La proprietà primo problema

gennaio 30, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Di chi sono le banche? A questa domanda in Italia non si è mai data una risposta chiara. Eppure se per il funzionamento di un’economia capitalistica la certezza dei diritti di proprietà è essenziale, a maggior ragione lo è quando si tratta di istituzioni che provvedono i mezzi finanziari a quella che viene (impropriamente) chiamata economia reale.

È questa confusione a produrre vicende come quella di Mps. Adesso è tutto un gran lancio di accuse, contro il Governo, la Consob, la Banca d’Italia, i partiti: ma prima sarebbe il caso di capire da cosa dipenda questa questa mancanza di chiarezza e chi ne è responsabile.

Privatizzare le banche pubbliche, dell’Iri, fu più facile. Ma per le casse di risparmio mancava il soggetto chiaramente proprietario. Per crearlo, Giuliano Amato con Carlo Azeglio Ciampi alla Banca d’Italia, dovette farsi Frankenstein, come ama ripetere, e dar vita alle fondazioni bancarie. Ma Frankenstein non risolve il problema, lo sposta solo all’interfaccia tra fondazioni e banche. C’erano soluzioni risolutive. Una era di consentire alle banche di possedere, in temporanea deroga al codice civile, la totalità delle proprie azioni, dovessero venderle entro un periodo di tempo definito, ricapitalizzandosi così con il ricavato: bocciata, pare, da Banca d’Italia. Un’altra, si basava sull’uso dei voucher (buoni di acquisto scambiati su un mercato secondario): elaborata da Alessandro De Nicola, Francesco Giavazzi, Alessandro Penati e dal sottoscritto, fu presentata sul Sole24Ore, e poi depositata come ddl (1995 e 1997). Ricordo la reazione di Nino Andreatta quando gliela presentai: «Non ho capito tutto, ma quel che ho capito non mi piace».

Con la legge Amato-Carli (1990), le fondazioni hanno l’obbligo di detenere il 50% delle banche, con Dini (1994) hanno incentivi fiscali per dismetterle, e le perdono se non lo fanno entro 5 anni (1995), con la legge-delega Ciampi (1998) il processo legislativo si completa, con due anni di un estenuante percorso parlamentare. La commissione finanze del Senato, presidente il Ds Gavino Angius, sorvegliata a vista dal sottosegretario Roberto Pinza, con la sponda del senatore Grillo nel centrodestra, e i Ds anche loro preoccupati di non perdere contatti col “territorio”, respinge uno dopo l’altro gli emendamenti volti a fare delle fondazioni fondi di investimento e non holding di partecipazioni. Si arriva all’ultima spiaggia: far mettere in legge che solo se contengono il divieto di controllare e di partecipare al controllo di qualsiasi attività economica, gli statuti avrebbero avuto l’approvazione del Tesoro necessaria per il riconoscimento di soggetti privati. Mi sembra sinceramente dispiaciuta la voce di Ciampi, quando mi risponde che su questo non ci sarebbe stato l’appoggio del governo e che ci si deve accontentare della vigilanza del ministero dell’Economia per le fondazioni con posizioni di controllo. Quando la Corte costituzionale, dando torto a Tremonti, sancisce che le fondazioni sono soggetti privati, espressione delle libertà sociali, tutelate costituzionalmente, la partita è chiusa per sempre.

Le interferenze della politica? Che i patrimoni delle fondazioni “appartengano” alle comunità di origine, senza essere riconducibili a persone fisiche o giuridiche, crea problemi solo se le fondazioni controllano le banche. Se il patrimonio della fondazione appartiene alla comunità locale, è logico, anzi doveroso, che se ne occupino e ne rispondano i politici che le comunità hanno eletto: è un problema municipale. Quello che rende il problema nazionale e sistemico è che la fondazione si occupi della banca: la responsabilità dei politici è di aver votato una legge che non lo impedisce.

Paradossalmente è la gravità del problema che consente di risolverlo. Ciò che è intollerabile è che oggi proprietaria di Mps sia ancora la fondazione che ha consentito o non ha saputo impedire le azioni che l’hanno rovinata, indipendentemente da eventuali rilevanze penali. I nuovi vertici aziendali oggi rispondono ancora ai vecchi proprietari: per rompere quel legame, basta commissariare la banca confermando gli stessi vertici aziendali, trasformando i bond in equity e diluendo la fondazione. Se ciò avesse, come probabilmente avrà, conseguenze sui bilanci della fondazione, è un problema municipale. Se questo avesse conseguenze su eventuali creditori della fondazione, sarà un loro problema manageriale.

Oltre che genericamente “la politica”, si accusano specificamente Banca d’Italia e Consob. Ma accusarle di non avere verificato e se del caso impedito ex ante decisioni aziendali, ancora più quelle di valenza strategica, come lo sono acquisizioni di aziende, o stipula di contratti, significherebbe voler ripercorrere a ritroso un percorso di privatizzazione del credito durato oltre vent’anni. Si può discutere delle azioni ex post, sulla tempestività degli interventi, e sulla severità di eventuali sanzioni. Ma chi giudica inadeguata l’azione dei regolatori, dovrebbe chiedersi se sbaglio non sia proprio l’attendersi troppo da loro: gli strumenti ci sono, dall’ostacolo alla sorveglianza, alle false comunicazioni, al falso in bilancio, tutti con corredo di sanzioni pesantissime. E se ci hanno delusi, la soluzione non è chiedere loro ancora di più, ma semmai levare le remore che ne frenano l’operare. Quella che manca, ancora nel momento in cui si scrive, è la chiarezza sulla proprietà, la distinzione tra problema municipale e politico della fondazione, e problema nazionale e finanziario della banca. Si vuole prontezza e severità? Invece di caccia alle streghe si faccia la caccia alle cause.

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