Una soluzione sbagliata

giugno 15, 2012


Pubblicato In: Varie


Prima che l’Italia e altri pensino comunque ad Eurobond, dovrebbero abbattere il loro grande indebitamento.

Sono numerosi i meccanismi finanziari escogitati per riportare il costo del debito dei paesi dell’eurozona al livello che c’era nei primi anni della moneta comune, e i mercati credettero che così si azzerasse il rischio paese. Diversamente confezionati, essi sono tutti varianti dello stesso principio, mettere in comune il debito, oppure munirli di una garanzia comune, oppure sostarli in un resolution trust. In Italia, Governo e buona parte dell’opinione pubblica si uniscono al coro di chi preme sulla Germania perché consenta l’introduzione di simili misure, e al più presto. Ma davvero gli eurobond sono nell’interesse dell’Italia? Davvero l’Italia non ha altri mezzi per fronteggiare questa difficoltà, finché la situazione non si stabilizzi?

L’ammontare del debito che un Paese deve sottoscrivere ogni anno è dato dalla somma del debito vecchio in scadenza e di quello nuovo necessario per finanziare nuovi deficit. Nel caso dell’Italia, i titoli con maturità superiore a due anni che vanno a scadenza ammontano a circa 210 miliardi l’anno. Per il finanziamento del deficit dei prossimi due anni dovrebbero rendersi necessari in media 30 mld l’anno : totale 240 mld l’anno (prescindendo per il momento dai costi aggiuntivi che eventualmente potrebbero ricadere sull’Italia per il salvataggio delle banche spagnole). Questa grosso modo è l’entità delle emissioni che i mercati finanziari si aspettano: per “calmarli”, ed evitare così tassi di interessi insopportabili, può essere utile bisogna ridurre l’offerta rispetto alle aspettative. Quanto? Poniamo 50-100 miliardi all’anno per i prossimi due anni: questo produrrebbe un avanzo netto dello 0,5-3,5 per il 2012 e del 1,5-4,5 per il 2013; inoltre ridurrebbe il fabbisogno di emissione di debito di 30 miliardi il primo anno e di almeno 40 il secondo, portandolo mediamente a 205 miliardi annui. Di essi circa 70 da finanziare all’estero, se resta l’attuale ripartizione 65/35 del debito tra residenti e stranieri.

Alla cifra di 50-100 miliardi annui si può arrivare senza ricorrere a piani ambiziosi di dismissioni, ma con provvedimenti che hanno effetto subito: vendita delle quote di aziende quotate non necessarie per mantenerne il controllo, alienazione di immobili attualmente occupati da uffici governativi, capitalizzazione dei ricavi UMTS, convenzione con la Svizzera per i capitali italiani ivi detenuti, vendita del 49% di una società per la concessione del demanio marittimo. Certo che si tratta di misure eccezionali: ma non è questo che sta facendo tutta l’Europa? Certo che alcuni provvedimenti faranno arricciare il naso: ma è più accettabile il futuro, che quotidianamente viene descritto a tinte fosche? Ogni 100 miliardi di riduzione il rapporto debito/Pil scende di 6,5 punti: se si dimostra, che il debito italiano può essere ed effettivamente viene ridotto, esso si mette in una luce completamente diversa.

Che l’Italia riesca ad attraversare la crisi anche senza eurobond è una possibilità concreta, anche se né semplice né poco costosa. Quello che invece è una certezza, è che l’Italia è un esempio calzante che ci sono paesi che senza la pressione esterna non si riformano. Solo con la pressione esterna siano riusciti a ridurre la presa dello stato sull’economia, a privatizzare il sistema bancario, a riformare pensioni e (parzialmente) il mercato del lavoro. Senza vincolo esterno non ci sarebbe il Governo Monti.
L’Austerità di per sé non è in contraddizione con la crescita: i Paesi che per uscire dalla crisi hanno adottato una politica di tagli alla spesa, hanno conosciuto riprese prima e più pronunciate. Questo dovrebbe essere particolarmente il caso dell’Italia, a causa della nostra pubblica amministrazione, pesante, inefficiente, arrogante. Bisogna per così dire diminuirne il volume: l’assurda “base” della sua impronta, e la “altezza” sempre crescente della stratificazione delle norme. La spending review avviata dal Governo dovrebbe portare nel tempo risparmi permanenti che sostituiscano quelli una tantum necessari a passare il guado. L’Italia ha problemi diversi dagli altri paesi del Sud Europa: non ha avuto la bolla immobiliare, non ha falsificato i conti, ha un sistema bancario relativamente solido. Se adesso mostriamo che non chiediamo cambiamenti di regole, vogliamo evitare azzardi morali, che per un paio d’anni almeno possiamo presentare bilanci in surplus, è possibile che ci sia una inversione delle aspettative nei mercati dei titoli di stato.

Se tutto questo è vero, è davvero nostro interesse unirci al coro di chi chiede di trasformare l’eurozona, facendone un’unione politica? Se ciò significa una bail-out clause addomesticata, perché sottoposta a giudizio politico a maggioranza, una BCE meno indipendente dal potere politico e non più vincolata all’unico obbiettivo di mantenere il valore della moneta, sarebbe nell’interesse dei nostri cittadini? Essi hanno la sensazione di avere già pagato un prezzo molto elevato per avere i loro patrimoni denominati in una valuta non soggetta a svalutazioni e solida “come il marco”. Se invece l’unione politica è una cosa seria, allora non può che implicare, per chi non mantenesse i patti, importanti perdite di sovranità. Differenza tra identità nazionale e identità europea, tra rapporti con il Governo proprio e quello comunitario, sono profondamente radicate nella nostra coscienza, e dureranno per generazioni. Ed è bene che sia così. Mettere in contrapposizione identità nazionali ed europee potrebbe essere pericoloso.

Testo originale

Falsche Lösung

Bevor Italien und andere überhaupt an Euro-Bonds denken, sollten sie ihre hohe Verschuldung abbauen.

Es gibt zahlreiche finanzielle Mechanismen, um die Kosten für die Schulden der Eurozonen-Länder auf das Niveau zurückzubringen das in den ersten Jahre der gemeinsamen Waehrung galt, als die Märkte glaubten, das Landesrisiko sei verschwunden. Verschieden verpackt, sind sie alle Varianten vom selben Prinzip, nämlich gemeinsam die Schulden zu verteilen, gemeinsam zu garantieren oder sie gemeinsam in einen resolution trust zu verschieben. In Italien stimmen die Regierung und ein Teil der öffentlichen Meinung in den Chor derjenigen ein, die auf Deutschland Druck ausüben, die Einführung solcher Maßnahmen zuzulassen, und zwar möglichst schnell. Doch sind Eurobond wirklich im Interesse Italiens? Hat Italien keine anderen Mittel, diesen Schwierigkeiten zu widerstehen bis die Situation sich stabilisiert?

Der Betrag der Schulden, die ein Staat jährlich finanzieren muss, besteht aus den alten, im Laufe des Jahres fällig werdenden Schulden, plus die neuen, die notwendig sind, um neue Defizite zu decken. Im Falle Italiens belaufen sich die Staatsanleihen mit über zweijähriger Dauer, die jedes Jahr ablaufen, ungefähr auf 210 Milliarden Euro. Für die Finanzierung der Defizits der kommenden zwei Jahre dürften im Durchschnitt 30 Milliarden pro Jahr notwendigen sein. Das macht insgesamt für die nächsten zwei Jahre 240 Milliarden Euro pro Jahr. (Abgesehen von den zusätzlichen Kosten, die eventuell für die Rettung der spanischen Banken für Italien anfallen könnten). Dies sind grosso modo die jährlichen Anleihen, die die Finanzmärkte erwarten. Um sie zu „beruhigen“ und so untragbare Zinsen zu vermeiden, hilft es, weniger Anleihen zu emittieren als erwartet. Wie viel weniger? Nehmen wir an, 50 – 100 Milliarden pro Jahr für die nächsten zwei Jahre. Somit würde sich ein netto-Überschuss von 0,5 – 3,5 im 2012 ergeben und von 1,5 – 4,5 im 2013; überdies würden auch weniger Schuldausgaben notwendig sein, im ersten Jahr um 30 Milliarden und im zweiten um 40 Milliarden. Insgesamt ergäbe das durchschnittliche Anleihen im Wert von 205 Milliarden pro Jahr. Davon etwa 70 im Ausland zu finanzieren, angenommen es besteht die aktuelle Aufteilung 65/35 der Schuld zwischen Einwohnern und Ausländern.

Einsparungen von 50-100 Milliarden Euro pro Jahr sind ohne allzu große Dinsivestitions-Pläne zu erreichen, durch sofort wirksame Maßnahmen : Verkauf von Anteilen börsenquotierter Unternehmen, deren Kontrolle zu behalten nicht notwendig ist; Vermietung seitens der öffentlichen Verwaltung von aktuell besetzten Staatsimmobilien und deren Veräußerung; Kapitalisierung der Einnahmen von UMTS; Konvention mit der schweizerischen Eidgenossenschaft für die Versteuerung der dort angelegten italienischen Kapitalien; Verkauf von 49 Prozent Anteil einer Gesellschaft für die Sondernuztungserlaubnis von öffentlichem Landbesitz. Es handelt sich wohl um außergewöhnliche Maßnahmen: aber ist nicht alles außergewöhnlich, was sich in Europa zur Zeit abspielt? Einiges kann Nasenrümpfen provozieren: aber ist die Zukunft, die man täglich schildert, leichter anzunehmen? Je 100 Milliarden Reduktion sinkt der Koeffizient Verschuldung/BIP um 6,5 Punkte: wenn gezeigt wird, dass die italienische Verschuldung reduziert werden kann, und dass sie tatsächlich reduziert wird, rückt sie in ein anderes Licht.

Die Krise auch ohne Eurobonds durchzustehen, ist für Italien eine konkrete, wenn auch eine weder einfache noch billige Möglichkeit. Sicher ist, dass Italien ein treffendes Beispiel darstellt, wie einige Staaten ohne Druck von außen keine Reformprozesse in Gange bringen. Denn nur durch äußeren Druck ist es uns gelungen, die Rolle des Staates in der Wirtschaft einigermaßen zu reduzieren, das Bankensystem zu privatisieren, das Rentensystem unter Kontrolle zu stellen und (teilweise) den Arbeitsmarkt zu reformieren. Ohne Druck von außen gäbe es auch keine Regierung Monti.

Austerity ist per se nicht negativ fürs Wirtschaftswachstum: es zeigt sich, dass jene Staaten, die eine Politik der Ausgabenbeschränkung eingeführt haben, sich früher und rascher von der Krise erholt haben. Das sollte für Italien besonders der Fall sein, wegen unserer schwerfälligen, ineffizienten und arroganten öffentlichen Verwaltung. Wir müssen sozusagen ihr Volumen verringern: die wahnsinnige „Fläche“ ihres Abdruckes, und die stetig wachsende „Höhe“ der stratifizierten Normen. Die von der Regierung in Gang gebrachte spending review sollte mit der Zeit zu dauerhaften Einsparungen führen und somit die aktuellen einmaligen Massnahmen ersetzen. Die Probleme Italiens unterscheiden sich von jenen anderer südeuropäischer Staaten: es hat keine Immobilienblase gegeben, die Buchführung war nicht gefälscht und das Bankensystem ist relativ solid. Wenn wir dazu keine Regelveränderungen fordern, moral hazard vermeiden und für zwei Jahre Budgets im Überschuss präsentieren, sollte das zu einer Inversion im Anleihenmarkt führen.

Wenn all dem so ist, muss man sich fragen, ob es wirklich in unserem Interesse sei, uns denen anzuschließen, die die Eurozone in eine politische Union umwandeln wollen. Sollte das bedeuten, dass die bail-out clause domestiziert und dem politischem Urteil der Mehrheit vorgelegt wird, dass die EZB an Unabhängigkeit verliert und nicht mehr nur den Wert des Euro zu erhalten hat, wäre das dann noch im Interesse unserer Bürger? Diese haben ohnehin das Gefühl, schon einmal teuer für die Möglichkeit bezahlt zu haben, ihr Vermögen mit einer „wie die Mark“ stabilen Währung zu benennen. Sollte hingegen die politische Union ernst gemeint sein, dann würden etwaige Brüche der vertraglichen Bestimmungen bedeutende Souveränitätsverluste zur Folge haben. Doch die Unterschiede zwischen nationaler und europäischer Identität, zwischen Beziehungen zur eigenen und zur gemeinsamen Regierung, sind tief in unserem Bewusstsein eingeprägtund werden noch über Generationen andauern. Und das ist auch gut . Nationale und europaeische Identitäten einander entgegensetzen könnte gefährlich sein.

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