Stet-Fininvest?
No, nel nome della concorrenza

aprile 21, 1995


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero


Lettera aperta a Silvio Berlusconi

Cavalier Berlusconi, «Auspico una risistemazione di tutto il settore (telefono, televisione, computer), magari anche attraverso fusioni (…) con la Stet (…)»: le confesso che la reazione stamane leggendo queste sue affermazioni, è stata di stupore. L’argomento non era nuovo, da tempo correvano voci, autorevoli personaggi le avevano captate e rimandate. Ma io non ci credevo troppo, mi sembrava prodotto di esazerazione di commentatori, non proprio benevoli nei suoi riguardi.

Sere fa, a Tempo reale, lei disse che l’Inghilterra della sinora Thatcher non aveva privatizzato British Telecom: nessuno dei suoi interlocutori ravvisò l’errore, ricordandole che addirittura la privatizzazione era stata accompagnata dalla creazione di concorrenti (Mercury e reti-cavo). Lei parla della necessità di confrontarsi con l’estero: forse sarebbe bene prima cercar di conoscerlo.
E all’estero si cerca di segmentare e di specializzare i mercati, per creare concorrenti forti: così fece l’America quando spezzò il monopolio dell’At&t, separando la gestione del traffico a lunga distanza (dove operano tre concorrenti) da quello urbano, e impedendo che i gestori telefoni
ci facessero concorrenza alle Tv-cavo. Così ha fatto l’Inghilterra, impedendo a Bt di trasmettere segnale televisivo finché non si fossero rafforzati gli operatori cavo, che possono invece fornire servizio telefonico. Perfino in Germania il mercato si arricchisce aprendo a nuovi attori aziende co-me le utilities elettriche, a Mercedes e Mannesmann.
Anche se il suo progetto fosse (solo?) quello di mettere insieme le infrastrutture fisiche, le reti di trasmissione, non vede come questo renderebbe impossibile la nascita di operatori in concorrenza vera? Che senso ha riproporre oggi, alla vigilia del Duemila, grandi infrastrutture pubbliche, reti nazionali stese coi soldi dei contribuenti e degli utenti? Non le sa tanto di ‘soviet più elettrificazione’?
È vero, noi dobbiamo aprirci all’estero: aprirci alle collaborazioni tecniche e commerciali, aprirci ai capitali. Dove troveremo le une e gli altri, se proponiamo loro di unirsi a un complesso innaturale, quale quello che lei propone, che non ha somiglianza con nulla di quanto al mondo si è affermato?
Il discorso non cambia con la privatizzazione di Stet. Il problema non è chi possiede la Stet, ma se ci sarà concorrenza, non se questa viene di fatto impedita rafforzando il monopolio sulle infrastrutture.
Gli industriali, quelli, e sono i più, che non hanno mire sulle aziende privatizzande, sono interessati alla fondamentale libertà di poter scegliere: tra fornitori di energia. di telefoni, di trasporti, e perché no, di servizi finanziari e di sistemi distributivi. Quella libertà di scegliere che lei stesso ha portato creando in Italia la televisione privata. Dopo aver subito per decenni gli svantaggi competitivi a causa delle inefficienze del sistema paese, si sperava che ora si aprisse una stagione di liberalizzazione dei mercati: e ci si vedono invece offrire squarci su progetti che sanno del peggiore con-sociativismo: con tanti saluti ai mercati, quelli veri, quelli governati dalla concorrenza.
Non era certo di questo tipo il futuro del settore sul quale, poco più di un mese fa, proprio da questo giornale, la invitavo ad aprire un dibattito. Allora mi ero rivolto al politico, oggi, come avrà capito dall’appellativo, all’industriale. al proprietario del secondo gruppo industriale italiano, come lei è solito ripetere con giusta fierezza. Gli industriali italiani, i Benetton, i Del Vecchio, i Lucchini, i Riva, sanno che dimensione e diversificazione sono dei mezzi, il fine ultimo è la capacità di stare sul mercato. Non hanno cercato protezioni politiche o l’ombrello dello Stato. Sanno che non si diventa forti mettendo insieme due debolezze, ma confrontandosi e navigando nel mare aperto dei mercati concorrenziali.
Ci ripensi, cavalier Berlusconi. Anche perché a qualche malevolo potrebbe venire il sospetto che altro sia il suo progetto e che, con la vendita di impianti oggi e di reti domani, lei voglia arrivare al controllo di Stet. Nel qual caso sarebbe difficile evitare di rivolgersi al Berlusconi politico: e di farlo con ben altri accenti.

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