L’Enel va in Borsa, ma come non si sa

marzo 1, 1995


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Nel chiuso dei ministeri, al riparo di un’improvvida delega, senza discussione in sede politica, il governo pare avere ormai deciso le modalità di privatizzazione dell’Enel. Le ragioni di coloro che sostenevano doversi cogliere l’occasione della privatizzazione per introdurre concorrenza nel mercato non solo non sono state sottoposte a confronto, ma vengono tacitate con considerazioni di politica generale: la data delle elezioni per decidere dell’assetto di un settore fondamentale per un paese industriale.
Ma, si dice, c’è uno stato di necessità: la difesa della lira richiede di procedere a un’immediata privatizzazione. Per questo scopo, il candidato ideale è l’Eni, non l’Enel: minime le modifiche da apportare al regime concessorio, nessuna interferenza con l’istituzione delle Autorità di settore, favore degli investitori istituzionali: lo dice un personaggio esperto ed autorevole come il professor Giavazzi.

È la privatizzazione dell’Enel funzionale allo stato di necessità o lo stato di necessità funzionale alla privatizzazione? In altre parole, non è che si vuole approfittare del momento per risolvere una questione controversa? Il dubbio non è malizioso, è dall’epoca del governo Amato che si parla di privatizzare i servizi di pubblica utilità. Il caso non è il solo: si veda la legge elettorale regionale. Non è una novità che si deve andare a votare: ma se non si approva ora una legge che ridà potere alle segreterie dei partiti, e nuova vita anche a formazioni partitiche minime, si deve spostare la data di aprile, quindi unirle alle politiche, quindi anticiparle, quindi Berlusconi, quindi Prodi: eccetera, eccetera. Così sarà per la riforma del sistema pensionistico. Si consolida la convinzione per cui in questo paese le decisioni difficili si possono prendere solo nella sospensione della politica, non a seguito di un confronto diretto tra due tesi sostenute apertamente.
Per ritornare al caso Enel, da un lato c’è chi sostiene che l’Enel debba restare qual è, e qual è debba essere venduta agli investitori privati: per ragioni di efficienza operativa, per la nostra dipendenza energetica, per evitare di aumentare le sperequazioni nord-sud. Dall’altro lato c’è invece chi ritiene che bisogna separare societariamente le attività di produzione, trasmissione, e distribuzione, creare una pluralità di fornitori di energia e un certo numero di società di distribuzione. In realtà il problema è reso complesso da rilevanti questioni tecniche, che però non impediscono di proseguire il ragionamento.
Supponiamo infatti che siano valide le ragioni di coloro che sostengono che un’Enel divisa sia meno efficiente. In tal caso la pubblicizzazione dell’Enel è illegittima. Chi la compera lo fa se pensa che il valore di ciò che acquista sia superiore al prezzo che paga: quindi vendendo si trasferisce ad alcuni un bene che è di tutti. Ma, si dice, aumenterà l’efficienza, quindi anche coloro che si vedono sottratta la loro quota del bene Enel avranno un vantaggio sulla bolletta. Ma è vero? Perché il management dovrebbe diventare improvvisamente più efficiente se sottoposto al controllo di banche e investitori istituzionali anziché ai controlli del ministero, della Corte dei conti, del parlamento? Può darsi, ma saremmo in tal caso molto curiosi di sapere perché. In mancanza di risposte precise, si rimane della convinzione che non la proprietà, ma la concorrenza genera efficienza.
Ma, si dice, il progetto governativo prevede concorrenza alla produzione, solo che la limita alle centrali di futura costruzione. Se le ragioni dell’efficienza operativa richiedono di avere concorrenza nel 2050, perché non averla subito? Non c’è concorrenza reale quando nel mercato un operatore ha una posizione assolutamente dominante. Perché non vendere subito diciamo il 30 per cento delle centrali? E veniamo al punto più controverso, la distribuzione. Non avrebbe senso, si dice, creare più società di distribuzione: chi vive e lavora a Napoli non potrà mai allacciarsi alla società di distribuzione di Milano, anche se sapesse (e ora non lo sa) che la distribuzione costa a Napoli quasi tre volte che a Milano: ma è interessato a che questa differenza venga colmata nel tempo. Le differenze hanno tante ragioni, alcune ineliminabili, altre sì: quale il sistema migliore per ridurle? Se l’azienda rimane unica, il suo vertice avrà interesse a non rendere pubbliche le cause eliminabili della differenza: se invece è possibile il confronto diretto tra le due gestioni, nessuno avrà interesse a coprire le inefficienze di una parte dell’azienda con l’efficienza dell’altra. E un discorso analogo si può fare per le tariffe, oggi eccessivamente svincolate dai costi, con rapporti tra le varie categorie di utenti dell’ordine di 15 volte.
Una proposta interessante era quella di Cipolletta, creare fin d’ora la separazione tra società di distribuzione all’interno di un’Enel unitaria, graduando cioè il processo nel tempo: proposta anch’essa travolta senza approfondimento dalla decisione governativa.
È necessario riconoscere che, a differenza di quanto accade per il settore delle telecomunicazioni, il monopolio elettrico ha motivi per essere considerato ‘naturale’, e che non potrà mai esservi piena concorrenza nel senso comune del termine. Siamo indubbiamente in una zona grigia.
È anche vero che il dibattito è stato condotto troppo in astratto e che le tesi si confrontano sulla base di ragioni non ben documentate. In un paese in cui ultrastatalista è ancora non solo la struttura economica, ma anche la mentalità prevalente, si può forse tollerare di perdere un’occasione per introdurre concorrenza nel mercato. Ma non si può ammettere che le ragioni di chi sostiene la via alla liberalizzazione attraverso le privatizzazioni vengano ignorate: neppure in nome dello stato di necessità.

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