Mai nella storia i nostri sentimenti morali sono stati orientati al «tutto vabene», e mai la nostra vita pubblica è stata così tanto regolata.

novembre 27, 2010


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di Alberto Mingardi

La democrazia uccide la responsabilità. Nel suo nuovo libro, Kenneth Minogue dipinge la piramide di contraddizioni che si erge sui resti di un secolo consumatosi, per ingenuità o geopolitica, nella difesa dell’ideale democratico. La vecchia battuta di Winston Churchill, per cui la democrazia sarebbe il sistema peggiore dopo tutti gli altri, andrebbe pensata nel suo contesto per essere compresa anche nelle implicazioni più scomode.

Il contesto era quello di due guerre, una guerreggiata e l’altra “fredda”, in cui la democrazia era l’elemento ideologico che calzava il dato territoriale. L’Occidente pantografato nel mondo delle idee.
Minogue (professore emerito di scienza politica alla London School of Economics) non ignora né tace i molti motivi per cui noi tutti siamo grati di essere nati sotto la stella della liberal-democrazia. Ma la persistenza di regimi efferati non può farci negare che si tratta di un composto instabile.
Sotto il “governo della legge”, che di questo composto è elemento primario, le norme dovrebbero essere generali, astratte e “non-strumentali”: non dovrebbero imporre alcun progetto ai cittadini, ciascuno dei quali è libero di condurre la propria vita come più gli aggrada. A tutti dovrebbe essere lasciato il fardello della responsabilità delle proprie scelte.
«Il problema più evidente della democrazia oggi – scrive Minogue – è che lo Stato previene i nostri giudizi morali»: così andiamo incontro alla corruzione e a un nuovo «servilismo». É questo il punto di partenza di un libro denso e complesso, non privo di considerazioni sferzanti e politicamente scorrette, ma potente e sincero.
Minogue chiama «vita morale» quella dimensione interiore nella quale facciamo i conti con i doveri che ci siamo dati. Essa contempla l’esercizio di «coltivare i doveri che abbiamo con noi stessi, il dovere di sostenere un carattere che abbia la nostra approvazione, e che non incorra in una giustificata disapprovazione da parte degli altri, o dal nostro senso interiore». È un compito mai facile, sempre scomodo, nel quale il fallimento è la norma. Eppure, era parte essenziale delle società libere per come le conoscevamo fino al Novecento. Pensiamo all’Inghilterra vittoriana: una realtà in cui gli interventi legislativi erano poca cosa, ma dove l’opinione e il senso comune regolavano i rapporti umani. Era normale, allora, parlare di «virtù» e di «carattere»: lemmi scomparsi dal nostro vocabolario civile.
Il privilegiare una soddisfazione futura rispetto a quelle presenti, per l’appunto: il risparmio come virtù («moralismo economico! », sbotterebbe Keynes), la formazione del carattere come conseguenza del continuo misurarsi sulle aspettative e sulle azioni degli altri, il rigore delle forme come semaforo sociale: tutto questo ha ceduto il passo a una sorta di «short-termismo» politico. Non ci sono doveri, non ci sono virtù, non c’è carattere nel nostro discorso pubblico, perché quello che riesce intollerabile è la dimensione dell’attesa.
Il governo non esiste più come fonte dell’ordine: «serve» a fare «il bene dei cittadini», qui e ora. Le norme non sono generali e non strumentali: sono «regolazioni» puntate verso un obiettivo. Il «bene comune» è determinato da «esperti», l’affidarsi ai quali elimina per i cittadini il bisogno di sviluppare l’abitudine all’autocontrollo.
La dimensione del giusto era una faccenda individuale: stava a individui consapevoli di sé, fare le proprie scelte sulla base del proprio senso morale. Oggi invece la morale diventa politica: essere «giusti» (per usare la neolingua: «tenere un comportamento etico») significa sostenere politiche pubbliche che siano «assieme moralmente obbligatorie e politicamente imperative». Non è più faccenda fra un individuo, se stesso e il giudizio che di lui possono maturare gli altri: è questione di norme coercitive.
In questo senso, la democrazia «previene» la nostra vita morale: evita che essa abbia luogo. E così si spiega un evidente paradosso: mai nella storia i nostri sentimenti morali sono stati orientati al «tutto va bene», e mai come ora la nostra vita pubblica è regolata all’inverosimile. Questo sia nel nostro vissuto di operatori economici, che in comportamenti mai normati fino ad anni recenti: bere, fumare, mangiare.
Si dirà che mai nella storia gli individui si sono mutuamente riconosciuti tanta libertà sessuale, come oggi. Parrebbe la grande eccezione alla tendenza individuata da Minogue.
In realtà, conferma la sua tesi. Si sono liberalizzati i vincoli autoimposti. In cambio, il resto della nostra vita è diventato materia di legge.
Mai nella storia i politici sono stati considerati tanto poco, mai hanno avuto tanto potere. Gladstone e Cavour, Churchill e De Gasperi: il loro apprezzamento sociale era infinitamente superiore a quello di Tony Blair o Silvio Berlusconi, i loro poteri un’inezia a confronto.
Si capisce. Se pensiamo di essere persone consapevoli, abituate a governarsi da sé, chi ci comanda deve emanare autorità. Non è necessario, se il suo compito è distribuire provvidenze e consentirci di evitare il più possibile di rovinarci, con l’uso, la coscienza.

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di Franco Debenedetti – La Domenica del Sole 24 Ore, 19 dicembre 2010

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