FRANCO DEBENEDETTI: «Etica dell’impresa e pandemia: l’importanza di continuare a produrre profitti»

marzo 15, 2021

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Pubblicato In: Giornali


Intervista di Matteo Martinasso

La ripresa della crescita dipenderà dall’aumento della produttività, ma per il rilancio c’è molto da correggere

Che ruolo hanno davvero le imprese nella società? Perseguire gli utili in un mondo sconvolto da crisi ambientali e pandemie è immorale o, al contrario, è proprio questa l’unica loro vera responsabilità? Prova a dare una risposta l’ingegner Franco Debenedetti che nel suo ultimo libro Fare profitti (edizioni Marsilio) guida i lettori attraverso un’analisi dell’etica dell’impresa. «L’impresa è l’unità base dell’economia capitalistica, potremmo dire il suo “mattoncino di lego”. Ad essa viene assegnata la responsabilità di creare ricchezza, producendo beni e servizi che la società vuole comprare a un prezzo superiore a quello degli imput necessari a produrli», spiega Debenedetti. «Questo surplus è il profitto, e i profitti di tutte le imprese formano la ricchezza della nazione. La pandemia distrugge ricchezza quindi a maggior ragione è necessario che le imprese che possono farlo lavorino e producano profitti, perché quelle che non ci riescono chiudono e chi vi lavorava al suo interno perde il proprio lavoro».

Quanto influiscono i giganti del web sulla crisi della produttività?
«Possono influire positivamente se si fa buon uso del servizi che essi offrono. Il web, per meglio dire, le applicazioni sulla rete aumentano la produttività. In Italia la produttività non cresce da oltre 20 anni, e una delle cause viene individuata proprio nello scarso uso della digitalizzazione».

L’innovazione può essere considerata ancora oggi più che mai importante per lo sviluppo?
«Lo è oggi come del resto lo è sempre stata, perché permette di produrre cose note a minor costo, ma soprattutto nel produrre nuove cose utili».

Come può essere spiegato in breve il mito fallace dello short-termismo a cui lei dedica un capitolo del suo libro?

«E’ la supposta tendenza naturale dei mercati finanziari di tendere al breve termine. E quindi dei manager di gestire le aziende mirando solo al risultato economico a breve, quello delle relazioni trimestrali, e non all’andamento futuro, tipicamente di 5 anni. Mito fallace, perché contraddetto sia sul piano teorico che su quello di fatto. La quotazione di un titolo dipende dal valore attualizzato di tutti gli utili futuri: una cattiva notizia lo fa diminuire, ma la previsione di grandi utili futuri fa sì che il mercato dia valutazioni elevatissime a imprese, tipicamente start-up, che non hanno mai guadagnato un euro ma di cui si prevedono luminosi futuri».

Quanto pensa possa aver influito la pandemia sulla differenziazione sociale delle persone? Si è creato un divario ancora più grande tra imprenditori e titolari di aziende e i loro dipendenti?

«E’ chiaro che chi è ricco è probabile che lo diventi solo un po’ meno ma la polarizzazione che la pandemia ha fortemente aumentato non è all’interno delle imprese, tra imprenditori e lavoratori, bensì, e tragicamente, tra chi ha un lavoro e chi l’ha perduto. La povertà è molto aumentata, l’Istat reputa che ci siano 5 milioni e seicentomila poveri assoluti, un milione in più di quanti fossero nel marzo scorso. Oggi quasi un italiano su 10 fatica moltissimo a far fronte ai bisogni essenziali, mangiare, coprirsi, curarsi. Basta vedere le code nei posti dove danno sacchetti di cibo gratis. Per fortuna, nella pandemia ci sono anche imprese che fanno più profitti e imprenditori che diventano più ricchi, caso tipico chi fornisce servizi a distanza ma purtroppo non bastano a rovesciare il quadro complessivo».

Che cosa andrebbe “rimesso a posto” nel nostro Paese per poter ripartire?

«La ripresa della crescita dipende dall’aumento della produttività. “Rimettere a posto” vuol dire correggere le cose che lo impediscono, e fare quelle che lo favoriscono. Tra le prime il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione, la lentezza del sistema giudiziario, la corruzione; il distorcere il funzionamento del mercato, impedendo che le aziende non produttive falliscano per consentire a quelle produttive di crescere, aiutando ogni singolo lavoratore e non difendendo ogni singolo posto di lavoro. E anche la riduzione dell’intervento diretto dello Stato in economia, un fattore che distorce i meccanismi di mercato. Tra le seconde un sistema educativo che, a differenza di quello che vorrebbero tanti genitori, valuti e premi gli studenti, e in cui, a differenza di quello che vogliono i sindacati, scuole e insegnanti sono valutati e premiati».

Che cosa non ci stanno dicendo secondo lei sugli effetti che la pandemia avrà sull’economia nei prossimi anni?

«Da Confindustria al Governo, dalla Banca d’Italia al Fondo Monetario Internazionale, le previsioni dell’andamento dell’economia nei prossimi anni ci sono, e sono abbastanza concordanti. Quello che è difficile valutare è il danno per le generazioni future di studenti che o hanno avuto un insegnamento parziale e saltuario, o non l’hanno avuto del tutto. I danni arrecati a loro al cui sviluppo fisiologico è stato sottratto un percorso cognitivo, potrebbero essere immensi e irrecuperabili. Anche qui la pandemia ha prodotto una polarizzazione, tra figli di famiglie in cui i genitori hanno il tempo, la cultura, la volontà di supplire in modo organizzato e sistematico alla mancanza di educazione in presenza e quelli di famiglie dove questo non è possibile».

Che previsioni si sente di fare, dal punto di vista economico, per il nostro Paese che ormai da un anno continua a combattere contro la pandemia?

«Le previsioni vere e proprie le fanno le istituzioni con i loro modelli econometrici. Io posso solo richiamare l’attenzione sulla abissale differenza di competenza e di orientamento tra i governi Conte e Draghi e tra i loro comportamenti, per quanto finora si può constatare. Prima di tutto per i due temi chiave, la vaccinazione per abbattere i contagi, e i fondi europei, per avviare il Paese sulla strada dello sviluppo Ma, in generale, ho l’impressione che oggi ci sia un senso dello Stato che prima mancava, e che la gente l’abbia capito e lo approvi. Se i fatti confermeranno queste prime impressioni, l’effetto sarà di sicuro nettamente positivo».

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