clima. Stupisce che Romano Prodi, nel commento in morte della Thatcher, pur di disconoscere il debito verso di lei rinunci ai meriti che si è guadagnato verso il Paese.
Prendiamo il bilancio pubblico: sotto la Thatcher la spesa pubblica si ridusse dal 47% al 39%, l’aliquota marginale dell’imposta sui redditi più alti scese da oltre l’80% al 40%, quella sui redditi più bassi scese dal 33 al 25%, il debito dal 44% si ridusse al 27%. Quante volte Berlusconi parlò di ridurre le tasse, quante volte i suoi alleati della Lega di ridurre le spese dello Stato! Aumentarono, le une come le altre, in valore assoluto e percentuale. Quanto alla sinistra, preferì teorizzare che pagare le tasse fosse bellissimo, invece di incalzare Berlusconi (e conquistarsi i suoi elettori) per le promesse mancate. E lasciò che fossero i magistrati a perseguirlo su questioni che attengono alla sua persona.

Combattimenti per un’immagine. Si sono dipinti gli scenari terrificanti di un liberismo “selvaggio” che in Italia non abbiamo mai avuto; e quello “addomesticato” lo si è avvolto nelle lenzuolate del Bersani alla sua precedente reincarnazione. I banchieri internazionali ostentavano bonus stratosferici, a Siena si nascondevano i derivati. Quando la Thatcher vinse la prima delle sue tre elezioni, l’Inghilterra era il malato d’Europa, soffocata dai sindacati: in 10 anni persero 5 milioni di iscritti su 13. Berlusconi alla sua prima prova da premier, uscì da Palazzo Chigi per incontrare, e rassicurare, i minatori del Sulcis arrivati in Piazza Colonna. Oggi è l’Italia il malato d’Europa, ad avere un deficit di produttività: quello che erano le miniere di carbone per l’Inghilterra della Thatcher, è il pubblico impiego da noi, l’inefficienza della Pa, piombo nelle ali dello sparuto numero di aziende che lottano per restare a galla sui mercati.

Una battaglia in nome di un’idea. L’idea della Thatcher, quella con cui guarì l’Inghilterra, riguarda i limiti di quello che deve fare lo Stato e di quello che ha diritto di fare il cittadino. È ciò di cui tratta la prima parte della nostra Costituzione: basta nominarla e si ergono barricate ideologiche. A smantellare le difese delle rendite costruite dalle corporazioni, non bastano le accuse di chi le denuncia come caste: le une e le altre sono sullo stesso piano, il gioco è a somma zero, levare da una parte per dare a un’altra, va bene alla sinistra e alla destra. La lezione della Thatcher è che la battaglia la si vince solo spostandosi su un piano più alto, che consenta di abbracciare orizzonti più ampi e che questo richieda di fondarsi su terreni più solidi. Solo poggiando sulla fede nella libertà dell’uomo, si riesce a sviluppare un’idea diversa dei rapporti presenti e degli orizzonti futuri, a mostrare quanto sia miope la difesa della rendita e quanto riduttivo l’attacco al privilegio.

L’efficienza è solo una conseguenza. Così anche le idee liberali uscirono dal loro recinto, e le riflessioni degli Hayek e dei Bruno Leoni (più noto in Inghilterra quest’ultimo che in Italia) divennero programma politico. La scommessa non era solo sulla tecnica del buon governare: ma sul carattere di una società fiera della sua libertà. Questo è quanto di Margaret Thatcher la politica italiana o non vuole perdonare o non ha il coraggio di riconoscere: la sua idea rigorosa dei rapporti tra le persone e lo Stato, la sua idea alta, non meschina, dei diritti del cittadino. Per la politica italiana prioritario sembra proteggere giardinetti e cortiletti delle proprie riserve elettorali: e quindi combattere l’idea che potrebbe svelarli per quello che sono. Lo si sa, non c’è cosa più pratica di una buona teoria.

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