L’importanza di chiamarsi riformisti

febbraio 11, 2005


Pubblicato In: Giornali, Panorama


Gli «strappi» su Iraq, Craxi e Bush hanno consacrato una linea politica precisa. Ma ora attenti a non disfare la tela di Penelope.

Quanti prevedevano una “sacra rappresentazione” retorica, noiosa, inutile, sono stati smentiti: il congresso su tre punti cruciali ha fatto chiarezza.

Primo: Romano Prodi è il leader del centrosinistra alle prossime elezioni. Non era così prima del congresso, oggi lo è al di là di ogni dubbio. Secondo: sulla cessione di sovranità alla Federazione in politica estera, europea e istituzionale, il partito è compatto, da Piero Fassino a Massimo D’Alema, da Sergio Cofferati a Walter Veltroni. Terzo: tra Gad e Fed, tra “larga alleanza” e “forte timone”, resta una tensione (la stessa che c’è in ogni coalizione, in primis nella Casa delle Libertà): ma è chiaro che Prodi guida l’Alleanza in quanto capo della Federazione.

Il profilo riformista dell’opposizione si è molto definito in questi anni. Lo si è visto con gli “strappi” sull’Irak, su Bettino Craxi, perfino su George W. Bush. La demonizzazione del Cavaliere non è più una linea politica, Piazza Navona, i girotondi, il “senza se e senza ma” e le sue piazze sono cose del passato. Quanto ha ripetuto un Michele Santoro, sulla guerra, sul conflitto di interessi, sulla Rai, diventa in contrasto con il clima politico del congresso.

Quanto al programma, invece, si è sentito solo qualche spunto su welfare e fisco, poco su scuola, nulla su giustizia, referendum, né Fiat: d’altronde questo era un congresso costituente. Non bastano soluzioni che o siano collocate in alte visioni geopolitiche, o si riducano a proporre un diverso clima nel Paese, a chiedere più condivisione di responsabilità e offrire più sicurezza. Questo è il necessario punto di partenza, certo: ma senza indicare riforme radicali all’altezza della situazione, rischia di essere un’illusione uguale e contraria a quella di Silvio Berlusconi: cioè che bastasse liberare gli animal spirit per avviare il Paese sul sentiero di una forte crescita.

La costruzione del riformismo è come la tela di Penelope, ha detto Giuliano Amato al congresso. Spenti i riflettori ritornano i problemi prevedibili come la votazione per il rifinanziamento della missione in Irak. Per l’identità politica che si è costruita nel congresso bisognerebbe votare senza esitazione a favore. Invece può darsi che anche questa volta Penelope disfi nella notte un pezzo di tela. Vorrà dire che Ulisse è ancora lontano. Vedremo quale sarà l’esito sulla direzione e sui toni dell’Unità. Soprattutto, saranno le regionali a dire se la federazione è un tappo o una tappa per il partito unico.

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