La riforma del calcio coinvolga le società affrontando il risanamento e la proprietà

giugno 6, 2006


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Proposte. Le lezioni della crisi

Il “consolidato” della serie A, una volta che si siano rettificati al prezzo di mercato reale i valori del parco giocatori, registra un “buco” nello stato patrimoniale, formatosi con il succedersi anno dopo anno di conti economici in perdita. In caso di retrocessione poi, il buco diventerebbe una voragine. Risanare significa anche ripianare, o con vendita di cespiti o con versamenti in conto capitale da parte degli azionisti. Vorranno farlo?

E’ probabile che i grandi gruppi industriali, quotati in borsa, si accorgano che non ricavano adeguati vantaggi, e che corrono rischi eccessivi, ad essere proprietari di squadre di calcio. E’possibile che colgano l’occasione per prenderne atto e per trarne le conseguenze, prima che a richiederlo a gran voce siano i loro soci finanziari. Poiché la soluzione della crisi non sta solo in un risanamento morale, ma anche in un risanamento finanziario. la questione della struttura proprietaria delle società di calcio è un tema di cui chi sta cercando di ritrovare il bandolo di questa ingarbugliata matassa dovrà tener conto.

Le società di calcio hanno una natura ibrida. Se esiste una giustizia ordinaria e una giustizia sportiva, è proprio per la sostanziale differenza tra le società che organizzano gli spettacoli e gli spettacoli stessi. Per le società la “verità” sono i bilanci. Per le squadre la “verità” è ciò a cui si crede alla domenica, e ciò di cui si dubita e si discute durante la settimana. Da noi sono state violate entrambe le regole, quelle delle società e quelle dello spettacolo: vedremo come andrà a finire. Può darsi che vada a finire con le società di calcio riportate al rispetto delle regole delle società, senza i favori – quelli sì scandalosi – elargiti dallo stato e di cui il decreto spalmadebiti rimane esempio negativo; e con “attori” – giocatori, allenatori, procuratori, arbitri -che si comportano in modo da rendere credibile lo spettacolo. E può darsi che invece vada a finire chiudendo un occhio sulle società e sui loro bilanci affinché non falliscano, e imponendo allo spettacolo di scimmiottare il mondo reale, con tanto di antitrust, market abuse, par condicio: e intercettazioni. Dipende da quello che si ritiene sia il bene pubblico da tutelare in primo luogo, il rispetto delle norme societarie o delle norme sportive.

Il solo vantaggio che una grande impresa ricava dall’essere proprietaria di una squadra di calcio è di immagine. (Fanno eccezione le imprese che vendono spettacoli, ad esempio trasmettendoli per TV, per le quali è una verticalizzazione produttiva). Ma questo obbiettivo può raggiungersi anche con la sponsorizzazione – ad esempio la scritta sulle maglie, cioè un contratto in cui sono precisati gli impegni dei due contraenti, e le reciproche clausole di salvaguardia, i limiti temporali: alla scadenza si può rinegoziare o uscire.
Oggi le grandi imprese dànno in outsourcing tutto ciò che possono acquistare da aziende specializzate. Non solo tute e scarpe sono fatte fare da subfornitori in paesi a basso costo del lavoro; perfino i modelli di nuove vetture sono commissionati a designer specializzati. Che senso ha gestire direttamente calciatori, allenatori, promotori (e, magari, anche arbitri)? Oggi le grandi imprese si proteggono con contratti derivati dai rischi, di cambio, di catastrofi naturali, di cambiamento nei prezzi delle materie prime. Che senso ha esporsi ai rischi intrinseci di un mondo, quello dello spettacolo calcistico, che deve operare secondo le proprie regole, pena la morte per asfissia?

Il meccanismo si è rotto il giorno in cui il numero di quanti pagano per vedere le partite alla TV ha superato quello di coloro che vogliono parteciparvi negli stadi; e il giorno in cui per le imprese il mercato è diventato globale. Quando le imprese e i tifosi hanno preso a muoversi oltre la dimensione municipale che legava le grandi imprese al territorio dove erano localizzate le loro fabbriche. Quando la vendita di una quota minoritaria della Juventus consente all’Ifi di fare l’aumento di capitale della Fiat, significa che anche i rapporti dimensionali tra il business principale e il business dello spettacolo sono saltati.
Il meccanismo si è rotto quando lo sviluppo dell’impresa ha richiesto l’intervento sempre più massiccio di investitori istituzionali: questi mirano solo alla valorizzazione del titolo, preferiscono modelli di focalizzazione sul proprio business. I fondi esigono comportamenti trasparenti, per cui le società, quanto più son grandi, tanto più sono strutturate per seguire le norme codificate nel diritto societario, nel diritto del lavoro, nei regolamenti di borsa ecc. diventando anche culturalmente estranee alle regole che vigono in uno spettacolo. Logica vorrebbe che i fondi spingano perché attività così “strane” escano dal perimetro aziendale.

E se poi qualcuno, o per coronare il proprio successo di imprenditore, o per promuovere la propria ascesa nel consesso dei potenti, o guadagnarsi popolarità politica o, innocentemente, per sfrenata passione per il gioco, vuole essere patron di una squadra, lo faccia a titolo personale, pagando con i dividendi distribuiti dalle sue imprese. Assolti, ovviamente, gli obblighi fiscali.

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