Dalla crisi del lavoro ai diritti dei cittadini

febbraio 19, 1994


Pubblicato In: Giornali, La Repubblica


I disoccupati in Germania hanno superato il limite dei 4 milioni, il massimo livello dal dopoguerra, una cifra che, in valore assoluta, ricorda la grande depressione: la disoccu­pazione (come ha detto ieri Jac­ques Delors), è un problema eu­ropeo. E di natura strutturale: attiene allo sviluppo tecnologi­co, alla competitività della spe­cializzazione tecnologica euro­pea, alla globalizzazione dei mercati, all’apertura dei Paesi dell’Est, alle rigidità noir adattate la nostra struttura indu­striale e sociale alle dure nuove realtà.

Realtà ineliminabili: se una tecnologia è disponibile, prima o poi qualcuno la applicherà; e le barriere protezioniste proteg­gono innanzitutto le inefficien­ze, privano i consumatori di be­ni a prezzi più bassi, relegano i Paesi più poveri al ruolo di soli esportatori di commodities. Ma realtà che, come dice il ministro dell’economia Guenther Reitrodt, «minacciano non solo il nostro ordine economico, ma le fondamenta della nostra società».

Quello economico e quello so­ciale non sono due vincoli con­trapposti tra cui mediare, introducendo un po’ di flessibilità e concedendo un po’ di protezio­ne: sono due aspetti dello stesso problema. L’impiego, nelle no­stre società, si trova al centro di un sistema complesso che lega la produzione di beni e servizi alla distribuzione dei diritti al loro utilizzo. Il posto di lavoro non è solo il luogo dove si «ven­de» la merce-lavoro in cambio di un salario, ma è la chiave d’accesso al mondo meravi­glioso» del consumo, ne consen­te la dilatazione attraverso il credito, offre il prestigio di un’i­dentità professionale, garanti­sce sicurezza e protezione. Pro­tetto dalle aziende che, spinte dalla concorrenza, lo arricchi­scono investendovi mezzi ed organizzazione; protetto dai la­voratori, per i vantaggi mate­riali e psicologici che garanti­sce, il posto di lavoro diventa un «prodotto» sempre più co­stoso, più scarso e più ambito: di qui nasce la disoccupazione, in questa sua nuova forma, tipi­ca delle economie sviluppate.

Ma se la disoccupazione non è più una manifestazione pato­logica dell’economia e se non vogliamo distruggere il sistema che lega produzione-consumo­-sicurezza, il pieno impiego non deve essere il feticcio a cui sa­crificare la razionalità economica, né i disoccupati una mar­ginalità cui provvedere con gli strumenti della solidarietà. Di­venta economicamente oltre che moralmente necessario condividere quella rarefazione degli impieghi che pare essere una conseguenza diretta del progresso tecnico e dell’apertu­ra dei mercati.

Condividere la disoccupazio­ne significa redistribuire non solo la ricchezza, ma la produ­zione della ricchezza, rendere possibile e conveniente la sud, divisione del lavoro; combattere la disoccupazione significa dare dignità di lavoro ad attività informali, o socialmente utili, alla montagna di lavoro non fatto di cui già si diceva. Per entrambi i fini, può essere utile disaccoppiare il salario dal diritto ai vantaggi sociali che esso comporta.

«Un’idea che occorrerebbe ri­visitare – ha scritto recente., mente Lord Dahrendorf – è quella del reddito del cittadino, il diritto di ognuno ad un livello minimo di entrate». L’identità sociale e la protezione minima – da malattia, vecchiaia, disoccupazione – diventerebbero in tal modo diritti legati allo statua di cittadino e non di lavoratore; non dipendenti dalla gerarchia dei salari, ma uguali per tutti. In tal modo si rende più facile l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro, la diffusione del tempo parziale, la modulazione dei tempi di lavoro nell’arco della vita.

Offrendo a tutti garanzie mi­nime, si rende accettabile una maggiore flessibilità del merca­to di lavoro, e dunque la formazione di centinaia di migliaia di impieghi, senza cadere, come negli Usa, nella trappola dei «la­voratori poveri» che percepi­scono uno stipendio insuffi­ciente a vivere, tanto meno a mantenere una famiglia.

L’introduzione del reddito del cittadino non mortifica l’iniziativa individuale, anzi ad essa viene lasciato l’onere di provvedere alle integrazioni delle prestazioni minime; permane il criterio meritocratico di differenziazione dei redditi (e delle imposte) in funzione del valore delle prestazioni.

L’idea appare:

- moralmente giustificata: col­l’aumentare degli investimenti associati al posto di lavoro e della complessità dell’organizzazione, il contributo del singo­lo al valore aggiunto diventa più difficilmente percepibile.

- corrispondente a esigenze di equità; anche a Dahrendorf appare «disgustoso dover distinguere tra poveri che hanno e poveri che non hanno diritto al­l’aiuto».

- funzionale all’iniziativa priva­ta e all’impresa, che viene libe­rata da compiti amministrativi costosi.

- atta a contenere i costi e gli sprechi dell’amministrazione dello stato sociale.

- di stimolo all’economia, poiché abbassa la soglia salariale a cui diventa conveniente ap­plicare l’organizzazione d’im­presa ad attività oggi svolte in modo informale.

Formidabile certo rimane l’e­lenco di problemi aperti: da quello di stabilire il livello del reddito minimo, che non deve disincentivare la ricerca di oc­casioni complementari di lavo­ro; al modo di finanziarlo; alle modalità di smantellamento di molto dello stato sociale, di spe­rimentazione e di graduale transizione. Ma più formidabile ancora è il vero problema: mantenere la libertà di mercato e di iniziativa, e lo sviluppo tecnolo­gico, a cui dobbiamo il nostro benessere, ed insieme riassorbi­re le marginalità che paiono es­serne una conseguenza.

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