La scuola e il fallimento dell’ascensore sociale

dicembre 9, 2023


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


di Franco Debenedetti e Serena Sileoni

Il sistema scolastico italiano è in grado di preparare i nostri figli ad affrontare il mondo dei grandi? E difficile valutare un sistema scolastico irrigidito come il nostro. Anche per questo è utile leggere i risultati dell’indagine PISA 2022 dell’Ocse, per quanto possa mostrare i limiti tipici dei tentativi di misurazione di fenomeni complessi. L’indagine riguarda le competenze e le conoscenze degli studenti quindicenni nelle tre principali aree del sapere: matematica, lettura, scienze. L’obiettivo non è valutare loro, ma il sistema educativo che deve prepararli al futuro, prima di tutto insegnando loro a comprendere e a farsi comprendere, a risolvere problemi, a pensare con spirito critico.

I risultati dell’indagine 2022 si possono leggere in due modi: in maniera sincronica, rispetto agli altri paesi dell’Organizzazione; e in maniera diacronica, rispetto ai risultati per l’Italia delle indagini precedenti. Quanto alla prima comparazione, gli esiti sono peggiori in scienze, sostanzialmente in linea con la media in matematica e superiori in lettura. Rispetto alla seconda comparazione, gli esiti sono peggiorati in matematica, migliorati in lettura e in scienze.

Mettendo insieme il quadro sincronico e diacronico, emerge che in ogni annodi valutazione l’Italia ha dimostrato sempre risultati peggiori rispetto alla media OC SE, allineandosi in lettura solo ora, in ogni caso con un crollo rispetto agli anni precedenti tra il 2012 (2014 per matematica) e il 2018. Ciò vuol dire che il miglioramento rilevato nel 2022 deriva da una sorta di contraccolpo rispetto ai risultati precedenti. In sostanza, in matematica e in comprensione di un testo scritto il calo tra il 2014 e il 2022 ha vanificato in parte i miglioramenti osservati a partire dal 2006; mentre in scienze il miglioramento rispetto al 2018 nasconde uno dei risultati peggiori di sempre, parificabile solo a quello della prima valutazione.

Altri due dati significativi: abbiamo meno studenti che raggiungono i risultati migliori; e gli studenti più bravi sono anche quelli più fortunati, vengono cioè da contesti socioeconomici e culturali migliori. La relazione tra lo status socioeconomico e culturale, come definito da un apposito indice PISA, e il livello di competenze raggiunto è infatti proporzionale, anche se, comparando tale relazione con alcuni paesi stranieri, si può notare come, a parità di vantaggio socio-economico, i nostri studenti tendono a raggiungere punteggi peggiori. Infine, l’indagine riporta che il 30% degli studenti frequenta una scuola il cui dirigente ha la responsabilità principale di assumere gli insegnanti, contro una media Ocse che è esattamente il doppio; mentre 1’86% è iscritto in una scuola in cui gli insegnanti hanno la responsabilità principale di scegliere i materiali didattici da utilizzare, contro una media Ocse inferiore (76%).

Il fatto stesso di partecipare al programma PISA e di discuterne i risultati dimostra che accettiamo di confrontare i sistemi scolastici di diversi Paesi, e di misurare le capacità degli studenti che li frequentano. Ciò vuol dire che noi valutiamo i due estremi del processo educativo, lo schema generale stabilito dalla legge e il risultato finale che esso produce. Ma è difficile che l’analisi dei risultati porti a riformare il primo, ed è del tutto improbabile che modifichi il secondo. E su quello che sta in mezzo che dobbiamo riflettere, e lavorare: questo è l’insegnamento che si deve trarre dai risultati PISA 2023.

E in mezzo c’è la realtà degli istituti scolastici nella loro varietà, coi loro dirigenti e insegnanti e con le famiglie dei ragazzi che li frequentano. Dalla lettura dei dati PISA sopra citati si possono trarre un paio di impressioni, su questa realtà. La prima è la conferma che la scuola non funziona come elevatore sociale, ma come stabilizzatore di una posizione che si eredita per puro accidente. Uno dei meriti dell’istruzione pubblica avrebbe dovuto essere quello di garantire anche ai figli delle famiglie meno agiate una istruzione che avrebbe consentito loro di cambiare lo status socioeconomico e culturale di provenienza. In buona parte, nel secolo scorso questo è effettivamente avvenuto. Non solo grazie alla scuola pubblica, ma anche grazie ad essa. Nel 1951 in Italia il 19,9% della popolazione era analfabeta.

Nel 2011, poco più dell’1%. Tuttavia, una volta eliminato l’analfabetismo strumentale, l’impressione, ricavata anche dalle indagini PISA, è che non facciamo abbastanza per rendere la scuola lo strumento principale per garantire a tutti, a prescindere dalla loro condizione, le stesse opportunità di partenza.

La seconda è che l’offerta scolastica resta dove sta: l’offerta non migliora, se non come effetto di rimbalzo rispetto ai suoi momenti peggiori. Come se la scuola avesse funzionato in passato, quando il problema era l’analfabetismo, ma è inadeguata ora, in un mondo più complesso.

Pensando quindi alla realtà, ai dirigenti, agli insegnanti, alle famiglie, quanti presidi hanno un loro progetto educativo in testa, che desiderano realizzare e veder misurato, ma a cui è impedito di farlo dalle regole che disciplinano l’organizzazione scolastica? Quanti insegnanti sono dediti e appassionati, ma non sono stimolati dalla mancanza di una progressione e differenziazione di carriera o anche solo dalla soddisfazione di veder realizzato un piano in cui credono? Quanti genitori vorrebbero poter scegliere davvero dove mandare a scuola i figli, sulla base della qualità delle scuole?

Ci sono tanti motivi per ritenere che uno dei problemi della scuola (al singolare) è che non è possibile alle scuole (al plurale) provare a offrire un’offerta diversa. In particolare, il reclutamento del personale scolastico è “subìto” dalle scuole stesse e risponde alogiche spesso derogatorie, caotiche e sempre, comunque, indistinte rispetto ai risultati. Tali motivi sembrano confermati da una lettura incrociata dei risultati PISA 2022 e dal dato, emerso nella stessa indagine, secondo cui l’autonomia nella scelta delle risorse è dimezzata rispetto alla media OC SE.

La scuola rimane pubblica, obbligatoria e universale. Basterebbe cominciare ad aggiungere un aggettivo: “autonoma”, cioè capace di avere un suo piano, di conferire gli strumenti per attuarlo, mettendo a profitto l’orgoglio di fare e la soddisfazione di vederselo riconosciuto. Che è, da sempre, la ricette per far crescere un Paese. Noi abbiamo una ragione in più per trarre una lezione dai test PISA: perché noi siamo sotto la media anche quanto a crescita del PIL; e gli economisti sono unanimi nell’indicare nell’istruzione lo strumento principe per aumentare la produttività, e quindi il tasso di crescita.



Il testo di questo articolo è il risultato di una silloge tra una pezzo di Serena e uno mio. Per un disguido è uscito senza la mia firma. Per chiarezza metto qui di seguito il mio contributo, in cui metto l’accento sulla necessità di riformare il sistema scolastico consentendo l’introduzione di scuole pubbliche autonome. Tema che avevo già più diffusamente trattato proprio con Serena nel nostro articolo sul Foglio del 16 Maggio 2023.

I test PISA e le scuole pubbliche autonome

di Franco Debenedetti

Il fatto stesso di partecipare al programma PISA e di discuterne i risultati dimostra che accettiamo di confrontare i sistemi scolastici di diversi Paesi, e di misurare le capacità degli studenti che li frequentano. Ciò vuol dire che noi valutiamo i due estremi del processo educativo, lo schema generale stabilito dalla legge e il risultato finale che esso produce. Ma quanto a risultati, è difficile che l’analisi dei risultati porti a riformare il primo, ed è del tutto improbabile che modifichi il secondo: questo infatti dipende da fattori sociologici (o tecnologici) che hanno una propria dinamica. E’ su quello che sta in mezzo che dobbiamo riflettere, e lavorare: questo è l’insegnamento che si deve trarre dai risultati PISA 2023.

In mezzo ci sono gli istituti scolastici, ciascuno gestito da un preside; ci sono gli insegnanti, abilitati da un concorso nazionale; ci sono i genitori, secondo imprescindibile elemento del processo educativo. Ma come può migliorare il suo funzionamento un sistema dove tutti gli snodi sono rigidi, dove le scelte avvengono perlopiù su basi di convenienze locali, in cui la possibilità stessa di migliorare è eliminata, e oltretutto dove i risultati sono misurati da uno strumento così generico? Come può farlo se gli incentivi, a partire dal primo, la soddisfazione per il lavoro ben fatto, non solo non vengono sfruttati, ma sono osteggiati se non vietati? Quanti presidi di istituti ci sono in Italia, che avrebbero un loro progetto educativo in testa, che desidererebbero realizzarlo e vederlo misurato? Non sono non sono stimolati ma sono impediti a farlo, non possono scegliere gli insegnanti che gli paiono congeniali, non premiarli neppure con la soddisfazione del lavoro ben fatto, men che mai possono restituire al mittente coloro che abbia giudicato non confacenti al proprio disegno. E i genitori, di conseguenza, si devono affidare ai “si dice” per scegliere istituto, magari alla sezione D dove la mamma di Paola ha detto che c’è un buon professore di matematica. Per qualcuno così si farebbe la guida Michelin delle scuole: viene da rispondergli “magari”!

La scuola rimane pubblica, obbligatoria e universale: basta aggiungere un aggettivo: “autonoma”, cioè dare la facoltà di avere un piano, di conferire gli strumenti per attuarlo, mettendo a profitto l’orgoglio di fare bene e la soddisfazione di vederselo riconosciuto. Che è, da sempre, la ricetta per far crescere un Paese. Noi abbiamo una ragione in più per trarre una lezione dai test PISA: perché noi siamo sotto la media anche quanto a crescita del PIL; e gli economisti sono unanimi nell’indicare nell’educazione lo strumento principe per aumentare la produttività, e quindi il tasso di crescita.

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