Senza mercato niente miracoli

luglio 5, 2004


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Un saggio di Nardozzi sulla nostra economia: dalla competizione dei singoli imprenditori alle privatizzazioni, al potere di politici e banche

L’Italia del dopoguerra ha conosciuto uno straordinario sviluppo economico: dall’analisi di quanto accadde in quegli anni è possibile trarre indicazioni valide oggi che l’Italia sembra invece aver smarrito la capacità di crescere. Questo è l’approccio metodologico da cui parte Giangiacomo Nardozzi in Declino e Miracolo (Laterza 2004, ppX-127, 10,00€). Ciò che si propone é individuare il singolo fattore capace di spiegare i successi di allora e le difficoltà di adesso.

Li ricordo molto bene, gli anni del miracolo economico: prima, la ricostruzione dell’azienda di famiglia, vicenda centrale nella vita di una famiglia con azienda; poi la crescita, gli animal spirit protesi ad agguantare il successo, con molte difficoltà e qualche fatica, ma senza mai il dubbio di non riuscirci. Ha ragione Nardozzi: a spiegare il miracolo italiano del dopoguerra non basta la teoria del “catching up”, la rincorsa di un Paese che può attingere dall’agricoltura mano d’opera a buon mercato per alimentare una crescita industriale ad imitazione di quanto avevano fatto i grandi paesi europei prima di noi. E neppure il fatto che la guerra distrugge più vite che infrastrutture, fa quindi aumentare il capitale pro capite, mentre l’inflazione azzera i debiti, sicché, come cinicamente osserva Gary Baker, la guerra, per chi non muore, è la migliore occasione della vita.
“Il filo conduttore del racconto” Nardozzi lo individua nella concorrenza, “la forza che spinge a sfruttare al meglio le risorse disponibili in un’economia”. Fu perché “l’esposizione alla concorrenza si accompagnò a una forte pressione competitiva ai vertici dell’industria, con il contributo determinante delle imprese a partecipazione statale”, che si verificò “l’esperienza esaltante” del miracolo del dopoguerra. Ed è la mancanza di concorrenza la causa principale del “declino” a cui sembra avviato il nostro sistema industriale.
Che il nostro paese abbia bisogno di iniezioni in dosi massicce di concorrenza, lo diciamo in tanti, e da tanto tempo. Di qui la domanda: perché a tanto diffuso consenso non sono corrisposti risultati pratici di pari efficacia? Nardozzi é preciso nel ricordare gli snodi decisionali che esposero la nostra industria alla competizione. Ma perchè non denunciare allora che, mentre il suo pamphlet va in stampa, il governo vende la rete di trasmissione elettrica lasciandone il controllo in mano all’Enel, anzichè scorporarla prima, come invece richiedeva l’Antitrust? Concorrenza é un concetto astratto, che diventa concreto nelle vicende che si sono succedute nel corso di mezzo secolo di storia economica del nostra Paese. La concorrenza non è un’orfanella, ha una Autorità garante, tenuta per legge, tra l’altro, ad inviare al Parlamento pareri sugli aspetti pro- o anticompetitivi dei principali progetti di legge. In alcuni casi il suo ruolo fu determinante, ad esempio per evitare la “privatizzazione” in blocco di tutte le Partecipazioni Statali. In altri casi invece (dall’elettricità alla TV, dalle professioni ai taxi) non riesce ad aver ragione delle resistenze: perchè? La mancanza di concorrenza ha un costo misurabile, entra come un sovraccosto nell’equazione economica delle imprese: nel caso dei servizi (compresi quelli professionali) supera mediamente il 40% del valore della produzione negli altri settori. E ciò che risulta da un rapporto di Riccardo Faini per la Fondazione Rodolfo Debenedetti, presentato ad un convegno sul ruolo della concorrenza per contrastare il declino europeo, e sui mezzi per garantire supporto politico alle riforme.
Nardozzi é critico verso le grandi famiglie del nostro capitalismo, che hanno approfittato delle privatizzazioni per buttarsi sui mercati oligopolistici e con prezzi ancora largamente amministrati: telefoni, energia, autostrade, aeroporti. Invece rivendica con entusiasmo il ruolo delle Partecipazioni Statali “prima maniera” nel miracolo economico, grazie a cui “si realizzò il ricambio ai piani alti del capitalismo”. Ma, poiché le cause si giudicano dai loro effetti, il ragionamento dovrebbe essere rovesciato: si riconoscerebbe allora che quello che non si realizzò fu proprio il ricambio, che le PPSS produssero sì acciaio e autostrade e metano, ma al prezzo di escludere i privati da quei mestieri, e di ostacolare la formazione di una classe di capitalisti moderni. I cromosomi dei Saraceno e dei Mattei dei tempi “eroici”, sopravvissuti alle degenerazioni degli anni 80, produrranno solo i “nuovi Mattei”. Comunque le si giudichi, le scelte delle grandi famiglie del nostro capitalismo per i business delle bollette e dei pedaggi non hanno però nessun nesso causale che le colleghi al nostro “declino”. Se permangono rendite monopolistiche, non è colpa loro. Qualcuno doveva pur comprare: scomunicata l’idea di aumentare numero degli attori e concorrenza con lo “spezzatino”, e respinti gli stranieri, chi restava?
Bisogna tuttavia dare atto a Nardozzi di non essere tra coloro, numerosi nella letteratura sul “declino”, che ne addebitano la colpa agli imprenditori: “dovrebbero” investire di più in ricerca, “dovrebbero” quotare in Borsa la loro azienda, “dovrebbero” respingere il malthusianesimo che conduce al nanismo industriale. “Non è una questione di imprenditori capaci” – scrive infatti – “una diagnosi che prima di essere ingenerosa è stupida. Il punto tocca, invece, come sempre in economia, gli incentivi e il contesto che li determina”. Sono le convenienze degli imprenditori a determinare le loro scelte, e quindi la strada che prende il Paese, e il tipo di sviluppo che perseguirà. D’accordo: ma queste convenienze non si formano solo tenendo conto dei vincoli dei mercati in cui opera l’azienda, del lavoro, dei prodotti, e dei diritti di proprietà, mercati sui quali opera la concorrenza, e di cui parla Nardozzi. Giacché un ruolo rilevante, secondo me ancora più rilevante, ha l’azione di altri sistemi, sui quali la concorrenza o agisce poco o non agisce affatto.
Il sistema del credito, innanzitutto. Le imprese dipendono dalle banche per le risorse finanziarie che consentano loro di crescere oltre i limiti dell’autofinanziamento e dei patrimoni personali. Anche quelle quotate; in alcuni casi, soprattutto quelle quotate. In assenza di investitori istituzionali, tutto finisce di passare attraverso le banche, senza troppo riguardo per i molteplici conflitti di interesse al centro di cui si vengono a trovare. Sulle decisioni di finanziamento i criteri relazionali prevalgono su quelli impersonali; di conseguenza, raramente il “merito di credito” coincide con il “merito imprenditoriale”. Nel nostro sistema, diventato rapidamente un sistema bancocentrico; il potere di vigilanza sommato al potere Antitrust in mano a Bankitalia, scherma le banche dalla concorrenza per il controllo, ne fa un sistema isolato che persegue una propria autonoma agenda politica. Le banche sono soci di fatto dei grandi gruppi, fortemente indebitati: può quindi accadere che “governi che preferiscono ammantare di non ingerenza la propria incapacità di indirizzo industriale e di mobilitazione di risorse per lo sviluppo, [intervengano] surrettiziamente proprio attraverso le banche, che al potere politico sono strettamente collegate, in contropartita concedendo ad esse totale libertà di manovra. Nel futuro prossimo le banche saranno l’unico soggetto a occupare la cabina di regia dell’andamento dell’economia”. (Sergio Cusani, il Manifesto, 25 Giugno).
E poi la politica. Perché é alla fine la politica a fissare gli assi coordinati su cui gli imprenditori tracciano i grafici delle loro convenienze. E’ la politica a determinare le aspettative che fanno muovere gli animal spirit. Chi ha vissuto gli anni del miracolo, coglie in modo quasi epidermico la differenza con oggi: a cambiare é stato l’atteggiamento verso la coppia sicurezza/rischio, tra l’esigenza di sicurezza e la disponibilità al rischio. Tra la richiesta di essere protetto per i propri bisogni e quella di essere premiato per i propri meriti. Arricchendosi, il paese si é dato un welfare: ma é un welfare che non aiuta a reinserirsi chi perde il lavoro, che incoraggia a smettere presto di lavorare. Si é dato un’istruzione per tutti: ma un sistema scolastico che non valuta e non vuole essere valutato, che accoglie nella mediocrità anziché selezionare per merito.
Si potrebbe continuare. Ma c’è un dato che più di ogni altro racconta quanto è cambiato il rapporto tra stato e cittadini, tra quanto ci attendiamo dallo stato e quanto dalla nostra iniziativa: la percentuale di prodotto nazionale prelevato con le tasse. Negli anni del miracolo era poco più della metà che negli anni del declino.

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