Il peccato capitale di Monti (secondo Franco De Benedetti)

marzo 17, 2013


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di Gianfranco Sabattini

Accettare i vincoli posti dai Paesi europei presunti virtuosi, non è servito a risolvere i problemi della società italiana.

Secondo Franco Debenedetti, noto esponente di una famiglia di imprenditori, ex vicepresidente e amministratore delegato dell’Olivetti, senatore per tre legislature eletto nelle liste del PDS e DS, attualmente membro autorevole di alcuni consigli di ammnistrazione, di fondazioni e istituti (Cir, Cofide, Piaggio, Fondazione Rodolfo Debenedetti, Istituto Bruno Leoni), in occasione delle elezioni politiche italiane 2013, dopo aver dichiarato una preferenza per il partito “Fare per Fermare il Declino”, ha dato alle stampe un pamphlet il cui titolo “Il peccato del professor Monti. L’Europa, i tecnici e le identità politiche degli italiani”, esprime esaustivamente il contenuto.

L’analisi che l’autore compie dell’azione del governo Monti, nell’arco di tempo 2011-2012, diretta alla soluzione della crisi dei conti pubblici italiani e allo ristabilimento della perduta credibilità del Paese in Europa, e delle scelte che lo stesso Monti ha compiuto per “salire in politica” è stata presaga di quanto sarebbe avvenuto, mentre le conclusioni sollevano qualche, ma importante, interrogativo.
Debenedetti osserva che chiunque decida di “scendere” o di “salire” in politica deve essere portatore di un “discorso politico” in “grado di prospettare un futuro, e proporre un programma per realizzarlo”; e perché il discorso non resti inattuato o “non cada nel vuoto” deve essere posto in rapporto con quanto la storia ha lasciato nella consapevolezza degli individui, definendone e plasmandone l’identità culturale e politica, sino al punto che non vorrebbero essere nati altrove e vorrebbero che i loro discendenti la conservassero, “anche vivendo e lavorando nel mondo globalizzato”. Per Debenedetti, invece è successo che, di fronte alla crisi dei conti pubblici nazionali che ha esposto l’Italia a un pesante shock esterno soprattutto nei confronti degli altri Paesi dell’Eurozona, il governo pro-tempore piuttosto che fare appello ai valori propri dell’identità nazionale, abbia privilegiato le attese della “scommessa di un artificiale nation bulding” per costruire una nuova identità; ciò è stato giustificato e motivato sostenendo che la propensione ad introdurre riforme debba prevalere sul retaggio culturale e politico identitario, che in Italia (e non solo) si è soliti indicare con la contrapposizione dei termini di destra e sinistra. È successo così che le riforme proposte ed attuate non siano state la risultante delle dialettica di parti politiche contrapposte, ma l’esito di scelte tecniche che le parti hanno dovuto subire in virtù di una presunta superiorità culturale e politica di chi le aveva formulate ed attuate.
In questo nuovo modo di “fare politica” Debenedetti ha rinvenuto un pericolo per la democrazia, per via della contraddizione di aver perseguito l’uscita dalla crisi senza “fare appello alle uniche risorse nostre, quelle individuali e locali”; risorse che sono la parte più preziosa dell’identità degli italiani, la cui dispersione ha costituito un “peccato capitale”, che Monti nella sua azione di governo non è riuscito ad evitare. Ciò ha consentito a Debenedetti di prevedere che la commissione di tale “peccato” avrebbe impedito a Monti, dopo la sua decisione di “salire in politica”, di “far coincidere l’agenda ‘di’ Monti – la difesa delle azioni del governo passato – con l’adozione dell’agenda Monti – il programma della sua coalizione”. Questa possibilità, per Debenedetti, sarebbe mancata per le molte implicazioni negative del discorso politico del professore.
Se l’agenda ‘di’ Monti poteva garantire all’ex Premier tutti i vantaggi della “bolla di credibilità” acquisita per aver rimediato ai deficit di un governo screditato, il suo obiettivo non poteva che esser quello di rendere stabile la sua credibilità; il fatto che abbia deciso di proseguire l’azione del suo governo tecnico impegnandosi in una campagna elettorale ha comportato che il colore politico della sua coalizione “stingesse” anche sull’azione del governo passato. Monti, “salendo in politica” ha mancato di dichiarare la propria identità, credendo che sarebbe stato preferibile se le forze politiche si fossero allineate “secondo l’asse della maggiore o minore propensione alle riforme piuttosto che sull’asse tradizionale di destra-sinistra”; ma auspicare che fosse l’asse delle riforme a determinare il discorso politico è stato solo un modo per proporre un nuovo governo dei professori, mentre l’offerta di una proposta politica credibile richiedeva l’ausilio di identità molto più forti che in tutta l’Europa, per Debenedetti, si trovano sull’asse politico destra-sinistra. Monti ha voluto “il lineare nitore dell’asse delle riforme”; è stato inevitabile che sia andato a scontrarsi con “lo spessore storico dell’asse politico destra-sinistra”.
In conclusione, per Debenedetti, accettare i vincoli posti dai Paesi europei presunti virtuosi, non è servito a risolvere i problemi della società italiana; sarebbero servite, invece, delle riforme che fossero il presupposto per l’accettazione consapevole di quei vincoli. Ma quali riforme? Al riguardo, Debenedetti non ha dubbi: occorreva promuovere l’impegno individuale dei cittadini, per indurli a maggiore assunzione di responsabilità personali, ridurre “l’impronta del pubblico” per smantellare le roccaforti delle rendite ed aumentare lo spazio di libertà indispensabile per la crescita. Ecco l’unica preoccupazione anche dell’imprenditorialità nazionale più “illuminata”: appellarsi ad un assurdo individualismo e ad un’altrettanto assurda rimozione dei “lacci e laccioli” di natura pubblica, anziché prospettare l’urgenza di porre rimedio a quanto (come ad esempio le privatizzazioni spacciate per liberalizzazioni) è valso a creare negli ultimi vent’anni le premesse del deficit insostenibile dei conti pubblici, ma anche ad obnubilare il tradizionale spessore storico della contrapposizione tra destra e sinistra, in quanto la sinistra in buona parte si è omologata alla destra.

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