Blair bravo maestro, Ulivo cattivo scolaro

febbraio 4, 2002



Sinistra italiana in crisi, laburisti col vento in poppa:
il nuovo libro di Giddens, padre della Terza via

Mentre l’Ulivo si contorce in una crisi di identità e di strategie, diventa particolarmente attuale ascoltare la voce di quelli che, a sinistra, hanno vinto.


«La nuova socialdemocrazia si occupa prioritariamente delle condizioni necessarie per raggiungere il successo elettorale», dice Anthony Giddens, nel suo ultimo libro; Where now for New Labour? (Polity Press, The Fabian Society). Ma quanti nella sinistra italiana sarebbero disposti a sottoscrivere senza riserve questa affermazione? Quanti invece avrebbero timore di perdere i valori identitari della sinistra, vittime del «mito dell’incoerenza»?

Direttore della London School of Economics and Policy Studies, Giddens è il padre della strategia della terza via. «I partiti socialdemocratici in media in Europa hanno meno del 30% dei voti e nel maggior numero dei casi contano più elettori tra gli anziani che tra i giovani. I successi elettorali della sinistra hanno una base tenue, quasi tutti i partiti di centrosinistra o le coalizioni che arrivarono al potere in Europa lo fecero in circostanze in cui o la destra era spaccata e frammentata o c’era stato un lungo periodo di governi di destra e gli elettori volevano un cambiamento».


Un’analisi che condanna il vecchio Labour Party tradeunionista; è rompendo con quella tradizione che il New Labour è riuscito a portare Blair al governo dopo 18 anni di esilio all’opposizione. L’Ulivo aveva largamente attinto alla teoria della terza via nel programma che l’avrebbe portato alla vittoria del 1996. Nella seconda metà degli anni ’90 larghissimo era il successo del centrosinistra: Clinton negli Stati Uniti, Blair in Inghilterra, Jospin in Francia, Schroeder in Germania, Prodi in Italia. La terza via sembrava una strada larga e diritta e sulla scia di quei successi ci fu perfino qualche tentazione di innestarvi una sorta di mistica dell’Ulivo Mondiale.


In pochi anni la situazione è cambiata: in America c’è un presidente repubblicano, il socialista Gutierrez è caduto in Portogallo, Stoiber in Germania e Chirac in Francia minacciano di battere i socialisti alle prossime elezioni nel 2002. In Spagna Aznar ha sconfitto i socialisti non una ma due volte. E in Italia Berlusconi può contare in Parlamento su una fortissima maggioranza, mentre i consensi ai Ds sembrano diminuire a ogni nuovo sondaggio. Solo Blair ha vinto una seconda volta e nessuno sembra poterlo minacciare; quindici anni fa ci si chiedeva come farà ancora a vincere il partito laburista, oggi ci si chiede come possa perdere. Il suo successo è la dimostrazione che un moderno partito socialdemocratico può governare con successo un paese che 30 anni fa era «l’uomo malato in Europa» e oggi ha raggiunto il reddito pro capite di Francia e Germania ed è il centro finanziario d’Europa.


Per la sinistra italiana, accampata super flumina Babylonis, l’esodo dei laburisti dal lungo esilio offre pensieri di speranza. Per la sinistra di governo, Tony Blair resta il modello da seguire, e il suo spin doctor Anthony Giddens lo stratega da studiare.
Il lavoro è anche per Giddens l’obiettivo prioritario, non nel senso in cui la nostra sinistra sindacale fonda la sua strategia sulla «centralità del lavoro». Il problema centrale delle socialdemocrazie continentali è l’incapacità di generare un adeguato numero di posti di lavoro. Il lavoro, anche se mal retribuito o precario, è il più potente strumento di redistribuzione e di inclusione sociale. «Un buon indice di partecipazione al lavoro è essenziale per combattere la povertà e dovrebbe andare insieme con un salario minimo garantito e altre forme di protezione del lavoro. Ma queste devono essere usate come garanzia del capitale umano piuttosto che come benefici passivi».


Sulla globalizzazione: il modo per aiutare i popoli dei paesi in via di sviluppo a uscire dalla povertà non è la redistribuzione di ricchezza da parte dei paesi ricchi, ma la loro partecipazione allo sviluppo. Causa della loro povertà sono i mali delle loro società, le divisioni etniche, la corruzione, il basso livello di emancipazione delle donne. Bisogna aiutarli a darsi istituzioni, leggi e modi di farle osservare, senza di che i mercati non possono funzionare.


Delle mitologie della classica socialdemocrazia, non avendo avuto a disposizione i decenni di esperienza concreta di governo nel sistema dell’alternanza praticato a Londra, Berlino e Parigi, la sinistra italiana, ibernata per 50 anni nella tradizione comunista, alcuni ne ha in parte superati nella sua difficile prova di governo. Il mito della tassazione come mezzo di redistribuzione; il mito dell’aumento delle spese sociali; il mito della proprietà pubblica. La sinistra italiana, al Governo, ha saputo costruire buoni rapporti con l’industria e con la comunità economica. Ma è sul piano strategico e su quello ideologico che le differenze tra il New Labour e (una parte de) la nostra sinistra sono più marcate. A chi da noi pensa che sia possibile un recupero ricompattando tutte le sinistre, Giddens dimostra che il «disallineamento politico» è una caratteristica di tutti i paesi occidentali: gli elettori non hanno più un rapporto chiaro e continuo con nessun partito. Oggi il 42% degli americani si descrive come indipendente, nel Regno Unito il 50% degli elettori si dichiara né di destra né di sinistra, ma moderato.


Allo stesso modo, neppure la strategia del recupero degli astenuti funziona: non è vero che l’astensione segnala delusione verso la politica o verso il partito per cui si era sempre votato. Blair ha vinto il suo secondo mandato con una altissima percentuale di astenuti, ma l’analisi del voto ha dimostrato che non c’è relazione tra la partecipazione al voto e l’interesse verso la politica. Tra chi non è andato a votare i più hanno dichiarato che, se avessero votato, lo avrebbero fatto per il Labour. La destra non è ideologicamente forte, al contrario: col 1989 ai partiti conservatori è venuta meno la principale forza unificante, l’anti-comunismo; hanno abbracciato la filosofia del libero mercato, ma questo ha prodotto lacerazioni interne, a causa delle tendenze protezionistiche della loro tradizionale base elettorale; si sono inventati il «conservatorismo compassionevole», che è servito a Bush a vincere le elezioni, e di cui si trovano tracce non trascurabili nel «liberismo sociale» che Berlusconi mutua dalla Soziale Marktwirschaft di impronta cristiano-sociale germanica, ma che resta una base teorica debole e poco convincente.


Non è vero, dice Giddens, che il New Labour non abbia una chiara visione del futuro. Sono solo quelli che sono fermi alle parole d’ordine e agli schemi del vecchio progressismo, quelli che non capiscono che c’è un nuovo progressismo; che non si tratta di inseguire l’ideologia dello sviluppo, ma di riuscire a soddisfare le aspirazioni e la necessità di una larga porzione di popolazione. Ci sono nuove aspettative e nuovi rischi: per adattarvisi il welfare necessita di sostanziali cambiamenti. La modernizzazione non è un termine senza significato: è la necessità di riformare le istituzioni dell’economia, della sovranità, della vita culturale.


Qualcuno potrebbe osservare che le tesi di Giddens si adattino solo alla disincantata realtà britannica. E che le sopravvenute difficoltà dei seguaci della terza via europea dipendano dalla maggiore «coesione sociale», di cui nell’Europa continentale si mostrano custodi anche le forze moderate, come quelle gaulliste in Francia e cristiano-sociali in Germania, e che a maggior ragione dunque va difesa con inflessibile vigore dalle forze socialiste e di sinistra.


È la visione di fondo che ispira gran parte di coloro che, dopo la sconfitta del 13 maggio, in Italia chiamano i Ds e l’Ulivo a «gridare di più» invece che a «essere più convincenti», secondo l’immagine usata recentemente da Massimo D’Alema. È ciò che Giuliano Amato rimprovera a quella parte della sinistra che «vive la globalizzazione con il complesso di colpa per avere preso atto che l’economia di mercato è meglio di quella comunista, e per quel complesso di colpa si attaccano ancora alla speranza che possa non essere vero». Ritengo che tesi come quelle di Giddens continuino a essere feconde per una sinistra che voglia con successo candidarsi al governo anche di un paese come il nostro. Non in base a una presunta inevitabile omologazione anglosassone dei sistemi sociali e dei referenti politici dell’intero Occidente.


Al contrario nel nostro paese sono il crollo di un sistema politico a lungo bloccato, e la conseguente nascita di una destra capace di rilevanti successi (ma a lungo carente nella sua tradizione e fragile nei suoi riferimenti identitari), a chiamare le forze di sinistra a un compito ancor più eminentemente di governo. Del risanamento, negli anni novanta. Della competitività, oggi e nel futuro.


Se proprio la sinistra italiana ed europea vuole toccare una corda antianglosassone, dovrebbe comprendere che la maniera migliore per «contare», nell’ordine mondiale della politica e dei mercati, senza abdicare a Stati Uniti e Gran Bretagna la leadership come puntualmente è avvenuto dopo l’11 settembre, passa per la capacità di saper corrispondere ai bisogni della maggioranza di quegli elettori che chiedono di poter meglio studiare, crescere e investire nelle proprie risorse e in quelle del proprio paese. Solo così realizzeremo più inclusione sociale e meno emarginazione, non rincorrendo i teorici del neoantagonismo.

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