A Blair rinfacciano l’Irak. Con Berlusconi non serve

settembre 8, 2010


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista


La pubblicazione dell’autobiografia di Tony Blair ha riacceso le polemiche sulla sua decisione di schierare l’Inghilterra a fianco degli Stati Uniti nella guerra contro l’Irak di Saddam Hussein, ed oggi egli è oggetto di pesanti giudizi. Anche Silvio Berlusconi ha mandato truppe italiane in Irak, ma, nonostante in questo momento sia in gravi difficoltà politiche, sulla guerra non lo attacca nessuno. Perché?

Sei capi di Governo europei favorevoli all’intervento. Non partecipò al meeting cruciale delle Azzorre, ma solo perché non invitato. L’impegno dell’Italia fu militarmente molto minore di quello inglese, ma anche noi abbiamo avuto perdite dolorose e le atrocità subite da italiani hanno scosso il Paese. Blair fu accusato di essere il barboncino di Bush, ma il riconoscimento sull’Irak tributato da Berlusconi al presidente USA nel ricevimento di fine mandato andava ben oltre le formalità di rito. In Inghilterra i contrari alla guerra erano tantissimi, ma anche da noi erano tantissime le finestre con le bandiere per la pace.

La spiegazione di questa asimmetria sta nella restante parte del bilancio politico dei due leader. Blair può attribuirsi la chiusura della sanguinosa ferita dell’Ulster, la devolution di Scozia e Galles, l’aver fatto di Londra uno dei centri mondiali della finanza e della cultura, in particolar modo nelle arti figurative; è stato uno straordinario innovatore del linguaggio politico, ha anche dato una nuova interpretazione delle politiche sociali, aumentando il numero dei beneficiari e la qualità dei servizi. L’Irak offre ai suoi avversari la possibilità di dare una lettura negativa di tutta la sua storia, relegando in secondo piano il resto del suo bilancio politico.

Per Berlusconi, l’opposizione interna non ricorre all’Irak perché non ne ha bisogno. Anche, anzi soprattutto quelli che non hanno mai condiviso gli argomenti dell’antiberlusconismo militante ritenendolo un fatale errore politico, riconoscono che al suo bilancio politico manca qualsivoglia significativa posta attiva. In questi sedici anni, tutti sostanzialmente condizionati da Berlusconi, i disastri previsti dall’opposizione non si sono verificati: ma sono stati 16 anni buttati. Blair viene attaccato sull’Irak perché ha fatto cose importanti in Inghilterra: Berlusconi no, perchè in Italia non ha fatto sostanzialmente niente. E dato che sedici anni sono tanti, che tante sono state le elezioni, e molte le occasioni per constatarlo, dato che alla favola delle telecrazia non ci crede più nessuno, anche per questa via troviamo la conferma che Berlusconi viene votato non per quello che fa ma per quello che dice; che l’adesione a quello che rappresenta è talmente prevalente da far dimenticare il poco o nulla che ha fatto.

Ma l’opposizione sembra non accorgersene, o almeno non sa approfittarne. Si ostina a non guardare ciò su cui Berlusconi fonda il suo successo come a un tesoretto in cui potrebbe pescare. Eppure su ordine giudiziario, scuola, rappresentanze sindacali, sanità, politiche per il mezzogiorno, presenza dello stato in economia, sono molti a sinistra, elettori ed esponenti politici, a volere riforme che riducano i poteri degli interessi corporativi. Invece di intaccare il consenso che Berlusconi raccoglie per ciò che promette di fare, l’opposizione di sinistra paradossalmente lo attacca su quello che in realtà non fa.

C’è dunque una ragione della asimmetria con cui Blair e Berlusconi sono giudicati nei rispettivi Paesi per le politiche in Irak. Ma asimmetria c’è anche nel giudizio che di loro si dà fuori dai loro Paesi. Berlusconi, in Italia ha ancora la maggioranza dei consensi, ma è pesantemente criticato dalla stampa inglese. La stella di Blair è oggi gravemente offuscata nel suo Paese, mentre da noi larga parte della sinistra continua a guardare a lui con ammirazione per quello che ha fatto, politiche progressiste in un Paese conservatore. Certo, un elenco di punti non basta a fare una politica, ma nel gran strologare che si fa di alleanze, di leggi elettorali, di leader e di ticket, ben venga l’ammirazione per chi di cose ne ha fatte. Purché l’ammirazione non sia il surrogato della determinazione a provarci..

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