Riappropriamoci della città

marzo 31, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Repubblica


Caro direttore, sono sostanzialmente d’accordo, purtroppo, con quanto ha scritto Salvatore Tropea (Torino cerca sindaco, la Repubblica, 18 marzo). Ma vorrei provare ad aggiungere qualche approfondimento, una proposta ed una speranza.
La ritirata dei partiti, obbligati da ogni nuovo avviso di garanzia ad arroccarsi su trincee sempre meno difendibili, consapevoli della propria incapacità di indicare soluzioni, perfino di prevedere il comportamento del loro elettorato tradizionale, rispetto a quelle che vengono ventilate, ha lasciato, oltre a un vuoto politico, un vuoto di partecipazione, di senso dl appartenenza.

Il vecchio sistema elettorale, con i suoi processi di selezione tutti interni ai partiti, ha anche impedito la formazione di meccanismi di aggregazione del consenso: la società civile si trova sprovvista di luoghi ed abitudini a dibattere problemi e a formulare proposte.
Adesso, veramente, corriamo il rischio di perdere una grande, forse storica, occasione.
Mentre recriminiamo su ciò che vorremmo che altri facessero, perdiamo l’occasione di fare ciò che pure potremmo e dovremmo fare: riappropriarci della città.
Il caso di Torino è emblematico: la nuova legge elettorale potrebbe essere una grande occasione per spezzare la circolarità «disfunzione-disaffezione» di cui Torino soffre forse più di altre grandi città: non solo perché, svincolando l’attività amministrativa ed esecutiva dal momento del controllo politico, consente continuità di azione senza ricatti e patteggiamenti, in un regime di stabilità e di chiarezza di responsabilità; ma soprattutto per il meccanismo del mandato diretto.
L’atto dì delegare richiede che si definisca l’oggetto della delega, consente di prendere coscienza dei problemi e di aderire esplicitamente ad un programma per la loro soluzione. Delegare ad una persona dovrebbe favorire il formarsi della personalità di chi delega. Il voto può diventare la simbolica consegna di qualcosa di cui si è preso possesso, essere lo strumento per suscitare un senso dì partecipazione che riempia il vuoto politico. Preoccupa l’incapacità di utilizzare questa irripetibile occasione per riappropriarsi della città. Sta diventando un’occasione perduta senza essere stata neppure giocata, vittima di tatticismi e di preconcetti, di nuove ambizioni e di antiche rivalità. Il lungo sonno della delega partitocratica continua a proiettare simboli ed ideologie anche su quanto dl nuovo sta emergendo.
Eppure c’è una larga attesa per una Torino possibile, alternativa a una Torino probabile, quale risulterebbe dalla scelta tra la riproposizione di un vecchio comunque corresponsabile dei risultati attuali e una protesta di scarso spessore politico e quindi di scarsa affidabilità. E sufficientemente definito lo spazio politico della Torino possibile, che comprenda toltele forze produttive, progressiste e del solidarismo cattolico, con obbiettivi di efficienza e di trasparenza.
Il nuovo che conta non sono tanto i contenuti di un programma, da definirsi entro margini di manovra comunque ridotti, quanto il fatto di dibatterlo; il fare del voto non la rituale indicazione di un simbolo, ma un dialogo, di cui la campagna elettorale è l’inizio.
È necessario instaurare un rapporto nuovo e permanente tra amministrazione e cittadinanza. Se non si suscita, un nuovo senso di fiducia e di responsabilità, a nulla varranno piani strategici, investimenti e proposte tecnologiche. La qualità dei servizi dipende dall’interazione tra gestore ed utente; le iniziali difficoltà della transizione verso nuovi modi di usare il tessuto urbano si superano con il consenso; le iniziative culturali vivono della risposta della collettività; la qualità della vita è la risultante della qualità dei comportamenti individuali. Ne dipende anche la volontà di dar vita a nuove imprese.
Si dice che il Paese ha necessità di una nuova fase costituente: qui e adesso possiamo dar vita a una costituente. Nello spirito di una costituente viene prima il dare contenuto alle nuove resole elettorali rispetto al far prevalere le proprie idee e la propria cultura all’interno di un più ampio spazio politico.
Chi crede nel gioco democratico avrà fiducia che queste un giorno potranno comunque affermarsi: oggi dovrebbe venir prima l’obiettivo di affermare il metodo.
Per superare l’impasse, a Torino si sta attivando un gruppo di garanti che si propongono di consultare le forze sociali, professionali, politiche, all’interno di questo spazio progressista: da esse, nonché da tutti i possibili candidati, si dovrebbe richiedere in primo luogo questo impegno «costituente»: collaborare in modo attivo nella campagna elettorale a favore di chi risultasse avere le maggiori probabilità di successo. Quanti non hanno escluso la propria disponibilità ad assumersi responsabilità di governo, non avranno difficoltà a prendere questo impegno: la coscienza della gravità del compito è superiore a qualsiasi ambizione personale.
Il valore di questo progetto di Torino possibile sta anche nel dichiararsi, nel farsi conoscere. Dar vita ad una campagna elettorale che dibatta i temi, che obblighi a schierarsi, che forzi la Torino probabile a mostrare i suoi due volti, l’eterno ritorno e l’eterna protesta, due modi di sfuggire alle sfide del presente, sarebbero insieme la condizione e l’inizio di realizzazione della Torino possibile. Questa potrebbe anche nascere da una battaglia perduta: purché non resti l’idea di una battaglia non combattuta. La saluto con viva cordialità.

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