Con i nuovi Mattei si rischiano privatizzazioni virtuali

giugno 6, 1997


Pubblicato In: Corriere Della Sera, Giornali


Che si possa rinverdire il mito dello statalismo di successo: questo il pericolo che additavo con la metafora dei nuovi Mattei, riferita ai nuovi manager delle grandi holding pubbliche. Che si tratti di un pericolo reale lo dimostrano proprio gli argomenti addotti per confutarmi.
Per Augusto Ninni e Sergio Vacca’ (I nuovi Mattei e il Governo spettatore, Corriere della Sera del 30 Maggio) “si deve evitare di attribuire alla privatizzazione sicuri, immediati effetti positivi su efficienza e competitività; ” un sensibile miglioramento nell’efficienza non è conseguenza necessaria della privatizzazione” bensì di modifiche di strategia e organizzazione che anche il nuovo management può realizzare.

Cosi’ argomentando essi toccano il punto centrale della questione: se si ritiene che per l’efficienza bastino modifiche organizzative e di orientamento strategico, allora c’è da chiedersi perché si debba privatizzare: solo in omaggio al forte vento che in tutti i paesi, industrializzati e in corso di rapida industrializzazione, spira in questa direzione? Chi ritiene la natura della proprietà, pubblica o privata, ininfluente rispetto all’efficienza, non ha ragioni per voler privatizzare.
Anche di fronte ai risultati – quello netto cumulato dell’IRI dal 1973 al 1995 è stato negativo per oltre 30.000 miliardi in lire 1990; la chiusura dell’EFIM ha determinato un perdita di 9000 miliardi, più 3000 di rifinanziamento delle aziende della difesa, oltre la perdita del fondo di dotazione – anche di fronte a simili disastri, potrà sempre pensare che la colpa è degli uomini e di strategie sbagliate. Potrà, a fronte di questi risultati di lungo periodo, chiedere alla proprietà privata di offrire immediati effetti positivi. Essa non può garantirli, singole imprese possono anche essere mal gestite e fallire. Ma la superiorità della proprietà privata di garantire l’efficacia complessiva del sistema nel lungo periodo non può più, oggi, essere messa in discussione. Quando il mercato è posto nelle condizioni di sanzionare la gestione d’impresa – che si tratti di exit o voice, proxy fight o take over nel modello anglosassone, o di proprietà e controllo con funzioni distinte nel modello renano – non c’è virtù di manager pubblico che tenga. Nel medio periodo la spinta all’efficienza che il mercato esercita sul gestore privato non ha raffronto con quella che l’azionista pubblico può esercitare sul manager che ha nominato.

La strada perché questa constatazione diventi convinzione radicata è ancora lunga. Non sta nella nostra cultura, erede ancora di quella che dettò gli articoli 41, 42 e 43 della Costituzione, “persuasa – come ha scritto Tommaso Padoa Schioppa – che la legittimazione del mercato venga dalla sua utilità sociale e non dal suo essere espressione di libertà, e che la legittimazione vada dimostrata caso per caso, impresa per impresa.” Perfino Claudio Demattè (Privatizzare non basta, Corriere della Sera dell’8 Febbraio) riconosce solamente “una certa influenza” alla struttura della proprietà. Questo il rischio dei nuovi Mattei: consentire che si ritorni a credere che l’efficienza dipenda dalla “virtù” manageriale e non dalla struttura della proprietà.
E così, nell’attesa delle privatizzazioni vere, grazie ai manager virtuosi, si inventano le privatizzazioni virtuali: Enel entra nei telefoni, ma per uscirne nel medio periodo; Eni ed Enel si uniscono nell’energia, tanto saranno privatizzate; Telecom entra nelle televisione, ma solo per privatizzarla meglio.

D’altronde, come i colleghi della Commissione Industria del Senato nella passata legislatura certamente ricordano, fu anche la credibilità personale di Bernabè, in assoluto ed ancor più rispetto a chi allora era alla testa di Stet ed Enel, a far sì che si consentisse di privatizzare ENI tutt’intera, senza scorporare il monopolio del metano. Le recenti iniziative di Franco Tatò non sarebbero state consentite a un Franco Viezzoli.
Né oggi ci si preoccupa più se Stet ed Enel continuano a spendere centinaia di miliardi l’anno in pubblicità istituzionale, organizzando convegni, retribuendo relatori, commissionando studi, sostenendo istituti di ricerca. Compreso lo stesso IEFE del Prof. Vaccà, nel cui bilancio ENEL, Ansaldo ed ENI figurano tra i maggiori contributori.

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