Affari e politica,colpe diverse

febbraio 28, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


La vasta categoria di imprese, invece di dedicarsi a fare il proprio mestiere, quello cioè di organizzare i fattori della produzione per svilupparsi ed affermarsi sui mercati, avrebbe corrotto un potere politico ad essa omogeneo, spartendosi il mercato fuori da ogni regola di concorrenza e lucrando indebiti profitti da scaricare sulla collettività.

In questa affermazione c’è probabilmente del vero. Ma è legittimo, come alcuni stanno facendo, accomunare in un’unica condanna classe politica e classe imprenditoriale, soli e solidali responsabili di questo disastro di cui non scorgiamo la fine? E quella di cui si parla è la responsabilità penale, o quella storica e politica?
Per amore di concretezza e senso di urgenza, anche in relazione ai provvedimenti cui si pensa di ricorrere, conviene cominciare dalla prima: ci sono le leggi, i magistrati vi pongono mano: appureranno e se del caso condanneranno comportamenti individuali. Ma se si prova a generalizzare, subito nascono alcuni interrogativi. Molte delle imprese di cui si parla svolgono anche rilevante attività all’estero, riuscendo -ad avere successo in contesti ambientali diversi: schizofrenia di comportamenti o generica capacità di adattamento alle condizioni ambientali, secondo gli insegnamenti di Harvard e Bocconi? Si gradueranno le responsabilità in funzione delle percentuali di esportazioni sul fatturato totale?
Specularmente: in Italia operano anche grandi imprese estere; non è necessario risalire all’affare Lockheed per sapere che alcune di esse sono state ben altro che puri spettatori nelle vicende novissime: importavamo anche corruttori? O solo realistici seguaci del «cuius regio, eius religio»?
La semplificazione, inevitabile nei giudizi collettivi, appare qui eccessivamente grezza. Infatti, se qualcuno è stato favorito, altri saranno stati danneggiati: difficile immaginare che si fosse inventato un sistema così perfetto da accontentare tutti, magari in armoniosa rotazione. Veramente nessuno conosce gli esclusi dal banchetto, i danneggiati, i minacciati per la loro non omogeneità? Se era così facile avere giustizia, perché nessuno di loro ha parlato e denunciato i fatti specifici? Se perforo una persona della dirittura e dignità di Umberto Colombo ha dovuto subire in silenzio ricatti e minacce, vorremmo condannare l’imprenditore che non ha ritenuto né di praticare una casta astinenza né di rischiare di far valere i propri diritti e muovere accuse, nel fondato timore che si sarebbero ritorte contro la propria impresa, ed il lavoro dei propri dipendenti? Perché infine se un manager non deve trasportare valigette, non è neppure compito suo imbottirsi di microspie e trasformarsi in poliziotto per assumere prove.
E ancora: sembra evidente che alcuni dei comportamenti che vengono alla luce si configurino come violazione della libertà di concorrenza e abbiano l’effetto di ottundere la capacità competitiva delle imprese. L’autoproclamatasi quinta potenza industriale del mondo ha atteso il 1990 per darsi l’autorità antimonopolio: ma in quale parte del mondo sono stati gli industriali a imporre la legge antitrust? E, con tutto il sospettare prima ed il denunciare poi, l’autorità, a tutt’oggi, non ha proprio trovato nulla di interessante su cui indagare?
La corruzione è punita, in base all’articolo 319 c. p., con la reclusione da 2 a 5 anni (corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio) con l’aggravante di un terzo se finalizzata alla stipulazione di contratti con la pubblica amministrazione. Il finanziamento illegale di partiti è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni (più la multa fino a 3 volte la somma percepita). Urta il comune senso di giustizia il pensare che chi ha strumentalizzato l’ingordigia altrui, o non ha osato contrastarne l’arroganza, possa essere punito più severamente di chi, eletto per far rispettare la legge, ha scientificamente e progressivamente costruito ed esteso un sistema fuori dalla legge. Fin sul piano della morale corrente è lecito mettere sullo stesso livello il manager che si è adattato a pratiche illecite mosso dall’ambizione di successo e chi, en passant, si arricchiva personalmente?
I profitti di regime dovranno essere colpiti e riparati i danni provocati alla collettività ed anche ai singoli. Ma si deve impedire che nel gran polverone non si individui il danno maggiore, questo piano di occupazione e spoliazione del Paese, iniziato impossessandosi dei posti chiave, infiltrando e sostituendosi all’amministrazione, favorendo (è il minimo che si possa dire) la corruzione dei rapporti economici; continuato intimidendo parte della magistratura, cercando di sottomettere la pubblica accusa al potere politico, arrivando perfino ad usare della più alta carica dello Stato per le proprie minacce; un disegno che è andato ad un pelo dal consoli,:. darsi e perpetuarsi per almeno altri sette anni. E tutto ciò sarebbe solo finanziamento illecito dei partiti?
Solo quando tutto ciò sarà chiaro e acclarato, sarà possibile ripercorrere le tappe che hanno portato in questo Paese regole e comportamenti da sceiccato mediorientale, riprendere, anche alla luce di queste dolorose esperienze, le critiche, storiche e politiche, ma non per questo accademiche, al capitalismo italiano: un capitalismo nato e sviluppatosi in un sostanziale connubio tra sistema delle imprese e Stato, dal suo decollo ottocentesco fino ai rapporti descritti da Amato come «protezionismo liberale», in uno stentato e non diffuso affermarsi del mercato e dei suoi meccanismi di regolazione. E quindi l’incapacità della borghesia industriale italiana dì porsi come classe egemone. E la mancata creazione di un vero mercato finanziario, causa e conseguenza della difficoltà a uscire dal vincolo familistico, il ricorso ad artifici finanziari per mantenerlo, i taglieggiamenti nei riguardi dei risparmiatori. Quanto l’abnorme crescita dell’area dell’economia pubblica sia stata anche propiziata dalla convenienza di scaricare settori in perdita. Quanto l’anticomunismo viscerale abbia segnato la storia delle relazioni industriali, determinando anche per quel verso distorsioni nei rapporti con i partiti di governo. Fino a non brillanti interpretazioni della finanziarizzazione degli Anni Ottanta.
Ma da questo a omologare tutti in un’unica indiscriminata condanna ce ne corre: sembra opportuno, adesso più che mai, evitare di semplificare e impegnarsi a distinguere.

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