Il sì sull’acqua svela le mistificazioni

giugno 14, 2011


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il quorum c’è stato, l’astensione non è bastata, i referendum sono passati. Ma con i numeri sono venute alla luce del sole le mistificazioni: ora le cose non saranno più facili, ma almeno sono più chiare.

Si parla di referendum, ma si intendono quelli sull’acqua. Infatti il risultato di quello sul legittimo impedimento era sostanzialmente indifferente perfino all’unico interessato. Quello sul nucleare per diversi anni non cambia nulla sul piano pratico (chi avrebbe comunque osato proporci di impiantare centrali che non abbiamo quando Angela Merkel decide di spegnere quelle che ha?): l’unica cosa che potevamo fare era un po’ di ricerca, e questa ce la precludiamo. Già importiamo tecnologia del solare e dell’eolico, vorrà dire che, quando ci si accorgerà che dell’atomo non si può fare a meno, importeremo anche quella del nucleare.

Invece i temi in gioco nei referendum sull’acqua attengono alla cultura politica ed economica entro cui si definisce il ruolo dello Stato: quello che è uscito vincente dalle urne é il modello in cui costruzione di infrastrutture e fornitura di servizi devono essere realizzate dalla mano pubblica, finanziate dalla fiscalità generale. E’ una cultura diffusa sottotraccia: il fatto stesso di andare a votare l’ha resa più esplicita. C’è anche un effetto performativo dei referendum.

Ha perso il centro destra. L’onda dell’antistatalismo che l’aveva portato al potere era innanzitutto rigetto del sistema partitocratico, consapevolezza che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione produce inefficienza e metastatizza in corruzione, a livello municipale perfin peggio che a livello nazionale. Il referendum è stato perso perché gli italiani non si ricordano più che gestione pubblica è gestione dei partiti, e i partiti sono quello che sappiamo. Se non ricordano è perché la stratega simbolica del centrodestra è andata progressivamente nella direzione opposta. Dove sono finiti gli impegni a ridurre l’invadenza dello stato, a ridurre il prelievo fiscale eccedente il 33%, a spostare il peso dell’imposizione dalle persone alle cose? A sentire Vendola è stata sconfitta la cultura delle privatizzazioni: ma quella cultura non appartiene a una maggioranza che non a caso in tutti gli anni che è stata al potere ha privatizzato solo i tabacchi: e i bagnasciuga. La mistificazione si è svelata: questo centro destra, indifferente per lo strapotere della politica nei servizi locali, è la prosecuzione della prima repubblica.

Non ha vinto la sinistra: c’era un presente da coltivare, la voglia degli italiani di partecipare, il loro bisogno di fare punto e a capo. C’era un passato da difendere, le privatizzazioni e liberalizzazioni per cui si era spesa la parte migliore di quella classe politica. E’ grazie ai riformisti se il principio delle gare di evidenza pubblica nell’affidamento dei servizi locali è entrato nella legislazione e nel dibattito italiano, fin dai tempi di Giorgio Napolitano ministro dell’Interno.
Era necessario il triplice imbroglio, sconfessare un passato per sfruttare il presente, col risultato di ipotecare il futuro? Non era possibile distinguere? Eppure ci deve essere ancora qualcuno tra loro che sa la differenza tra sovrastruttura politica e struttura dei rapporti di produzione. Come dar torto a chi, come rileva Nicola Rossi su questo giornale, trae la conclusione che quel passato fosse solo una vernice acquistata per convenienza, dunque una mistificazione svelata dai referendum?

“La bruciante sconfitta è di chi legifera e sparisce”, titola Oscar Giannino su Chicago-Blog. Nessuno ha spiegato. Non il Governo, ora una cacofonia di voci. Non l’opposizione interessata solo a incassare un assegno pagabile a vista. In una situazione inquinata fin dall’inizio dal populismo, turbata poi dalle emozioni per le catastrofi, ci sarebbe andata una mobilitazione, un impegno straordinario per far capire che non ha senso tutelare una cosa che manifestamente non funziona ( la gestione dell’acqua in Italia oggi) per uno spauracchio inesistente, quello della privatizzazione. Se tra le cause della perdita di produttività del Paese c’è la pervasività della politica, poche grandi aziende, pochi investimenti esteri, una tassazione eccessiva ed opaca, timida cultura della concorrenza, ci andava un di più di impegno per rendere avvertiti dei danni di referendum che diffondono pregiudizi verso il privato, diffidenza sugli effetti della competizione, inclinazione a nascondere la realtà dei costi dietro l’opacità dei prezzi. Questa maggioranza, lo scriveva anche il noto special report dell’Economist, non ha neppure scalfito il problema del nostro calo di produttività: il referendum offriva gli argomenti per mettere in difficoltà il Governo con argomenti appropriati.

Articolo di Angelo Panebianco del Corriere della Sera del 15/06/2011

Dai Referendum una Lezione che Brucia

Quelli che si sono svolti, come tante altre volte è accaduto nella nostra storia, erano referendum contro il governo (e, nel caso specifico, contro Berlusconi) e la sconfitta del governo è stata netta e bruciante. Come tutti gli osservatori hanno concordemente rilevato. Con l’aggravante che il centrodestra, non pago della lezione delle amministrative, ha continuato, anche in questa campagna referendaria, ad accumulare errori. Mentre le opposizioni facevano propaganda per il «sì» e mobilitavano il Paese, il governo non è stato neppure capace di tentare una contro-mobilitazione a favore del «no», in difesa di quelle che erano comunque le «sue» leggi. E le estemporanee dichiarazioni di Berlusconi sul fatto che sarebbe stato meglio «non andare a votare» o le risibili parole d’ordine sulla «inutilità» dei referendum, hanno aggiunto, per la maggioranza e per il governo, danno al danno.

È meglio perdere in modo aperto, in uno scontro frontale, o cercare di nascondersi in qualche angolo buio nell’illusione di schivare le conseguenze della sconfitta? È politicamente più grave perdere un referendum salvando almeno la faccia o perdere entrambi? Il centrodestra ha confermato, con i suoi comportamenti opportunisti, di essere un esercito allo sbando. È vero, naturalmente, che in questa vicenda l’opportunismo non ha riguardato solo il centrodestra. Anche il Pd di Bersani, sposando il doppio «sì» sulla questione dell’acqua, ha fatto il suo bravo salto della quaglia. Ma in politica contano i risultati: l’opportunismo di chi vince è oscurato dalla vittoria, quello di chi perde è messo in risalto dalla sconfitta.

Se l’aspetto politico dei risultati della consultazione è chiaro, più complicato diventa valutare, nelle implicazioni e ramificazioni, le conseguenze per il Paese della vittoria dei «sì». Mi riferisco ai due soli quesiti che non avevano una valenza esclusivamente simbolica ma anche pratica: i quesiti sull’acqua. Non a quello sul legittimo impedimento, già svuotato dalla sentenza della Corte Costituzionale né a quello sul nucleare. A proposito del quale è meglio dirsi la verità: anche senza la tragedia giapponese l’Italia non sarebbe riuscita lo stesso ad entrare nel club nucleare. Quello era comunque un autobus definitivamente perduto tanto tempo fa: in un Paese dove non si riesce a fare la Tav o a mettere in funzione un termovalorizzatore, come sarebbe stato possibile localizzare da qualche parte una centrale nucleare senza scatenare feroci e invincibili resistenze locali?

Nei due referendum sull’acqua, invece, all’inevitabile aspetto simbolico, si uniscono gli effetti pratici. Gli effetti pratici riguardano sia il caso dell’acqua (che la legge abrogata non privatizzava affatto), rendendo molto più difficoltoso reperire le risorse necessarie per rimediare alle attuali, paurose, inefficienze del sistema, sia quello di molti altri servizi pubblici. Continueranno a farla da padrone le società controllate dagli enti pubblici, che in Italia poi significa i partiti e i loro clienti. Diventerà ancora più difficile ottemperare alle direttive europee che impongono di introdurre il principio di concorrenzialità nei servizi pubblici.

Qui si apre un grosso problema. Per uno dei vincitori, innanzitutto, e cioè il Pd di Bersani. E, naturalmente, per il centrodestra. Comprensibilmente, quando si vince si è contenti e basta ma il problema di Bersani, nei prossimi mesi, passata l’euforia, sarà quello di trovare un equilibrio che gli consenta di smarcarsi dalla trappola massimalista in cui, proprio sulla questione dell’acqua, lo hanno spinto Vendola e Di Pietro. Il suo problema sarà quello di recuperare un profilo riformista che, oltre tutto, è più coerente con la sua storia personale. È certo che il Paese ha bisogno di privatizzazioni e anche di capitali privati nei servizi pubblici. E che l’alternativa, ossia un accrescimento della già altissima pressione fiscale, non è una soluzione gestibile. Se vorrà costruire una piattaforma di governo in grado di intercettare quella quota di elettori necessaria per vincere le elezioni politiche (che, ricordo, sono tutt’altra cosa rispetto alle amministrative o ai referendum) dovrà spegnere molti dei bollori statalisti che abbiamo visto esplodere incontrollati in questa campagna referendaria. Dovrà dimostrare che Vendola si sbaglia quando dice che con questi referendum è stata sconfitta la «cultura delle privatizzazioni». Perché se avesse ragione Vendola, se quella fosse la conclusione da trarre dalla vittoria dei «sì», allora vorrebbe dire che a sbagliarsi è stato Mario Draghi quando, nel suo recente discorso di commiato in Bankitalia, ha sostenuto che questo Paese non è necessariamente condannato al declino economico.

A condannarlo al declino sarebbe la cultura politica prevalente. Nell’esito dei referendum sull’acqua c’è anche, oltre che una sconfitta, una lezione per il centrodestra. Come ha scritto Franco Debenedetti (Il Sole 24 ore, 14 giugno), logoramento personale di Berlusconi a parte, la delusione degli elettori del centrodestra è dipesa dal divario fra le parole e i fatti. Le parole a favore della drastica riduzione dell’invadenza dello Stato sono rimaste tali. I fatti sono andati, con poche eccezioni (la legge sull’acqua era appunto una di queste), in un’altra direzione. Non si sa chi, all’incombente tramonto dell’era berlusconiana, erediterà il centrodestra. Chiunque sia, è certo che se vorrà avere chance di vittoria dovrà dimostrare a quegli elettori delusi di avere imparato la lezione, di essere capace di ridurre la distanza fra il dire e il fare. E dovrà anche dimostrare, come non ha fatto il centrodestra in questa campagna referendaria, di essere pronto a difendere con risolutezza le cose in cui dice di credere.

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