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→  maggio 10, 2021


Recensione di Marcello Messori, professore di Economia al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss

Parafrasando Milton Friedman, Franco Debenedetti sostiene che l’impresa capitalistica adempie al suo compito sociale e soddisfa i propri principi etici solo se persegue la massimizzazione del profitto. Di conseguenza il suo originale e articolato volume, Fare profitti. Etica dell’impresa (Marsilio: Venezia 2021), mira a provare la dominanza analitica e fattuale della cosiddetta shareholder value rispetto alla stakeholder value, ossia la dominanza del principio della massimizzazione del valore attuale per gli azionisti di ogni data impresa rispetto al principio della composizione fra i contrastanti interessi propri dell’eterogeneo insieme di quanti partecipano alla vita di quella stessa impresa.

La mia argomentazione – un po’ provocatoria – è che, in modo non intenzionale, l’analisi dell’autore finisca per provare la tesi esattamente opposta: l’incongruenza di optare per la shareholder value rispetto alla stakeholder value.

In apertura del primo capitolo della prima parte del volume, Debenedetti afferma: “la società assegna all’impresa il compito di produrre ricchezza; questa è […] la sua prima e sola responsabilità” (p. 25). Ritengo che nessun economista possa dissentire da un’affermazione del genere, date due condizioni. La prima è che sia corretto assimilare il concetto di ricchezza alla cumulata dei flussi di valore aggiunto o, se si preferisce, dei flussi di reddito netto derivanti dall’attività dell’apparato produttivo di un determinato sistema economico nel corso del tempo. La seconda condizione è che compito dell’impresa sia quello di utilizzare, in modi efficienti, le risorse produttive disponibili per creare reddito netto; ma che, così facendo, l’insieme delle imprese debba anche limitare la creazione di esternalità negative (per esempio, inquinamento) in quanto – a livello aggregato – tali esternalità si traducono in costi che riducono il reddito netto complessivo.

È essenziale notare che, letta nel senso appena specificato, l’affermazione di Debenedetti non ipoteca in alcun modo le quote di distribuzione del reddito netto fra i diversi aggregati sociali. Ciò dovrebbe, del resto, essere conforme con l’approccio analitico di Friedman (ossia, con l’approccio ortodosso). È ben noto che la microeconomia tradizionale si basa sul Primo teorema dell’economia del benessere e, in vigenza di alcune condizioni restrittive (in particolare, preferenze ben conformate degli agenti), sul Secondo teorema dell’economia del benessere. I due teoremi implicano, fra l’altro, che l’efficienza nell’allocazione delle risorse produttive non influenza e non viene influenzata dalla distribuzione del reddito netto fra i vari aggregati sociali. Di conseguenza, l’approccio ortodosso appare neutrale rispetto alla ripartizione del reddito netto e della ricchezza e, dunque, non giustifica alcuna discriminazione fra shareholder value e stakeholder value che attiene, appunto, alla sfera della distribuzione.

La macroeconomia classica di Lucas e Sargent ha dimostrato, fin dagli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, che lo schema analitico di Friedman non è micro-fondato. Ciò contribuisce a spiegare perché lo stesso Friedman trascuri i due teoremi dell’economia del benessere e attribuisca all’impresa il compito di massimizzare una specifica quota distributiva, appunto il profitto, anziché il reddito netto. Seguendo Friedman, nei due primi capitoli del suo libro anche Debenedetti cade nella stessa impropria assimilazione. Pertanto, a dispetto del fatto che i due Teoremi dell’economia del benessere attestano l’irrilevanza della distribuzione del reddito netto per l’allocazione efficiente delle risorse produttive, egli ne inferisce che l’approccio ortodosso sancisce la dominanza dello shareholder value rispetto allo stakeholder value.

La conclusione raggiunta può essere criticata mediante due obiezioni. La prima obiezione è che la teoria ortodossa della distribuzione del reddito è strettamente collegata alla produzione mediante la teoria del valore. Quest’ultima assimila lavoro e capitale come fattori produttivi, provando che l’eguaglianza fra produttività marginale del capitale e profitto è compatibile con il principio della massimizzazione dello stesso profitto. Pertanto, ciò che non poteva essere provato con riferimento all’allocazione delle risorse produttive trova fondamento in termini di teoria marginalista della distribuzione del reddito.

La seconda obiezione consiste nel fatto che, massimizzando il proprio profitto, ogni impresa si assicura le condizioni ottimali per la riproduzione della sua attività e adempie così al suo compito in una prospettiva dinamica. Il problema è che nessuna di tali due obiezioni è analiticamente robusta. La prima si fonda su un concetto di capitale che, come è noto da molti anni nella teoria economica, dà luogo a insuperabili incoerenze logiche. La seconda rimanda a un’analisi dinamica che, come emerge anche dalle difficoltà di esaminare l’accumulazione del capitale nel modello tradizionale analiticamente più avanzato (il modello walrasiano), non trova fondamento nell’approccio ortodosso.

Anche se Franco Debenedetti non rende espliciti i problemi di analisi appena discussi, implicitamente riconosce i limiti dell’approccio ortodosso tanto da confrontarsi con una più recente e sofisticata teoria microeconomica non-walrasiana: la teoria dei contratti che interpreta le relazioni fra diversi aggregati sociali nei termini di rapporti di agenzia. Il rapporto è fra un ‘principale’, che di norma ha il potere di definire le condizioni contrattuali, e uno o più ‘agenti’, che di norma hanno vantaggi informativi o sfruttano l’incompletezza del contratto quando si tratta di soddisfare clausole stipulate. Nell’ottica del ragionamento fin qui svolto, il ricorso alla teoria dei contratti è dirimente rispetto alla tesi fondamentale del volume di Debenedetti. Quest’ultimo demanda, infatti, a tale teoria il compito di provare la dominanza dello shareholder value rispetto allo stakeholder value.

La conferma dell’ultima affermazione è data dal fatto che l’autore utilizza uno dei contributi seminali di questo filone teorico (il saggio del 1976 di Jensen e Meckling) come se rappresentasse il manifesto dello shareholder value. Il problema è che, anche in tale caso, l’autore cade in un’inferenza infondata. La ragione, che spiega il riferimento privilegiato di Jensen e Meckling (1976) alla massimizzazione del profitto di impresa, dipende dal loro esclusivo esame dei rapporti di agenzia fra azionisti e management.

In questi specifici rapporti l’obiettivo del ‘principale’, rappresentato dall’insieme degli azionisti, è di disegnare un contratto che minimizzi la possibile estrazione di benefici privati da parte degli ‘agenti’, rappresentati dal top management. Pertanto, il contratto efficiente deve massimizzare i profitti per il ‘principale’. Tuttavia, come sono pronti a riconoscere gli stessi Jensen e Meckling sulla scorta delle precedenti analisi di Williamson e di altri neo-istituzionalisti e come ricorda lo stesso Debenedetti, l’impresa va trattata come un insieme (un fascio) di contratti. Ciò significa che l’impresa è costituita da un insieme di diversi rapporti di agenzia.

Sotto il profilo analitico, ciò significa che il management di una data impresa, che funge da ‘agente’ nel rapporto con gli azionisti, diventa il ‘principale’ nelle relazioni contrattuali con gli agenti-lavoratori (come è mostrato da molteplici contributi della teoria dei contratti applicata al mercato del lavoro). D’altro canto, una volta conclusi i loro contratti con il management e dopo aver così percepito un reddito, i lavoratori assumono anche la veste di consumatori diventando il ‘principale’ nei confronti degli azionisti quali rappresentanti dell’agente-impresa. Per di più, gli stessi azionisti e/o il management continuano a rappresentare l’impresa nei diversi rapporti di agenzia con i vari aggregati di fornitori.

Questo complesso insieme di rapporti contrattuali fissa la forma e il livello delle remunerazioni e i valori di scambio (prezzi relativi) che assicurano un equilibrio fra i contrastanti interessi di tutti gli eterogeni partecipanti ai molteplici rapporti di agenzia che caratterizzano la vita di un’impresa. Gli equilibri possibili sono svariati (equilibri multipli); eppure taluni sono più efficaci oppure più efficienti di altri. Un’appropriata combinazione fra i diversi contratti dovrebbe essere in grado di selezionare equilibri ‘buoni’ se non l’equilibrio migliore. Ma ciò significa che, almeno stando alla definizione offerta dalla teoria dei contratti, l’impresa è tenuta a perseguire un’equilibrata composizione fra i contrastanti interessi di tutti gli aggregati sociali che partecipano alla sua attività o che la condizionano per via diretta.

Detto in altri termini, e parafrasando le parole con cui Debenedetti apre il primo capitolo del suo volume, il sistema economico capitalistico assegna all’impresa “il compito di produrre ricchezza” e di ripartirla secondo la più efficiente o efficace armonizzazione degli interessi conflittuali fra i suoi svariati partecipanti. L’etica dell’impresa è, così, ricondotta al perseguimento dello stakeholder value.

Si sarebbe tentati di concludere che il volume di Debenedetti finisce, di fatto, per essere un manifesto a favore dello stakeholder value. Una simile conclusione prescinde, tuttavia, dalle critiche che l’autore muove a tale impostazione. Egli sostiene che, diversamente dallo shareholder value, lo stakeholder value non fonda la determinazione delle quote distributive del reddito su una metrica analitica ma la demanda a decisioni arbitrarie che sono vulnerabili all’intrusione di interessi personali o di improprie sovra-determinazioni politiche.

Anche in questo caso, penso che l’autore sottovaluti i problemi aperti nella teoria economica ortodossa e – più in generale – in molti punti alti della storia dell’analisi economica e che non colga appieno l’innovatività della teoria dei contratti.

Quanto al primo punto va rilevato che la metrica analitica, cui Debenedetti si richiama per giustificare la massimizzazione del profitto e la connessa determinazione delle quote distributive, è fondata sulla specifica teoria del valore dell’approccio ortodosso. Si è tuttavia già accennato, ed è noto da tempo, che quella teoria del valore – così come le diverse teorie classiche e marxiane del valore – sono minate da insuperabili aporie logiche che le rendono analiticamente inutilizzabili (al riguardo, basti riferirsi ai lavori di Napoleoni negli anni settanta del secolo scorso).

Di conseguenza, almeno dal punto di vista teorico, la metrica analitica dello shareholder value è un fallimento. Viceversa (e arriviamo così al secondo punto), in alcuni filoni della teoria dei contratti (si vedano i lavori di Hart e Moore fra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta), si affronta il problema dell’indeterminatezza delle quote distributive e della connessa fissazione del potere di acquisto attribuiti ai vari attori che partecipano ai rapporti di agenzia costitutivi dell’impresa. Infatti, Hart e Moore riconoscono che l’intreccio di clausole contrattuali lascia un reddito residuo; e che, quindi, occorre definire una regola per l’allocazione di tale residuo (che può essere quantitativamente rilevante).

La soluzione proposta si basa su due passaggi: il reddito residuo va attribuito a chi detiene i diritti di proprietà, ossia agli azionisti nel caso dell’impresa; l’allocazione efficiente dei diritti di proprietà per una data attività richiede che tali diritti siano attribuiti al cosiddetto ‘agente indispensabile’, ossia all’attore che svolge la funzione cruciale per l’organizzazione e la riproduzione dell’attività.

L’approdo raggiunto non porta, purtroppo, ad alcuna conclusione pienamente soddisfacente. Esso ci permette di affermare che lo stakeholder value poggia su fondamenti teorici più robusti rispetto allo shareholder value anche con riguardo alla determinazione delle quote distributive. Tuttavia, la stessa impostazione di Hart e Moore denuncia fragilità specie se letta in chiave dinamica.

Allo scopo di esemplificare per i “non addetti ai lavori” il loro concetto di agente indispensabile, ossia la loro teoria sull’allocazione efficiente dei diritti di proprietà, i due economisti propongono l’esempio della barca a vela che solca i mari di un oceano con a bordo un ricco uomo d’affari, un abile marinaio e un cuoco. Essi sostengono che, in condizioni di mare calmo, i diritti di proprietà vanno attribuiti a chi può meglio sostenere i costi della crociera (ossia l’uomo d’affari).

Se però sopraggiunge una tempesta, è efficiente che tali diritti siano trasferiti al marinaio perché questa nuova allocazione accresce la probabilità di salvare la barca e la vita dei suoi occupanti. Infine, se la tempesta è così drammatica da obbligare all’approdo su un’isola deserta che porta al salvataggio di tutti ma impedisce la ripresa della navigazione, la soluzione più efficiente consiste nel trasferire i diritti proprietari al cuoco ossia a chi sa meglio utilizzare una cambusa sempre più sprovvista di riserve alimentari.

L’esempio rende evidente che, in un mondo dinamico e complesso quale quello attuale, la teoria di Hart e Moore non è praticabile. L’allocazione efficiente dei diritti di proprietà e la conseguente attribuzione del reddito residuo sarebbero così instabili da risultare incompatibili con la continuità di istituzioni e di apparati molto difficili da ‘smontare’ e ‘rimontare’ senza soluzione di continuità. Appare, per esempio, irrealistico individuare la soluzione efficiente in ricorrenti rivoluzioni nel governo di imprese che già sono sottoposte a tensioni e cambiamenti organizzativi a causa di innovazioni tecniche e di pressioni concorrenziali.

Eppure, nonostante i limiti denunciati, l’approccio della teoria dei contratti coglie aspetti cruciali della nostra economia e società. Viviamo in un mondo che è composto da aggregati sociali eterogenei che perseguono obiettivi e interessi conflittuali. L’intricata rete delle relazioni economiche e sociali fra questi aggregati, che può essere mediata e riprodotta solo grazie a continui interventi regolatori e istituzionali, assicura un ambiente aperto al cambiamento. Essa approda, però, a equilibri temporanei solo se si individuano e si praticano compensazioni e compromessi fra i molteplici interessi conflittuali.

Detto in altri termini, non esiste un bene comune o un insieme di beni comuni che sia pre-definito e invariante e che rappresenti l’obiettivo già pronto e condiviso da tutti. Tale insieme di beni comuni va faticosamente costruito all’interno delle conflittuali relazioni (di agenzia) fra i diversi attori mediante ripetuti aggiustamenti parziali e va ri-calibrato in funzione dei rapidi mutamenti economico-sociali. In un simile mondo appare quasi pleonastico chiedersi se debba prevalere il lineare shareholder value o l’intricato stakeholder value. A prescindere dalle preferenze di ognuno di noi, solo il secondo è in grado di dotarci di una ‘cassetta degli attrezzi’, seppure approssimativa, per fronteggiare la complessità del mondo in cui viviamo.

Risposta di Franco Debenedetti, imprenditore, economista e politico impegnato

“Le clausole contrattuali – scrive Messori – lasciano un reddito residuo e quindi occorre definire una regola per l’attribuzione di tale residuo.”

Ognuno dei contratti di cui consta l’impresa, anche se basato su una norma di legge, lascia un largo margine di interpretazione oltre che di integrazione, e non solo da parte del management. Pensiamo ai contratti nazionali del lavoro dipendente: sono le organizzazioni sindacali dei lavoratori ad opporsi ai contratti aziendali, anche se questi prevedono, oltre al salario fisso, una parte variabile legata alla produttività, che solo a livello aziendale può essere misurato con precisione e attribuito con giustizia.

Sostanzialmente, anche se non formalmente, è una partecipazione all’utile aziendale: spetta al management determinarlo in modo che risulti in un accrescimento dei profitti degli shareholder, ad esempio assicurandosi così le fedeltà di personale qualificato. Tutt’altra cosa sarebbe se lo facessero, ad esempio, per guadagnarsi personali dividendi politici. (Il testo di Friedman del New York Times Magazine, in appendice nel libro, è ricco di esempi). Si parla di Mitbestimmung: ma questa in Germania fu voluta per ragioni politiche, come fu pure, a detta dello stesso Gustav Erhard, l’anteporre l’aggettivo “soziale” alla Marktwirtschaft..

Sembra che Messori consideri l’impresa come un insieme più che un nexus of contracts, fascio di contratti. Invece è un “fascio proprio”, tutti i fili passano per un unico punto. I contratti sono a monte e a valle del processo produttivo, ma l’impresa ne è il centro perché ne è sempre controparte (come acquirente o come venditrice). La domanda è: quale criterio ordinatore è bene segua nel negoziarli?

Non v’è dubbio che la loro configurazione determini la distribuzione del valore aggiunto; ma la tesi di Friedman, argomentata nel mio libro, è che la ricchezza prodotta è massima se l’impresa configura quei contratti in modo tale da accrescere il proprio profitto. Questo non esclude che l’impresa possa avere interesse a garantire un profitto stabile ai propri fornitori, ad offrire ai propri lavoratori o clienti ancor più sicurezza di quella obbligata dalla legge. E quanto alle esternalità, affidare la tutela dell’ambiente – per considerare quella più eclatante – al buon cuore delle imprese, come in fondo fa la teoria dello stakeholder value, pare una pessima soluzione. Ne esistono altre, più efficaci: in proposito la letteratura è sterminata.

Friedman pone i contratti all’interno di un triangolo formato da: fair competition, legge, sentire etico. I contratti coi dipendenti, coi fornitori, coi clienti, con le banche, le norme di rispetto ambientale, sono tutti pensati in un mercato competitivo. Anche quello con gli shareholder è un contratto: in base a criteri interni a quel triangolo i risparmiatori scelgono sul mercato finanziario l’impresa a cui affidare i loro risparmi, diventandone azionisti.

I contributi dei molteplici stakeholder – dipendenti, finanziatori, fornitori, clienti, comunità – non sono singolarmente valutabili e quindi sarebbe arbitraria una regola per l’attribuzione del “reddito residuo” che hanno prodotto. Misurabile è solo il risultato complessivo del loro interagire, e si chiama shareholder value.

Ridurre il footprint carbonico, avere produzioni sostenibili, ripensare il mercato del lavoro alla luce della rivoluzione digitale (scrivere i nuovi diritti digitali, come scrive Maurizio Molinari), sono tutte scelte strategiche, accrescono il valore reputazionale dell’impresa, ne aumentano il valore a lungo termine. Compito del management adottarle: lo shareholder value sarà la misura del loro successo. E cosa se no?

Anche l’adozione di criteri gestionali ESG accresce il valore reputazionale presso alcuni investitori, ma incide sul rendimento: in media, su un arco di 5 anni, è inferiore di oltre il 20% a quello di portafogli composti da aziende con alto potenziale di ritorni nel lungo termine: se va bene a chi le sceglie, nessun problema. Anche chi sceglie il modello di società benefit persegue la strategia di accrescere il proprio capitale reputazionale, tant’è che la legge assegna all’Autorità Antitrust il compito di verificare se la funzione pubblicitaria non prevalga al punto da risultare in una violazione delle norme per la pubblicità ingannevole.

Messori, e molti altri con lui, impiega il verbo “massimizzare”: non così Friedman, che parla di “accrescere”. In effetti quel verbo, come rileva Armen Alchian in un noto paper, non descrive quello che fa e quello che deve fare l’operatore economico: questo ha piuttosto un comportamento adattativo, imitativo, che procede per tentativi alla ricerca di profitti positivi. E ciò per l’incertezza del futuro e per l’impossibilità umana di risolvere problemi che contengono un gran numero di variabili, anche nel caso in cui fosse definibile un ottimo. Se i profitti sono positivi l’azienda sopravvive, altrimenti muore.

I fautori dello stakeholder capitalism, preoccupati del modo di tagliare la torta del profitto, tendono a dimenticare ciò che grandemente influisce sulla sua dimensione, in particolare le azioni del decisore pubblico: interventi diretti dello Stato in attività economiche, politica fiscale che incide sugli incentivi di stake- e shareholder, politiche macro che, quando le conseguenze sono negative, vengono poi chiamate fallimenti di mercato.

La grande depressione del ’29 fu esasperata, secondo molti, dalle politiche protezioniste; la grande recessione del 2007 fu innescata dalla volontà politica di rendere possibile a ogni cittadino americano, compresi i Ninja (no income, no job or asset), di possedere una casa. Nella crisi del COVID. governi e banche centrali, Fed e BCE in testa, hanno inondato le economie con danaro, in quantità dove l’unità di misura è il trillion. Come conseguenza il mercato perde la sua funzione di assegnare prezzi al beni, quindi anche di valutare la convenienza relativa degli investimenti, sia pubblici sia privati, sia per stake- sia per shareholder. Lo sharehoder value rimane “l’indicatore di ultima istanza“.

Messori cita l’apologo di Hart and Moore, della barca a vela con a bordo “un ricco uomo d’affari”, un abile marinaio e un cuoco. Ma i due illustri economisti soprattutto sembrano confondere diritto di proprietà con poteri di comando. I diritti di proprietà vanno attribuiti al “ricco uomo d’affari” non perché può meglio sostenere i costi della crociera (modesti, stante l’equipaggio, nautica popolare) ma perchè ha deciso di fare quell’impresa per il proprio divertimento, l’ha finanziata e ha assunto un marinaio e un cuoco.

In condizioni di mare calmo decide di fare lo skipper, se sopraggiunge una tempesta, chiede al marinaio di pilotare la barca, e al cuoco di gestire la cambusa. Non c’è nessun passaggio di proprietà.

“In un mondo dinamico e complesso quale quello attuale, l’allocazione efficiente dei diritti di proprietà e la conseguente attribuzione del reddito residuo” non solo non sono “così instabili da risultare incompatibili con la continuità di istituzioni e di apparati molto difficili da ‘smontare’ e ‘rimontare’ senza soluzione di continuità”. Al contrario il mercato finanziario funziona in modo straordinario: adatta il proprio modo di agire alle tecnologie disponibili (dal big bang, all’high frequency trading, alle cryptocurrency); finanzia società che consegnano pizze con biciclette e quelle che fabbricano razzi per andare su Marte, su qualsiasi orizzonte temporale, per qualsiasi tipo di rischio, secondo qualsiasi preferenza personale (di cattolici che non vogliono affidare i loro risparmi a chi distribuisce profilattici in Africa, o di islamici che non vogliono dare i loro a chi tratta carne di maiale). Solo quando è lo Stato ad essere proprietario “l’allocazione efficiente dei diritti di proprietà diventa incompatibile con la continuità di istituzioni”: Alitalia docet.

Messori ritiene che il mio volume finisca “per essere un manifesto a favore dello stakeholder value”. In un certo senso è così: stakeholder sono pure, in proprio o per delega, gli shareholder di minoranza. l contratti che ne proteggono gli interessi sono le norme di corporate governance, i regolamenti di Borsa, la concorrenza tre le società, dai quattro giganteschi fondi passivi ai tanti fondi di private equity che scovano margini anche minimi di efficienza da offrire al risparmio.

→  marzo 11, 2021


di Alessandro De Nicola

«The business of business is business » , con questa frase icastica il Nobel Milton Friedman riassunse la missione delle imprese: fare affari, punto e basta. Il libro Fare profitti. Etica dell’impresa di Franco Debenedetti, imprenditore, parlamentare per tre legislature e oggi presidente dell’Istituto Bruno Leoni, prende le mosse proprio dal famoso saggio di Friedman, pubblicato circa 50 anni fa il cui titolo era Le responsabilità sociale delle aziende consiste nel far crescere i profitti.

Debenedetti ricorda che i fautori della dottrina della Corporate Social Responsability sostengono che scopo dell’impresa sia di perseguire anche fini sociali, tal che i manager dovrebbe contemperare l’interesse degli azionisti (espresso dalla locuzione shareholder value) con quello di chi si trova in rapporto con la società, i cosiddetti stakeholders, ossia i dipendenti, i clienti, i fornitori, le comunità locali, la cittadinanza che ha diritto a un ambiente pulito, e così via.

Friedman replicò che il dovere dell’impresa era di produrre ricchezza e quindi profitti, “nel rispetto delle regole fondamentali della società, sia incorporate nelle sue leggi, sia dettate dai suoi costumi etici”. Rispettare le regole del gioco voleva altresì dire “entrare in concorrenza aperta e libera con gli altri soggetti presenti sul mercato, senza inganni o frodi”. Per l’economista fare diversamente avrebbe messo in condizione i manager di “tassare” i soci per perseguire le cause sociali preferite le cause sociali preferite o peggio quelle che avrebbero solo accresciuto il loro ego. Anzi, dovendo accontentare molti padroni e molte finalità, l’amministratore di società avrebbe sempre potuto dire che si era trovato costretto a sacrificare un obiettivo (lo shareholder value) per perseguirne un altro (il reddito del fornitore, la diversity, l’inclusione, il clima). In poche parole, non avrebbe più risposto a nessuno pur agendo con soldi altrui.

Inoltre, gli azionisti di una società sono portatori “residuali” di diritti, vale a dire sono soddisfatti solo dopo tutti gli altri stakeholder. Come nota Debenedetti, ai clienti (e ai fornitori) ci pensa la concorrenza (e i contratti); delle esternalità (l’inquinamento, la più importante) si occupano le norme e la regolazione; dei dipendenti si curano i sindacati e gli accordi individuali o collettivi. È per questo che gli amministratori hanno i cosiddetti “doveri fiduciari” nei confronti dei soci i quali, peraltro, sono coloro i quali li nominano.

Il libro passa in rassegna le critiche nel corso del tempo indirizzate a Friedman, ma alla fine non le trova convincenti. La giurista Lynn Stout, ad esempio, nega l’assunto che gli azionisti siano i proprietari della società e che quindi gli amministratori debbano curarne prioritariamente gli interessi. Ammesso che sia vero, l’obiezione è semplicissima: come si pensa di convincere gli investitori a metter soldi nelle imprese se ex ante sanno che la protezione dell’investimento non è prioritaria? Zingales, poi, riconosce la validità dello shareholer value di Friedman, ma in un contesto in cui non ci siano monopoli e le imprese non si diano a pratiche lobbystiche e quindi propone di instaurare dovrei fiduciari aggiuntivi per gli amministratori, rendendoli responsabili personalmente se l’impresa inquina, influenza i legislatori o abusa del potere di monopolio. Tuttavia, regole simili già esistono e, d’altronde, una necessariamente vaga “proibizione” alle imprese di “influenzare il processo legislativo” pone seri problemi di costituzionalità (per la corruzione c’è già il codice penale).

Il volume di Debenedetti ragiona sul come evitare che in nome di una piuttosto fumosa responsabilità sociale si creino commistioni inutili o dannose. Significative, a questo proposito, le pagine di critica all’intervento delle Banche Centrali nelle questioni climatiche. Il surriscaldamento terrestre è la sfida più importante dell’umanità e le imprese possono influenzare un percorso positivo, ma con che mandato e competenza lo farebbero le Banche Centrali? In conclusione, in questo saggio, in cui la teoria si intreccia all’attualità, domina preponderante il proverbio milanese “Ofelè fa el to mesté!”. Pasticciere, fa il tuo mestiere: se persino un torinese doc lo adotta, un motivo ci sarà.

→  febbraio 26, 2021


di Ernesto Auci

Nel suo recente libro “Fare profitti – Etica dell’impresa”, edito da Marsilio, l’ex senatore della sinistra ed ex manager Franco Debenedetti sostiene che il compito di un’impresa non è quello di distribuire dividendi sociali ma di fare correttamente il mestiere di generatore di profitti

La crisi dei subprime nel 2008 e più ancora l’esplosione della pandemia del Covid hanno provocato un diffuso senso di sfiducia nei confronti del mercato, del capitalismo, del modo di operare delle grandi imprese. È diventato quasi un luogo comune criticare il mercato quale responsabile di eccessi speculativi ed incapace di autoregolarsi, contrariamente a quello che sostengono i liberisti. Si moltiplicano gli studi che invocano un cambiamento radicale del capitalismo, che secondo alcuni deve essere salvato dall’avidità degli stessi capitalisti e secondo altri imbrigliato da una più penetrante presenza dello Stato anche nella gestione diretta delle imprese. È stato in particolare messo sotto accusa quello che viene definito il “mito” basato sul famoso articolo di Milton Friedman del 1970, secondo il quale il fine esclusivo della società per azioni deve essere quello di creare profitti per i soci.

Negli ultimi anni si sono susseguite prese di posizione e manifesti firmati da tanti top manager (da quella della Business Roundtable a quello del Forum di Davos del 2020) per affermare che scopo dell’impresa non è solo quello di produrre utili per gli azionisti ma è quello più generale di soddisfare gli interessi dell’intera comunità nella quale l’impresa vive, dai propri dipendenti ai fornitori, passando per il rispetto dell’ambiente e l’attenuazione delle diseguaglianze. Insomma, bisogna mandare in soffitta l’idea di Friedman, e cioè quella dello shareholder value, per passare ad un più vasto panorama di interessi rappresentato dagli stakeholder.

Un dibattito molto complesso, ricco di conseguenze sociali e politiche che vede schierati contro lo shareholder value i pesi massimi della cultura e della politica mondiale, da Joe Biden a Papa Francesco, per arrivare a uno stuolo di professori e di giornalisti influenti. Molti manager per cercare di arginare la marea montante della sfiducia verso le imprese hanno deciso di cavalcarla ritenendo in questo modo di rinnovare la propria reputazione e quindi conquistare fette di mercato (e continuare a fare profitti). Questo non esclude la buona fede di quanti nel dirigere un’impresa si rendono conto che bisogna non solo rispettare le regole scritte ma anche quelle morali, ricercando maggiore sintonia con la pubblica opinione, facendo cose comunque apprezzabili come la salvaguardia dell’ambiente, il miglioramento della formazione professionale e culturale dei propri dipendenti o promuovendo una sanità più efficiente.

Chi riesce a mettere a fuoco con dovizia di dettagli la complessa questione del funzionamento delle società per azioni e dei mercati, sottolineando i rischi che si corrono nell’inseguire le suggestioni irrazionali, è Franco Debenedetti che ha appena pubblicato uno studio davvero completo sulla funzione delle aziende, sui nuovi miti che si stanno costruendo per placare le ansie della pubblica opinione e sulle conseguenze perverse a cui potrebbe portare la loro pratica applicazione. Il volume, edito da Marsilio, si intitola, con chiaro intento polemico “Fare profitti – Etica dell’impresa”.

Il punto centrale del ragionamento di Debenedetti si potrebbe riassume così, in accordo con quanto ha sostenuto Luigi Zingales: le degenerazioni che ci sono state nelle scelte manageriali devono essere corrette con strumenti adeguati e non con imposizioni esterne irrealistiche o con un incremento dell’intervento dello Stato come gestore di aziende che alla fine, deviando il ruolo delle imprese verso la ricerca di un dividendo politico, provocherebbe una riduzione del benessere complessivo dei cittadini, cioè proprio degli stakeholder che si vorrebbe proteggere. Insomma, i Governi non sono la soluzione, ma parte del problema.

Le principali accuse che vengono mosse alle imprese che hanno come obiettivo solamente la massimizzazione del profitto per i propri azionisti sono due. La prima è che si è sempre più puntato a conseguire risultati a breve termine avendo di mira non solo il bilancio annuale, ma addirittura il rendiconto trimestrale con danno per lo sviluppo a lungo termine dell’azienda e dell’intera economia; la seconda è quella di aver creato delle diseguaglianze enormi e insostenibili per la coesione sociale. Per questo, secondo molti studiosi, le imprese dovrebbero cambiare il loro obiettivo puntando sulla Corporate social responsability.

Debenedetti dimostra con analisi ampie e convincenti che entrambe queste accuse non corrispondono alla realtà. Non si deve confondere diseguaglianza con povertà. Soprattutto non sembra che le diseguaglianze derivino da patrimoni ereditati, cioè che esista una casta di ricchi chiusa in se stessa che impedisce la mobilità sociale. Infatti negli Stati Uniti la percentuale del patrimonio ereditato su quello totale tra i miliardari è scesa costantemente dal 50% nel 1973 al 30% nel 2014. Il problema, quindi, non è tanto quello di politiche redistributive, quanto quello di creare lavori che abbiano promettenti capacità di carriera e la possibilità di mantenere sempre aperti i corridoi per le ascese sociali. Ci vogliono quindi politiche capaci di mantenere una società competitiva e liberamente concorrenziale.

Gli ultimi due capitoli del libro sono dedicati principalmente alla situazione italiana, dove predomina un’antica cultura anti-mercato, anti-concorrenza, e a favore dell’intervento dello Stato che sovente crea monopoli che sono duraturi, a differenza di quelli creati dal mercato (ad esempio in seguito all’introduzione di una tecnologia innovativa) che sono invece transitori. Ora per la prima volta dopo molti anni il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi, nel programma presentato al Parlamento, ha esplicitamente richiamato la disciplina della concorrenza e la necessità di imporre dei limiti al perimetro degli interventi statali. Speriamo bene.

→  febbraio 25, 2021


di Stefano Cingolani

Perché la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della democrazia. Un libro di Franco Debenedetti

Con il tramonto del nazional-populismo anche il profitto ritrova il suo posto in società. Messa così, la soluzione è fin troppo facile. In realtà, si fa strada da anni, ben prima della pandemia, un nuovo paradigma basato su alcuni capisaldi: l’impresa non deve pensare ad arricchire solo gli azionisti, bensì la più ampia comunità, non gli shareholders, ma gli stakeholders; deve essere socialmente responsabile; deve avere uno scopo più ampio; deve puntare sul lungo termine e non solo sul breve. Sono i pilastri di una nuova saggezza che si sta affermando non dall’esterno del sistema, ma dall’interno, non da chi rifiuta il capitalismo, ma da chi lo pratica, dalla grande finanza, dagli uomini che muovono colossali fortune, dai fondi di investimento, dalle gigantesche multinazionali.

Quanto è solido questo modello? Quando è coerente e fino a che punto è praticabile? Franco Debenedetti si è messo a separare il grano dal loglio e nel suo libro “Fare profitti. Etica dell’impresa” appena pubblicato da Marsilio, rimette in discussione quello che rischia di diventare il “pensiero unico” dell’era post Covid. Per farlo, riparte da quel che scrisse Milton Friedman nel 1970 sul magazine del New York Times: “La responsabilità sociale delle aziende è fare profitti”. Il lungo articolo fece scalpore e lo fa ancora adesso. Dunque, nulla è cambiato? Al contrario, Debenedetti lo racconta con dovizia di esempi e di storie, mantenendosi a cavallo tra dibattito teorico ed esperienza pratica. Tuttavia, al termine di trecento pagine, conclude che il principio di fondo è ancora valido: “In tutto questo mutare, la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della società democratica, e fare profitti la sua responsabilità sociale, la sola”. La prima parte della frase è difficilmente contestabile, sulla seconda il dibattito è aperto anche tra i seguaci di Friedman.

Debenedetti esordisce citando un articolo del Financial Times pubblicato il 18 settembre 2019 e intitolato: “Capitalism. Time for a reset”. Dove “reset si traduce con ripristinare o con azzerare”. Il quotidiano della city ha gettato il sasso in piccionania e insiste. Il 30 gennaio scorso ha pubblicato un ampio reportage intitolato: “Il nuovo mantra di Wall Street: verde è buono”, a proposito della conversione ecologista di chi muove il denaro. E’ stato Larry Fink, il big boss di BlackRock, ad annunciare un anno fa in una lettera ai suoi clienti che avrebbe indirizzato verso investimenti verdi, responsabili, digitali, l’immenso flusso di denaro da lui gestito. E’ tutta fuffa? Il capitale ha preso un abbaglio e sta distruggendo se stesso, oppure vuole lisciare il pelo allo spirito del tempo, alle pressioni dei movimenti sociali, alla politica (oggi di Joe Biden deciso a imporre nuove regolamentazioni)?

È la questione che si sono posti nel tempio del neoliberismo dove Friedman resta il gran sacerdote. ProMarket la pubblicazione digitale della Booth School for Business dell’Università di Chicago per ricordare “Friedman 50 anni dopo” ha chiamato a discutere 27 economisti di diversa impostazione teorica, tra questi Stefano Zamagni, teorico dell’impresa responsabile, e Martin Wolf, globalista tutto d’un pezzo che ora vuole l’autodafé del capitalismo. Luigi Zingales che ha curato il progetto invita a rigettare ogni impostazione dottrinaria e persino religiosa. Quella di Friedman non è verità rivelata, ma un teorema valido entro certe condizioni che non si verificano nella realtà effettuale (pensiamo all’assenza di monopoli e alla concorrenza perfetta), e comunque cambiano nel tempo. “Nel mondo del 2020, i maggiori azionisti della più parte delle imprese siamo tutti noi, che abbiamo le nostre pensioni investite in azioni”, scrive Zingales. Ma proprio per questo, secondo Debenedetti, remunerare gli azionisti, soprattutto quando sono milioni, è ancor più importante: si tratta di un principio di responsabilità, altrimenti si crea “l’impresa di nessuno” come la chiamò Bruno Visentini, nella quale il potere, e in questo caso un potere assoluto, è esercitato dai top manager. Il capitalismo di massa ha superato il capitalismo padronale, ma rischia di finire nel capitalismo manageriale.

Sempre sul solito Financial Times, in un articolo intitolato “Quando Friedman, profeta del profitto, incontrò la pandemia”, il giornalista Andrew Hill ha intervistato l’economista Raghuram Rajan, membro anche lui del circolo di Chicago, secondo il quale Friedman ha sottovalutato “gli azionisti impliciti, lavoratori, clienti, fornitori, importanti quanto e talvolta ancor più di quelli espliciti”. Finché non sarà sconfitto il Covid-19 – sottolinea con realismo – la prima cosa che deve fare un’impresa è sopravvivere, nel suo interesse così come in quello dei suoi dipendenti e della società, prendendo atto che la mano pubblica diventa più pesante della mano invisibile. Troppo pesante, argomenta Debenedetti con una quantità di esempi anche italiani (per esempio il ruolo della Cassa depositi e prestiti, spesso destinata a veri e propri salvataggi).

Friedman va riletto e messo in prospettiva, sostengono i nuovi Chicago boys. Intanto è meglio leggerlo per intero, ricorda Debenedetti: infatti il padre del neo-monetarismo scriveva che le corporation dovrebbero “fare quanti più soldi possibile conformandosi alle regole base della società, quelle incorporate sia nella legge sia nelle consuetudini etiche”, entrambe storicamente determinate. Zingales parla di massimizzare non il valore degli azionisti, ma il benessere il che “rende necessaria la democrazia nelle imprese”. Ciò comporta costi diretti e indiretti i quali possono frenare l’innovazione, molla della crescita e, di conseguenza, il benessere collettivo. E’ una contraddizione aperta che riguarda sia il vecchio sia il nuovo paradigma: quante volte sono gli shareholders a temere il rischio e frenare lo sviluppo e quanto volte sono gli stessi stakeholders per difendere vecchi privilegi e diritti acquisiti.

La grande impresa moderna, la società per azioni, è una realtà complessa. Al suo interno ci sono interessi in conflitto regolati da un reticolo di contratti stilati da uomini con le loro idee, il loro carattere, la loro scala di valori, le loro preferenze politiche. Insomma, assomiglia più a una democrazia parlamentare che a una monarchia assoluta.

“Fare profitti” ci invita a diffidare dei falsi idoli e delle illusioni, ci spinge a non rincorrere ricette miracolose; una guida certamente da mettere in discussione con sguardo laico capace di accettare il pluralismo in economia come in politica. Il profitto non è solo una formula matematica, la sua radice latina, proficere, vuol dire giovare, ma anche progredire. Chi rifiuta il profitto rinuncia a fare cose belle che servono e piacciono agli uomini, insomma rifiuta il progresso.

→  febbraio 1, 2021


di Giuseppe Colombo

Nel saggio “Fare profitti” di Franco Debenedetti un’analisi sugli utili come ascensore sociale. E sui danni dello statalismo Covid

Se pensate che i buoni per eccellenza (leggere Papa Francesco) e i buoni del momento (il riferimento è al neo presidente degli Stati Uniti Joe Biden) possano salvarsi dalla penna arguta di Franco Debenedetti, allora siete costretti a premere il tasto “reset” prima di leggere il suo ultimo lavoro. Perché il saggio “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio, pp.320) ha un’idea precisa e questa idea – il capitalismo è il capitalismo e le aziende devono fare profitti, sempre e comunque – viene portata avanti dall’inizio alla fine. E per arrivare al capolinea, per renderla credibile e soprattutto attuale oggi che la pandemia ha innalzato lo Stato imprenditore e guida a totem, compie una doppia operazione.

La prima è quella di ricordare le sbandate di chi capitalista lo è stato sempre, direttamente o indirettamente, per convinzione o anche solo per tradizione e status. Vacillare può capitare un po’ a tutti e allora meglio ricalibrare le origini e gli sforzi fatti per tornare a sostenere che l’azienda nasce per fare profitti. L’obiettivo, insomma, è rimpossessarsi di un dna che è venuto a mancare anche solo per un po’. La seconda operazione è quella di tirare giù dalla torre chi avversa il capitalismo con teorie e ragionamenti che secondo Debenedetti sfociano nel populismo piuttosto che nell’ambientalismo di facciata. Insomma gli avversari del capitalismo che sanno spiegare bene perché il capitalismo è il male assoluto e che però non riescono a rendere totalmente credibile uno scenario alternativo.

Il saggio non è un manuale di economia, ma un compendio di personaggi, date e situazioni capaci di entrare dentro alla prima e più delicata questione che il capitalismo genera, da secoli e ancora oggi. E se cioè l’azienda che pensa a incassare, senza farsi travolgere dai fattori esterni, in primis dalla politica, è un mostro a tre teste senza pietà o invece questa modalità è anche la sua essenza, la sua unica responsabilità. Debenedetti è un convinto sostenitore della prima opzione. Di fronte all’emergenza Covid, ma anche a quella ambientale, è immorale perseguire gli utili? “Cambiare tutto, modificare le regole di un capitalismo che ha mantenuto le sue promesse, fare profitti e creare ricchezza per tutti?”, si chiede l’autore. La risposta: “No, certo. Ci sono altri sistemi per aumentare i salari minimi, per ridurre le emissioni, per modificare il finanziamento della politica: la certezza della legge e le iniziative delle democrazie”.

Non è un caso se il saggio inizia con una citazione tratta da un articolo pubblicato dal premio Nobel Milton Friedman sul New York Magazine nel 1970. Eccola la citazione: “La responsabilità sociale delle aziende consiste nell’accrescere i profitti”. Cinquant’anni dopo inizia il viaggio di Debenedetti. E arriva fino ad oggi. Fare profitti nella pandemia? Assolutamente sì. “Proprio nella pandemia – scrive Debenedetti – è necessario che l’impresa usi le sue risorse e si impegni in attività per fare profitti; nella pandemia mostra la sua straordinaria capacità di innovare, per scoprire come combatterla con i vaccini, come renderla tollerabile con le comunicazioni, come modificarsi per le nuove esigenze”. Si innesta qui la critica all’interventismo di Stato che fagocita l’iniziativa privata e che invece di facilitare la riallocazione delle risorse rende il sistema più rigido. Un’impronta così pervasiva da mettere a rischio la più importante delle sfide che l’Italia ha di fronte: spendere bene e in tempo i soldi del Recovery Fund. Debenedetti avverte: si balla tra un’occasione sprecata e un ritrovarsi rinchiusi nel labirinto della burocrazia di Stato che si fa è fatta sempre più dirigismo.

Ma per resistere all’ondata statalista, il capitalismo non può eludere gli stravolgimenti che Covid ha causato nella vita lavorativa. A iniziare dallo smart working. Passa anche da qui – è un altro passaggio significativo del saggio – l’organizzazione, meglio la riorganizzazione capitalistica del lavoro. Ma i principi a cui guardare – dall’innovazione alla concorrenza – sono gli stessi che hanno determinato il successo della società per azioni fin dai tempi della Venezia medievale e della patente reale di Caboto nell’Inghilterra del Cinquecento. Se l’articolo di Friedman vale ancora dopo 50 anni una ragione ci sarà. Il capitalismo non è il nemico. Neppure durante la pandemia.

→  gennaio 22, 2021


di Massimiliano Panarari

Gli attacchi radicali al capitalismo – dice Franco Debenedetti – sono ciclici come le sue crisi. E oggi circolano in stile “contenuti virali”.
L’imprenditore e saggista, che dell’elogio dell’economia del mercato ha fatto una ragione di vita, dedica quindi questo libro alla difesa delle imprese finanziarie. E lo fa prendendo ile mosse da uno dei “manifesti” intellettuali di quello che sarebbe diventato neoliberismo. Ovvero il famoso articolo di Milton Friedman, uscito nel 1970 sul New York Times Magazine, nel quale asseriva “l’unica vera responsabilità delle imprese è fare profitti”.

La spinta propulsiva della “società per azioni” come motore di innovazione, cui si devono alcuni momenti centrali di quella cosa che chiamiamo modernità, rimane intatta. Così, l’autore analizza le mutazioni del modello capitalistico e dell’impresa all’indomani della rivoluzione digitale, e nel contesto globalizzato ridefinito dall’economia immateriale. Mostrando come le problematiche di questa fase – dalla tendenza verso il monopolio delle corporation high-tech alle diseguaglianze – non siano “colpa” del mercato, che si fonda sulla concorrenza e l’apertura al nuovo. Ma, in democrazia, debbano essere affrontate e risolte dalla politica e dalla rule of law.