Il piano Grillo affonda Tim

giugno 23, 2020

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Pubblicato In: Giornali, Huffington Post


Quella che per lui sarebbe una pars construens, fare un’unica società della rete in fibra ottica, in mano pubblica, e rinazionalizzare Tim, ne è invece la pars destruens di una delle poche grandi aziende del Paese

Beppe Grillo non è mai stato tenero con Telecom Italia: intorno al 2010 ne frequentava le assemblee; una sera Santoro mi invitò ad Annozero per discutere con lui di una questione di immobili che l’incumbent di telecomunicazioni stava vendendo. È quindi con una certa sorpresa che si è letto la sua accusa, anzi condanna, com’è nel suo stile, contro Open Fiber, il concorrente creatole da Renzi nel 2014.

Val la pena ricordare la ragione a suo tempo addotta, ragione strategica, ovviamente. Enel aveva un piano di sostituzione di contatori “intelligenti”. Già che si deve entrare negli immobili o financo negli appartamenti, questa la brillante idea, si può anche portare una fibra ottica, una “sinergia” (altra parola magica) che avrebbe consentito di risparmiare soldi e tempi, sinergia rafforzata dal fatto che Enel possiede i cavidotti ove infilare la fibra.

Erano favole e chi se ne intende lo diceva già da allora. Questo, dicevano, avrebbe portato la fibra direttamente dentro casa, FTTH, e non solo nel cabinet FTTC, cosa che pure consente di velocità in download superiori ai 100 Mbit/s, che per anni ancora basterà ai servizi d’uso domestico.

Enel fonda Oper Fiber, poi diventata joint venture paritetica con Cdp. Il Governo identifica le aree bianche (a cosiddetto fallimento di mercato), trova i fondi da investire, vengono fatti tre bandi, che Open Fiber si aggiudica con offerte stracciate (tanto ha i cavidotti…): con un finanziamento al 100% di oltre un miliardo e mezzo di euro Open Fiber si impegna a effettuare in tre anni (cioè entro il 2020) il collegamento in fibra ottica a poco meno di 8 milioni di Unità Immobiliari (dette U.I. over 100) in 7632 comuni.

A marzo 2020 sul sito del Ministero compaiono degli aggiornamenti: i Comuni sono solo più 6230 (-18,4%) e le unità immobiliari da poco meno di 8 diventano poco più di 6 milioni. Lo scrive l’on.le Vincenza Bruno Bossio (Pd) nella sua interrogazione al ministro dello Sviluppo economico. Dal sito del Mise si ricava che entro il 2020 saranno rese disponibili le infrastrutture solo nel 16% dei Comuni indicati nella gara. A oggi su 2914 cantieri aperti, 875 risultano ”pronti al collaudo”, di cui collaudati 606.

Come se non bastasse, l’FTTH, l’unico tipo di collegamento che l’Autorità per le Comunicazioni consente di essere pubblicizzato col nome di “vera fibra”, nella gran maggioranza dei casi arriva non nell’edificio (cosa per cui lo Stato ha pagato) ma a 20 – 40 metri della stessa, sovente su un palo della luce, talchè bisognerebbe più correttamente chiamarlo FTTP, Fiber to the Pole.

A Tim, nel corso di un vivace scontro col ministro dello Sviluppo Economico, è stato interdetto di fare dei collegamenti nelle aree che Open Fiber si era aggiudicate. Il risultato è che Open Fiber, che avrebbe dovuto colmare il digital divide, con il suo ritardo di fatto è di ostacolo a eliminarlo. Per fortuna che ci sono le aziende private che con la tecnologia wireless sono riuscite a sopperire al grande aumento di domanda dovuto al lockdown.

Ma Beppe Grillo non si ferma qui: ha anche quella che per lui sarebbe una pars construens, fare un’unica società, ovviamente in mano pubblica, e, en passant, rinazionalizzare Tim. Eppure è stato grazie alla concorrenza di Open Fiber, secondo il Governo, che Tim ha varato (e sta implementando) il suo piano di copertura con fibra.

Grillo poi non sembra soverchiamente preoccupato della contraddizione tra accusare l’azienda pubblica di avere aumentato i tempi e ridotto gli interventi, e voler mettere tutto – mobile, 5G, fibra – in un’unica società pubblica. Tim ha dichiarato di essere disposta a societarizzare la rete, e di fonderla con Open Fiber, a condizione di mantenerne il controllo: condizione per lei esistenziale, senza rete Tim si riduce a un insieme di negozi. In questo senso quella che vorrebbe essere la pars contruens del piano di Grillo, ne è invece la pars destruens, di una delle poche grandi aziende del Paese.

In ogni caso, se fusione dovesse essere, il problema è valutare gli asset. Tim ha ricevuto un’offerta da Kkr per la rete secondaria, cioè quella che va dal cabinet alla casa (la si chiamava ultimo miglio, ma in media son 250 metri). E Open Fiber ha ricevuto un’offerta di acquisto da Macquarie. Ora a novembre dello scorso anno la finanziaria australiana partecipò al processo di Tim per selezionare il partner finanziario con cui valutare l’acquisizione di Open Fiber, processo poi sospeso per l’opposizione di Enel. In quell’occasione la rete Tim venne valutata meno di 7 miliardi, compresa Flash Fiber, la j.v. con Fastweb per la cablatura di 30 città, che da sola è valutata circa 1,5 miliardi. Il prezzo di 7 miliardi per Open Fiber appare quindi generoso.

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