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Archivio per il Tag »fare profitti«

→  marzo 2, 2021

Lunedì 1 marzo 2021 alle 15:30 la Fondazione Ugo La Malfa ha ospitato la presentazione del nuovo volume “Fare profitti. Etica dell’impresa» di Franco Debenedetti.
Con il suo libro Franco Debenedetti propone un viaggio al cuore dell’impresa per definirne la natura, i soggetti, i diritti e gli interessi al tempo delle aziende Big Tech e della pandemia.
Sono intervenuti:
Franco De Benedetti, Presidente Istituto Bruno Leoni
Stefano Fassina, Parlamentare, Camera dei Deputati
Alessandro Penati, Economista
Ha moderato:
Giorgio La Malfa, Presidente, Fondazione Ugo La Malfa

→  marzo 2, 2021


In questo nuovo incontro di Fondazione Corriere della Sera, Franco Debenedetti, presidente dell’ Istituto Bruno Leoni, Luca Enriques, professore di Diritto societario presso l’ University of Oxford, Francesco Giavazzi, professore ordinario di Economia politica all’ Università Bocconi e Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera, discutono dell’ultimo libro di Franco Debenedetti, Fare profitti. Etica dell’impresa pubblicato da Marsilio.

→  febbraio 26, 2021


di Ernesto Auci

Nel suo recente libro “Fare profitti – Etica dell’impresa”, edito da Marsilio, l’ex senatore della sinistra ed ex manager Franco Debenedetti sostiene che il compito di un’impresa non è quello di distribuire dividendi sociali ma di fare correttamente il mestiere di generatore di profitti

La crisi dei subprime nel 2008 e più ancora l’esplosione della pandemia del Covid hanno provocato un diffuso senso di sfiducia nei confronti del mercato, del capitalismo, del modo di operare delle grandi imprese. È diventato quasi un luogo comune criticare il mercato quale responsabile di eccessi speculativi ed incapace di autoregolarsi, contrariamente a quello che sostengono i liberisti. Si moltiplicano gli studi che invocano un cambiamento radicale del capitalismo, che secondo alcuni deve essere salvato dall’avidità degli stessi capitalisti e secondo altri imbrigliato da una più penetrante presenza dello Stato anche nella gestione diretta delle imprese. È stato in particolare messo sotto accusa quello che viene definito il “mito” basato sul famoso articolo di Milton Friedman del 1970, secondo il quale il fine esclusivo della società per azioni deve essere quello di creare profitti per i soci.

Negli ultimi anni si sono susseguite prese di posizione e manifesti firmati da tanti top manager (da quella della Business Roundtable a quello del Forum di Davos del 2020) per affermare che scopo dell’impresa non è solo quello di produrre utili per gli azionisti ma è quello più generale di soddisfare gli interessi dell’intera comunità nella quale l’impresa vive, dai propri dipendenti ai fornitori, passando per il rispetto dell’ambiente e l’attenuazione delle diseguaglianze. Insomma, bisogna mandare in soffitta l’idea di Friedman, e cioè quella dello shareholder value, per passare ad un più vasto panorama di interessi rappresentato dagli stakeholder.

Un dibattito molto complesso, ricco di conseguenze sociali e politiche che vede schierati contro lo shareholder value i pesi massimi della cultura e della politica mondiale, da Joe Biden a Papa Francesco, per arrivare a uno stuolo di professori e di giornalisti influenti. Molti manager per cercare di arginare la marea montante della sfiducia verso le imprese hanno deciso di cavalcarla ritenendo in questo modo di rinnovare la propria reputazione e quindi conquistare fette di mercato (e continuare a fare profitti). Questo non esclude la buona fede di quanti nel dirigere un’impresa si rendono conto che bisogna non solo rispettare le regole scritte ma anche quelle morali, ricercando maggiore sintonia con la pubblica opinione, facendo cose comunque apprezzabili come la salvaguardia dell’ambiente, il miglioramento della formazione professionale e culturale dei propri dipendenti o promuovendo una sanità più efficiente.

Chi riesce a mettere a fuoco con dovizia di dettagli la complessa questione del funzionamento delle società per azioni e dei mercati, sottolineando i rischi che si corrono nell’inseguire le suggestioni irrazionali, è Franco Debenedetti che ha appena pubblicato uno studio davvero completo sulla funzione delle aziende, sui nuovi miti che si stanno costruendo per placare le ansie della pubblica opinione e sulle conseguenze perverse a cui potrebbe portare la loro pratica applicazione. Il volume, edito da Marsilio, si intitola, con chiaro intento polemico “Fare profitti – Etica dell’impresa”.

Il punto centrale del ragionamento di Debenedetti si potrebbe riassume così, in accordo con quanto ha sostenuto Luigi Zingales: le degenerazioni che ci sono state nelle scelte manageriali devono essere corrette con strumenti adeguati e non con imposizioni esterne irrealistiche o con un incremento dell’intervento dello Stato come gestore di aziende che alla fine, deviando il ruolo delle imprese verso la ricerca di un dividendo politico, provocherebbe una riduzione del benessere complessivo dei cittadini, cioè proprio degli stakeholder che si vorrebbe proteggere. Insomma, i Governi non sono la soluzione, ma parte del problema.

Le principali accuse che vengono mosse alle imprese che hanno come obiettivo solamente la massimizzazione del profitto per i propri azionisti sono due. La prima è che si è sempre più puntato a conseguire risultati a breve termine avendo di mira non solo il bilancio annuale, ma addirittura il rendiconto trimestrale con danno per lo sviluppo a lungo termine dell’azienda e dell’intera economia; la seconda è quella di aver creato delle diseguaglianze enormi e insostenibili per la coesione sociale. Per questo, secondo molti studiosi, le imprese dovrebbero cambiare il loro obiettivo puntando sulla Corporate social responsability.

Debenedetti dimostra con analisi ampie e convincenti che entrambe queste accuse non corrispondono alla realtà. Non si deve confondere diseguaglianza con povertà. Soprattutto non sembra che le diseguaglianze derivino da patrimoni ereditati, cioè che esista una casta di ricchi chiusa in se stessa che impedisce la mobilità sociale. Infatti negli Stati Uniti la percentuale del patrimonio ereditato su quello totale tra i miliardari è scesa costantemente dal 50% nel 1973 al 30% nel 2014. Il problema, quindi, non è tanto quello di politiche redistributive, quanto quello di creare lavori che abbiano promettenti capacità di carriera e la possibilità di mantenere sempre aperti i corridoi per le ascese sociali. Ci vogliono quindi politiche capaci di mantenere una società competitiva e liberamente concorrenziale.

Gli ultimi due capitoli del libro sono dedicati principalmente alla situazione italiana, dove predomina un’antica cultura anti-mercato, anti-concorrenza, e a favore dell’intervento dello Stato che sovente crea monopoli che sono duraturi, a differenza di quelli creati dal mercato (ad esempio in seguito all’introduzione di una tecnologia innovativa) che sono invece transitori. Ora per la prima volta dopo molti anni il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi, nel programma presentato al Parlamento, ha esplicitamente richiamato la disciplina della concorrenza e la necessità di imporre dei limiti al perimetro degli interventi statali. Speriamo bene.

→  febbraio 25, 2021


di Stefano Cingolani

Perché la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della democrazia. Un libro di Franco Debenedetti

Con il tramonto del nazional-populismo anche il profitto ritrova il suo posto in società. Messa così, la soluzione è fin troppo facile. In realtà, si fa strada da anni, ben prima della pandemia, un nuovo paradigma basato su alcuni capisaldi: l’impresa non deve pensare ad arricchire solo gli azionisti, bensì la più ampia comunità, non gli shareholders, ma gli stakeholders; deve essere socialmente responsabile; deve avere uno scopo più ampio; deve puntare sul lungo termine e non solo sul breve. Sono i pilastri di una nuova saggezza che si sta affermando non dall’esterno del sistema, ma dall’interno, non da chi rifiuta il capitalismo, ma da chi lo pratica, dalla grande finanza, dagli uomini che muovono colossali fortune, dai fondi di investimento, dalle gigantesche multinazionali.

Quanto è solido questo modello? Quando è coerente e fino a che punto è praticabile? Franco Debenedetti si è messo a separare il grano dal loglio e nel suo libro “Fare profitti. Etica dell’impresa” appena pubblicato da Marsilio, rimette in discussione quello che rischia di diventare il “pensiero unico” dell’era post Covid. Per farlo, riparte da quel che scrisse Milton Friedman nel 1970 sul magazine del New York Times: “La responsabilità sociale delle aziende è fare profitti”. Il lungo articolo fece scalpore e lo fa ancora adesso. Dunque, nulla è cambiato? Al contrario, Debenedetti lo racconta con dovizia di esempi e di storie, mantenendosi a cavallo tra dibattito teorico ed esperienza pratica. Tuttavia, al termine di trecento pagine, conclude che il principio di fondo è ancora valido: “In tutto questo mutare, la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della società democratica, e fare profitti la sua responsabilità sociale, la sola”. La prima parte della frase è difficilmente contestabile, sulla seconda il dibattito è aperto anche tra i seguaci di Friedman.

Debenedetti esordisce citando un articolo del Financial Times pubblicato il 18 settembre 2019 e intitolato: “Capitalism. Time for a reset”. Dove “reset si traduce con ripristinare o con azzerare”. Il quotidiano della city ha gettato il sasso in piccionania e insiste. Il 30 gennaio scorso ha pubblicato un ampio reportage intitolato: “Il nuovo mantra di Wall Street: verde è buono”, a proposito della conversione ecologista di chi muove il denaro. E’ stato Larry Fink, il big boss di BlackRock, ad annunciare un anno fa in una lettera ai suoi clienti che avrebbe indirizzato verso investimenti verdi, responsabili, digitali, l’immenso flusso di denaro da lui gestito. E’ tutta fuffa? Il capitale ha preso un abbaglio e sta distruggendo se stesso, oppure vuole lisciare il pelo allo spirito del tempo, alle pressioni dei movimenti sociali, alla politica (oggi di Joe Biden deciso a imporre nuove regolamentazioni)?

È la questione che si sono posti nel tempio del neoliberismo dove Friedman resta il gran sacerdote. ProMarket la pubblicazione digitale della Booth School for Business dell’Università di Chicago per ricordare “Friedman 50 anni dopo” ha chiamato a discutere 27 economisti di diversa impostazione teorica, tra questi Stefano Zamagni, teorico dell’impresa responsabile, e Martin Wolf, globalista tutto d’un pezzo che ora vuole l’autodafé del capitalismo. Luigi Zingales che ha curato il progetto invita a rigettare ogni impostazione dottrinaria e persino religiosa. Quella di Friedman non è verità rivelata, ma un teorema valido entro certe condizioni che non si verificano nella realtà effettuale (pensiamo all’assenza di monopoli e alla concorrenza perfetta), e comunque cambiano nel tempo. “Nel mondo del 2020, i maggiori azionisti della più parte delle imprese siamo tutti noi, che abbiamo le nostre pensioni investite in azioni”, scrive Zingales. Ma proprio per questo, secondo Debenedetti, remunerare gli azionisti, soprattutto quando sono milioni, è ancor più importante: si tratta di un principio di responsabilità, altrimenti si crea “l’impresa di nessuno” come la chiamò Bruno Visentini, nella quale il potere, e in questo caso un potere assoluto, è esercitato dai top manager. Il capitalismo di massa ha superato il capitalismo padronale, ma rischia di finire nel capitalismo manageriale.

Sempre sul solito Financial Times, in un articolo intitolato “Quando Friedman, profeta del profitto, incontrò la pandemia”, il giornalista Andrew Hill ha intervistato l’economista Raghuram Rajan, membro anche lui del circolo di Chicago, secondo il quale Friedman ha sottovalutato “gli azionisti impliciti, lavoratori, clienti, fornitori, importanti quanto e talvolta ancor più di quelli espliciti”. Finché non sarà sconfitto il Covid-19 – sottolinea con realismo – la prima cosa che deve fare un’impresa è sopravvivere, nel suo interesse così come in quello dei suoi dipendenti e della società, prendendo atto che la mano pubblica diventa più pesante della mano invisibile. Troppo pesante, argomenta Debenedetti con una quantità di esempi anche italiani (per esempio il ruolo della Cassa depositi e prestiti, spesso destinata a veri e propri salvataggi).

Friedman va riletto e messo in prospettiva, sostengono i nuovi Chicago boys. Intanto è meglio leggerlo per intero, ricorda Debenedetti: infatti il padre del neo-monetarismo scriveva che le corporation dovrebbero “fare quanti più soldi possibile conformandosi alle regole base della società, quelle incorporate sia nella legge sia nelle consuetudini etiche”, entrambe storicamente determinate. Zingales parla di massimizzare non il valore degli azionisti, ma il benessere il che “rende necessaria la democrazia nelle imprese”. Ciò comporta costi diretti e indiretti i quali possono frenare l’innovazione, molla della crescita e, di conseguenza, il benessere collettivo. E’ una contraddizione aperta che riguarda sia il vecchio sia il nuovo paradigma: quante volte sono gli shareholders a temere il rischio e frenare lo sviluppo e quanto volte sono gli stessi stakeholders per difendere vecchi privilegi e diritti acquisiti.

La grande impresa moderna, la società per azioni, è una realtà complessa. Al suo interno ci sono interessi in conflitto regolati da un reticolo di contratti stilati da uomini con le loro idee, il loro carattere, la loro scala di valori, le loro preferenze politiche. Insomma, assomiglia più a una democrazia parlamentare che a una monarchia assoluta.

“Fare profitti” ci invita a diffidare dei falsi idoli e delle illusioni, ci spinge a non rincorrere ricette miracolose; una guida certamente da mettere in discussione con sguardo laico capace di accettare il pluralismo in economia come in politica. Il profitto non è solo una formula matematica, la sua radice latina, proficere, vuol dire giovare, ma anche progredire. Chi rifiuta il profitto rinuncia a fare cose belle che servono e piacciono agli uomini, insomma rifiuta il progresso.

→  febbraio 24, 2021


Puntata di “Due Microfoni – Franco Debenedetti racconta il suo nuovo libro “Fare profitti-Etica dell’impresa” (Marsilio)” di mercoledì 24 febbraio 2021 condotta da Emilio Targia.

→  febbraio 21, 2021


Intervista di Roberto Roveda

Franco Debenedetti: “Il compito di ogni impresa è realizzare utili”

Come in ogni momento di crisi da un secolo a questa parte anche oggi, di fronte alle difficoltà economiche legate alla pandemia, il capitalismo è sotto accusa. Riemergono con più forza quelle voci ricorrenti che vorrebbero “resettarlo” e vorrebbero imporre nuove forme di responsabilità sociale per le aziende, in particolare quelle per azioni.

In direzione opposta va invece Franco Debenedetti nel suo ultimo libro dal titolo già di per sé esplicativo: Fare profitti (Marsilio, 2021, pp. 208, anche e-book). Per Debenedetti, una lunga carriera di imprenditore e di dirigente d’azienda alle spalle, il ruolo delle imprese all’interno della società non è certo quello di abbracciare la cosiddetta “decrescita felice”.

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