«In politica estera il governo ha fatto scelte giuste»

dicembre 20, 2005


Pubblicato In: Varie


Luci e ombre del quinquennio berlusconiano secondo il senatore diessino che ha scritto Grazie Silvio

Ha giustamente ottenuto una vasta risonanza il libro, pubblicato dalla Mondadori, Grazie Silvio. Un “comunista” a Panorama del senatore ds Franco Debenedetti.

Per quanto il «grazie» sia ironico, provocante, ma non sarcastico. Debenedetti ha ammesso correttamente che i suoi articoli politici hanno trovato per cinque anni spazio sul settimanale di Berlusconi, quindi della concorrenza, «in assoluta libertà, mai un articolo rifiutato, mai un argomento sconsigliato… », mai un taglio se non reso necessario per motivi di spazio.
È la prova, ammette l’autore, che in Italia non esiste “un regime”, come abbiamo sentito ripetere infinite volte, neppure in senso metaforico. Così come il fatto che il capo del governo abbia il controllo televisivo di sei reti nazionali su sette, non significa che l’opinione pubblica ne sia necessariamente condizionata. Il risultato delle elezioni regionali del 2005 lo dimostra senza alcun dubbio.
Non eravamo abituati, per la verità, ad un linguaggio così corretto da parte di un esponente stimato della sinistra ed il lettore non mancherà di apprezzare, leggendo gli articoli (e gustandosi anche le 20 vignette di Altan) lo stile, si potrebbe dire “anglosassone”, di discussione politica, uno stile che del resto riflette la cortesia della persona, che, va ricordato, prima di divenire senatore nel 1994, è stato, per trentacinque anni, imprenditore e manager: nell’azienda famigliare, alla guida dei Componenti di Fiat, Presidente di Olivetti Information Services e presidente di Sasib.
Eppure, abbiamo chiesto al senatore Debenedetti che ha accettato volentieri l’intervista all’Indipendente, la sinistra ha per anni continuato a considerare Berlusconi più un demone che un avversario da sconfiggere, usando toni isterici. Lei stesso, nell’introduzione al libro, ha scritto di non credere che “la durezza sprezzante degli editoriali domenicali di Eugenio Scalfari su Repubblica abbiano spostato molti voti del campo avversario…”. «La contestazione girondina è, tutto sommato rientrata abbastanza presto. Non ricordo nelle parole di Prodi, di Fassino o di Rutelli, spunti velenosi, polemiche esasperate. Lo stesso si può dire per D’Alema, che quando ha una battuta tagliente, cosa che gli capita sovente, non se la tiene di certo. Travaglio scrive sull’Unità, Colombo che del regime è un convinto teorico, non ne è più direttore. Con l’avvicinarsi delle elezioni e con la strutturazione dell’Unione, i toni esagitati sono diventati marginali. E poi vogliamo parlare delle invettive a freddo di Berlusconi contro i “comunisti” e il pericolo che comporterebbero per la libertà degli italiani? Non è questione di ragionare con la propria testa, ma di ragionare sulle cose, sui fatti concreti. La società della comunicazione di massa è portata a semplificare, a percepire solo i suoni forti nel gran rumore di fondo. Pensi alla polemica No-Tav».
È un argomento sul quale si potrebbe discutere a lungo, ma veniamo alla crisi italiana, una crisi che dopo i casi Cirio e Parmalat, ora ha pesantemente investito il sistema bancario, compresa la stessa Banca d’Italia, fino ad ora considerata un baluardo istituzionale. A volte si ha l’impressione che non si possa parlare più di etica, che tutti vogliano tutto. «Sono dell’opinione opposta. Mi rendo conto di un’esigenza giustizialista, che prova verso il mercato la medesima repulsione di natura etica che ebbe dodici anni fa verso i partiti. È una reazione che espelle le tossine e che oggi è destinata a passare, O sono i veleni che si depositano, che si perpetuano in leggi e regolamenti? Sono pessimista. Guardi come sta
andando la vicenda della Banca d’Italia. Se il problema è l’autoreferenzialità dell’istituzione, i poteri che hanno consentito al Governatore di indirizzare gli assetti proprietari delle banche secondo un suo personale disegno, allora l’essenziale dovrebbe essere riformare i poteri piuttosto che sostituire un Governatore. Ma a dirlo si è accusati – proprio dai Catoni che tuonano contro le leggi ad personam — di mal-celata connivenza con Antonio Fazio. La legge pone dei regolatori indipendenti a vigilare sui mercati: ma la ormai abituale irruzione delle procure fa dei regolatori delle comparse all’ordine o alla mercé dei pm».
Torniamo al suo libro. La tesi di base è la delusione degli elettori verso Berlusconi, non tanto per il conflitto d’interessi, le leggi ad personam o la mancanza di cultura di governo, quanto per l’assenza di cambiamento, per la perdita di competitività del paese. Lei però sembra dare minor rilievo all’effetto terrorismo, all’aumento del prezzo del petrolio, all’introduzione devastante dell’euro in un’Europa per molti versi fallimentare. Se consideriamo la gravita complessiva di questi fattori, si potrebbe osservare che la stabilità di governo, la coerenza in politica estera, in un Paese fragile come il nostro, sia un risultato positivo, impensabile. Senza Berlusconi, in altre parole le cose avrebbero potuto andare molto
peggio. Non le pare una valutazione obiettiva? «Il paese più colpito dal terrorismo – l’America — cresce quattro volte
più noi. Il problema del prezzo del petrolio esiste per tutta l’Europa che cresce il doppio dell’Italia. Devastante l’introduzione dell’euro? Vogliamo scherzare? Ha idea di quanti interessi dovremmo pagare sul nostro debito pubblico senza euro? Fallimentare? Sono aumentati i prezzi dei servizi non in concorrenza, si è verificata un’inflazione maggiore che negli altri paesi perché il Governo non ha saputo controllare la spesa pubblica, concedendo, ad esempio, aumenti di stipendio al pubblico impiego superiori a quelli che hanno avuto i dipendenti dei settori esposti alla concorrenza. Abbiamo perso quote di mercato alle esportazioni, mentre la Germania, con lo stesso terrorismo, lo stesso petrolio, lo stesso euro, esporta alla grande. E poi, scusi, ammesso che siano giustificazioni, perché il governo le manifesta solo adesso? In questi anni ha sperato che ci sarebbe stata una ripresa, che le cose sarebbero andate meglio, una politica del giorno per giorno, di Finanziaria in Finanziaria, cercando di sopravvivere, con una visione della “nuttata” napoletana. Guardi, come sa sono un critico del governo, ma sotto il profilo della politica economica non è possibile alcuna difesa».
Tutto da buttare dunque? «No, mi sembra che in politica estera il governo abbia preso giuste decisioni: sull’Iraq, scongiurando il pericolo del seggio all’Orni per la Germania, correggendo la nostra posizione verso Israele. Siamo riusciti a recuperare, nel finale, sul piano dell’immagine». La determinazione, senatore, che lei dimostra nel sostenere le sue convinzioni fa pensare che la sinistra sia convinta di vincere le elezioni… «So di prima mano che i vertici di centrosinistra non condividono per niente tale sicurezza. Certamente la vittoria è nelle ragionevoli aspettative del centrosinistra. Ma se c’è qualche ottimismo sul risultato, c’è anche in gran pessimismo sul dopo: questa legge elettorale sembra essere disegnata apposta per rendere difficile governare per chiunque vinca le elezioni. E chi lo dice, le assicuro, non è un pericoloso estremista».

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