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→  febbraio 25, 2021


di Stefano Cingolani

Perché la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della democrazia. Un libro di Franco Debenedetti

Con il tramonto del nazional-populismo anche il profitto ritrova il suo posto in società. Messa così, la soluzione è fin troppo facile. In realtà, si fa strada da anni, ben prima della pandemia, un nuovo paradigma basato su alcuni capisaldi: l’impresa non deve pensare ad arricchire solo gli azionisti, bensì la più ampia comunità, non gli shareholders, ma gli stakeholders; deve essere socialmente responsabile; deve avere uno scopo più ampio; deve puntare sul lungo termine e non solo sul breve. Sono i pilastri di una nuova saggezza che si sta affermando non dall’esterno del sistema, ma dall’interno, non da chi rifiuta il capitalismo, ma da chi lo pratica, dalla grande finanza, dagli uomini che muovono colossali fortune, dai fondi di investimento, dalle gigantesche multinazionali.

Quanto è solido questo modello? Quando è coerente e fino a che punto è praticabile? Franco Debenedetti si è messo a separare il grano dal loglio e nel suo libro “Fare profitti. Etica dell’impresa” appena pubblicato da Marsilio, rimette in discussione quello che rischia di diventare il “pensiero unico” dell’era post Covid. Per farlo, riparte da quel che scrisse Milton Friedman nel 1970 sul magazine del New York Times: “La responsabilità sociale delle aziende è fare profitti”. Il lungo articolo fece scalpore e lo fa ancora adesso. Dunque, nulla è cambiato? Al contrario, Debenedetti lo racconta con dovizia di esempi e di storie, mantenendosi a cavallo tra dibattito teorico ed esperienza pratica. Tuttavia, al termine di trecento pagine, conclude che il principio di fondo è ancora valido: “In tutto questo mutare, la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della società democratica, e fare profitti la sua responsabilità sociale, la sola”. La prima parte della frase è difficilmente contestabile, sulla seconda il dibattito è aperto anche tra i seguaci di Friedman.

Debenedetti esordisce citando un articolo del Financial Times pubblicato il 18 settembre 2019 e intitolato: “Capitalism. Time for a reset”. Dove “reset si traduce con ripristinare o con azzerare”. Il quotidiano della city ha gettato il sasso in piccionania e insiste. Il 30 gennaio scorso ha pubblicato un ampio reportage intitolato: “Il nuovo mantra di Wall Street: verde è buono”, a proposito della conversione ecologista di chi muove il denaro. E’ stato Larry Fink, il big boss di BlackRock, ad annunciare un anno fa in una lettera ai suoi clienti che avrebbe indirizzato verso investimenti verdi, responsabili, digitali, l’immenso flusso di denaro da lui gestito. E’ tutta fuffa? Il capitale ha preso un abbaglio e sta distruggendo se stesso, oppure vuole lisciare il pelo allo spirito del tempo, alle pressioni dei movimenti sociali, alla politica (oggi di Joe Biden deciso a imporre nuove regolamentazioni)?

È la questione che si sono posti nel tempio del neoliberismo dove Friedman resta il gran sacerdote. ProMarket la pubblicazione digitale della Booth School for Business dell’Università di Chicago per ricordare “Friedman 50 anni dopo” ha chiamato a discutere 27 economisti di diversa impostazione teorica, tra questi Stefano Zamagni, teorico dell’impresa responsabile, e Martin Wolf, globalista tutto d’un pezzo che ora vuole l’autodafé del capitalismo. Luigi Zingales che ha curato il progetto invita a rigettare ogni impostazione dottrinaria e persino religiosa. Quella di Friedman non è verità rivelata, ma un teorema valido entro certe condizioni che non si verificano nella realtà effettuale (pensiamo all’assenza di monopoli e alla concorrenza perfetta), e comunque cambiano nel tempo. “Nel mondo del 2020, i maggiori azionisti della più parte delle imprese siamo tutti noi, che abbiamo le nostre pensioni investite in azioni”, scrive Zingales. Ma proprio per questo, secondo Debenedetti, remunerare gli azionisti, soprattutto quando sono milioni, è ancor più importante: si tratta di un principio di responsabilità, altrimenti si crea “l’impresa di nessuno” come la chiamò Bruno Visentini, nella quale il potere, e in questo caso un potere assoluto, è esercitato dai top manager. Il capitalismo di massa ha superato il capitalismo padronale, ma rischia di finire nel capitalismo manageriale.

Sempre sul solito Financial Times, in un articolo intitolato “Quando Friedman, profeta del profitto, incontrò la pandemia”, il giornalista Andrew Hill ha intervistato l’economista Raghuram Rajan, membro anche lui del circolo di Chicago, secondo il quale Friedman ha sottovalutato “gli azionisti impliciti, lavoratori, clienti, fornitori, importanti quanto e talvolta ancor più di quelli espliciti”. Finché non sarà sconfitto il Covid-19 – sottolinea con realismo – la prima cosa che deve fare un’impresa è sopravvivere, nel suo interesse così come in quello dei suoi dipendenti e della società, prendendo atto che la mano pubblica diventa più pesante della mano invisibile. Troppo pesante, argomenta Debenedetti con una quantità di esempi anche italiani (per esempio il ruolo della Cassa depositi e prestiti, spesso destinata a veri e propri salvataggi).

Friedman va riletto e messo in prospettiva, sostengono i nuovi Chicago boys. Intanto è meglio leggerlo per intero, ricorda Debenedetti: infatti il padre del neo-monetarismo scriveva che le corporation dovrebbero “fare quanti più soldi possibile conformandosi alle regole base della società, quelle incorporate sia nella legge sia nelle consuetudini etiche”, entrambe storicamente determinate. Zingales parla di massimizzare non il valore degli azionisti, ma il benessere il che “rende necessaria la democrazia nelle imprese”. Ciò comporta costi diretti e indiretti i quali possono frenare l’innovazione, molla della crescita e, di conseguenza, il benessere collettivo. E’ una contraddizione aperta che riguarda sia il vecchio sia il nuovo paradigma: quante volte sono gli shareholders a temere il rischio e frenare lo sviluppo e quanto volte sono gli stessi stakeholders per difendere vecchi privilegi e diritti acquisiti.

La grande impresa moderna, la società per azioni, è una realtà complessa. Al suo interno ci sono interessi in conflitto regolati da un reticolo di contratti stilati da uomini con le loro idee, il loro carattere, la loro scala di valori, le loro preferenze politiche. Insomma, assomiglia più a una democrazia parlamentare che a una monarchia assoluta.

“Fare profitti” ci invita a diffidare dei falsi idoli e delle illusioni, ci spinge a non rincorrere ricette miracolose; una guida certamente da mettere in discussione con sguardo laico capace di accettare il pluralismo in economia come in politica. Il profitto non è solo una formula matematica, la sua radice latina, proficere, vuol dire giovare, ma anche progredire. Chi rifiuta il profitto rinuncia a fare cose belle che servono e piacciono agli uomini, insomma rifiuta il progresso.

→  febbraio 12, 2021


Logico che non ci sia giornale o televisione che non descriva, tra l’ammirato e lo stupefatto, come Draghi, con la sua sola presenza, prima ancora di essere ufficialmente insediato, abbia scompaginato il quadro politico, dato nuova vita ai riti un po’ sclerotizzati della formazione dei governi, aperto nuove prospettive a un paese indebolito e provato. Incomprensibile invece che la maggior parte di loro non dedichi una riga o un minuto per riconoscere, non diciamo il merito, ma nemmeno il ruolo che, nel provocare questa svolta, ha avuto colui che avevano invece severamente condannato: colui che, per pura ambizione personale e imperdonabile incoscienza, aveva buttato in una crisi al buio un paese in piena pandemia. E parlo dei grandi giornali nazionali, delle reti televisive e della maggior parte dei loro autorevoli commentatori.

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→  gennaio 26, 2021


Non esistono né procedure né strutture competenti per attuare i progetti concordati con l’Europa. Svegliamoci

Mai sprecare una crisi”. E invece è quello che fanno quelli che accusano Renzi di irresponsabilità, aver aperto una crisi in piena pandemia. Così facendo, ci occupiamo della crisi sbagliata: assai più grave è quella del Recovery fund. Non basta infatti la modifica del primo progetto, che Renzi ha chiesto o ottenuto: mancano i piani per accedervi, per non parlare delle capacità di eseguirli. Tutto personale e preconcetto questo strabismo? La pandemia la conosciamo ormai da quasi un anno: sappiamo misurarne l’andamento, ci siamo abituati al rimedio per contrastarla, abbiamo iniziato a distribuire i vaccini. I problemi per vaccinare il 70 per cento della popolazione sono di tipo logistico e organizzativo: la linea di comando dovrebbe avere imparato dai propri errori. Del Recovery fund invece la sola cosa che conosciamo con precisione è la somma prevista per l’Italia.

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→  gennaio 15, 2021


Al direttore.

Come già l’antiberlusconismo militante, così anche l’antirenzismo andrebbe spiegato. E non solo quello con l’elmetto di Marco Travaglio, ma anche quello diventato un topos di giornalisti e commentatori normalmente equilibrati e pacati. Esemplare l’accusa di avere aperto una crisi “in piena pandemia”: punto. Non uno che dica: avere aperto la crisi con un “Recovery fund” (come ormai è invalso l’uso di chiamarlo) che presenta ancora tante criticità. Ovvio: il minimo residuo di onestà intellettuale obbligherebbe a riconoscere a Renzi la parte che ha avuto nel demolire la struttura piramidale prevista all’inizio, 300 esperti, guidati da manager dei grandi monopoli statali, e al vertice, s’intende, il premier. E la parte determinante avuta poi nel riequilibrare un poco verso gli investimenti un progetto scandalosamente sbilanciato verso i sussidi.

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→  dicembre 16, 2020


Al direttore.

L’influenza spagnola uccise, tra il 1918 e il 1920, da 50 a 100 milioni di persone, più della somma dei morti della Prima (17 milioni) e della Seconda guerra mondiale (60). Eppure sono 80.000 i libri che si possono sfogliare sulle guerre, sulla Spagnola ce ne saranno al massimo 400. Perché? Secondo Ivan Krastev, in “Is it Tomorrow Yet? Paradoxes of the Pandemic”, recensito dal Financial Times, la ragione è che è difficile descrivere una pandemia come lo scontro del bene e del male; manca una storia e manca una morale. Morire per una malattia invece che per una pallottola non è un atto di patriottismo o un eroico sacrificio, e non se ne può trarre nessun significato più profondo. Proprio così: dal morire di Covid non si può trarre nessun significato, e profonda è solo la sofferenza per arrivarci.

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→  dicembre 10, 2020


di Franco Debenedetti, Natale D’Amico e Francesco Vatalaro

Uno studio pubblicato su Nature mette a punto un metodo che prevede i casi reali dei contagi e la loro evoluzione

Per contrastare la pandemia (prima che arrivino i vaccini, e finché non saremo praticamente tutti vaccinati) ci sono sostanzialmente due modi: evitare i contagi e isolare quelli che possono contagiare. I lockdown e i tamponi. I due metodi sono opposti per molti aspetti: per la granularità, nulla nel lockdown totale, massima, fino al singolo individuo, con i tamponi; per la collaborazione richiesta, pura obbedienza nei lockdown, volontaria coi tamponi; per la lesione delle libertà personali, grave nei divieti di movimento inerenti ai lockdown, minima coi tamponi; per l’efficienza attesa dalla pubblica amministrazione, “militare” per i lockdown, elevata per i tamponi, dato che i positivi vanno seguiti e isolati. I costi sono per entrambi notevoli e dipendenti, per il lockdown dalla durata ed estensione, per i tamponi dalla frequenza di ripetizione. Infine dai pericoli per la privacy, nulli nel lockdown, lasciati all’attenzione del personale nei tamponi. Dall’insorgere della pandemia, le pubbliche autorità hanno deliberato su chiusure e aperture, su categorie e su attività consentite; sui tamponi invece, tranne casi isolati, non sono riuscite neppure ad assicurarne la disponibilità in quantità adeguata. In entrambi i casi prendendo decisioni sulla base di valutazioni spesso qualitative o di analisi di parametri e di soglie lasciate all’apprezzamento di esperti, sprovvisti di un feedback georeferenziato e tempestivo sugli effetti delle misure prese. E’ invece noto che si formano dei focolai di contagio ossia luoghi di “super diffusione” del Covid-19 che per di più variano nel tempo in intensità e localizzazione in modo a prima vista imprevedibile; specie quando il numero di casi infetti supera una certa soglia e diviene difficile prevedere dove si verranno a creare. Inoltre sono ben note le disparità nei tassi di infezione entro una popolazione, con impatto sproporzionato del virus sui gruppi socio-economici svantaggiati.

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