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Archivio per il Tag »recensioni«

→  marzo 11, 2021


di Alessandro De Nicola

«The business of business is business » , con questa frase icastica il Nobel Milton Friedman riassunse la missione delle imprese: fare affari, punto e basta. Il libro Fare profitti. Etica dell’impresa di Franco Debenedetti, imprenditore, parlamentare per tre legislature e oggi presidente dell’Istituto Bruno Leoni, prende le mosse proprio dal famoso saggio di Friedman, pubblicato circa 50 anni fa il cui titolo era Le responsabilità sociale delle aziende consiste nel far crescere i profitti.

Debenedetti ricorda che i fautori della dottrina della Corporate Social Responsability sostengono che scopo dell’impresa sia di perseguire anche fini sociali, tal che i manager dovrebbe contemperare l’interesse degli azionisti (espresso dalla locuzione shareholder value) con quello di chi si trova in rapporto con la società, i cosiddetti stakeholders, ossia i dipendenti, i clienti, i fornitori, le comunità locali, la cittadinanza che ha diritto a un ambiente pulito, e così via.

Friedman replicò che il dovere dell’impresa era di produrre ricchezza e quindi profitti, “nel rispetto delle regole fondamentali della società, sia incorporate nelle sue leggi, sia dettate dai suoi costumi etici”. Rispettare le regole del gioco voleva altresì dire “entrare in concorrenza aperta e libera con gli altri soggetti presenti sul mercato, senza inganni o frodi”. Per l’economista fare diversamente avrebbe messo in condizione i manager di “tassare” i soci per perseguire le cause sociali preferite le cause sociali preferite o peggio quelle che avrebbero solo accresciuto il loro ego. Anzi, dovendo accontentare molti padroni e molte finalità, l’amministratore di società avrebbe sempre potuto dire che si era trovato costretto a sacrificare un obiettivo (lo shareholder value) per perseguirne un altro (il reddito del fornitore, la diversity, l’inclusione, il clima). In poche parole, non avrebbe più risposto a nessuno pur agendo con soldi altrui.

Inoltre, gli azionisti di una società sono portatori “residuali” di diritti, vale a dire sono soddisfatti solo dopo tutti gli altri stakeholder. Come nota Debenedetti, ai clienti (e ai fornitori) ci pensa la concorrenza (e i contratti); delle esternalità (l’inquinamento, la più importante) si occupano le norme e la regolazione; dei dipendenti si curano i sindacati e gli accordi individuali o collettivi. È per questo che gli amministratori hanno i cosiddetti “doveri fiduciari” nei confronti dei soci i quali, peraltro, sono coloro i quali li nominano.

Il libro passa in rassegna le critiche nel corso del tempo indirizzate a Friedman, ma alla fine non le trova convincenti. La giurista Lynn Stout, ad esempio, nega l’assunto che gli azionisti siano i proprietari della società e che quindi gli amministratori debbano curarne prioritariamente gli interessi. Ammesso che sia vero, l’obiezione è semplicissima: come si pensa di convincere gli investitori a metter soldi nelle imprese se ex ante sanno che la protezione dell’investimento non è prioritaria? Zingales, poi, riconosce la validità dello shareholer value di Friedman, ma in un contesto in cui non ci siano monopoli e le imprese non si diano a pratiche lobbystiche e quindi propone di instaurare dovrei fiduciari aggiuntivi per gli amministratori, rendendoli responsabili personalmente se l’impresa inquina, influenza i legislatori o abusa del potere di monopolio. Tuttavia, regole simili già esistono e, d’altronde, una necessariamente vaga “proibizione” alle imprese di “influenzare il processo legislativo” pone seri problemi di costituzionalità (per la corruzione c’è già il codice penale).

Il volume di Debenedetti ragiona sul come evitare che in nome di una piuttosto fumosa responsabilità sociale si creino commistioni inutili o dannose. Significative, a questo proposito, le pagine di critica all’intervento delle Banche Centrali nelle questioni climatiche. Il surriscaldamento terrestre è la sfida più importante dell’umanità e le imprese possono influenzare un percorso positivo, ma con che mandato e competenza lo farebbero le Banche Centrali? In conclusione, in questo saggio, in cui la teoria si intreccia all’attualità, domina preponderante il proverbio milanese “Ofelè fa el to mesté!”. Pasticciere, fa il tuo mestiere: se persino un torinese doc lo adotta, un motivo ci sarà.

→  febbraio 26, 2021


di Ernesto Auci

Nel suo recente libro “Fare profitti – Etica dell’impresa”, edito da Marsilio, l’ex senatore della sinistra ed ex manager Franco Debenedetti sostiene che il compito di un’impresa non è quello di distribuire dividendi sociali ma di fare correttamente il mestiere di generatore di profitti

La crisi dei subprime nel 2008 e più ancora l’esplosione della pandemia del Covid hanno provocato un diffuso senso di sfiducia nei confronti del mercato, del capitalismo, del modo di operare delle grandi imprese. È diventato quasi un luogo comune criticare il mercato quale responsabile di eccessi speculativi ed incapace di autoregolarsi, contrariamente a quello che sostengono i liberisti. Si moltiplicano gli studi che invocano un cambiamento radicale del capitalismo, che secondo alcuni deve essere salvato dall’avidità degli stessi capitalisti e secondo altri imbrigliato da una più penetrante presenza dello Stato anche nella gestione diretta delle imprese. È stato in particolare messo sotto accusa quello che viene definito il “mito” basato sul famoso articolo di Milton Friedman del 1970, secondo il quale il fine esclusivo della società per azioni deve essere quello di creare profitti per i soci.

Negli ultimi anni si sono susseguite prese di posizione e manifesti firmati da tanti top manager (da quella della Business Roundtable a quello del Forum di Davos del 2020) per affermare che scopo dell’impresa non è solo quello di produrre utili per gli azionisti ma è quello più generale di soddisfare gli interessi dell’intera comunità nella quale l’impresa vive, dai propri dipendenti ai fornitori, passando per il rispetto dell’ambiente e l’attenuazione delle diseguaglianze. Insomma, bisogna mandare in soffitta l’idea di Friedman, e cioè quella dello shareholder value, per passare ad un più vasto panorama di interessi rappresentato dagli stakeholder.

Un dibattito molto complesso, ricco di conseguenze sociali e politiche che vede schierati contro lo shareholder value i pesi massimi della cultura e della politica mondiale, da Joe Biden a Papa Francesco, per arrivare a uno stuolo di professori e di giornalisti influenti. Molti manager per cercare di arginare la marea montante della sfiducia verso le imprese hanno deciso di cavalcarla ritenendo in questo modo di rinnovare la propria reputazione e quindi conquistare fette di mercato (e continuare a fare profitti). Questo non esclude la buona fede di quanti nel dirigere un’impresa si rendono conto che bisogna non solo rispettare le regole scritte ma anche quelle morali, ricercando maggiore sintonia con la pubblica opinione, facendo cose comunque apprezzabili come la salvaguardia dell’ambiente, il miglioramento della formazione professionale e culturale dei propri dipendenti o promuovendo una sanità più efficiente.

Chi riesce a mettere a fuoco con dovizia di dettagli la complessa questione del funzionamento delle società per azioni e dei mercati, sottolineando i rischi che si corrono nell’inseguire le suggestioni irrazionali, è Franco Debenedetti che ha appena pubblicato uno studio davvero completo sulla funzione delle aziende, sui nuovi miti che si stanno costruendo per placare le ansie della pubblica opinione e sulle conseguenze perverse a cui potrebbe portare la loro pratica applicazione. Il volume, edito da Marsilio, si intitola, con chiaro intento polemico “Fare profitti – Etica dell’impresa”.

Il punto centrale del ragionamento di Debenedetti si potrebbe riassume così, in accordo con quanto ha sostenuto Luigi Zingales: le degenerazioni che ci sono state nelle scelte manageriali devono essere corrette con strumenti adeguati e non con imposizioni esterne irrealistiche o con un incremento dell’intervento dello Stato come gestore di aziende che alla fine, deviando il ruolo delle imprese verso la ricerca di un dividendo politico, provocherebbe una riduzione del benessere complessivo dei cittadini, cioè proprio degli stakeholder che si vorrebbe proteggere. Insomma, i Governi non sono la soluzione, ma parte del problema.

Le principali accuse che vengono mosse alle imprese che hanno come obiettivo solamente la massimizzazione del profitto per i propri azionisti sono due. La prima è che si è sempre più puntato a conseguire risultati a breve termine avendo di mira non solo il bilancio annuale, ma addirittura il rendiconto trimestrale con danno per lo sviluppo a lungo termine dell’azienda e dell’intera economia; la seconda è quella di aver creato delle diseguaglianze enormi e insostenibili per la coesione sociale. Per questo, secondo molti studiosi, le imprese dovrebbero cambiare il loro obiettivo puntando sulla Corporate social responsability.

Debenedetti dimostra con analisi ampie e convincenti che entrambe queste accuse non corrispondono alla realtà. Non si deve confondere diseguaglianza con povertà. Soprattutto non sembra che le diseguaglianze derivino da patrimoni ereditati, cioè che esista una casta di ricchi chiusa in se stessa che impedisce la mobilità sociale. Infatti negli Stati Uniti la percentuale del patrimonio ereditato su quello totale tra i miliardari è scesa costantemente dal 50% nel 1973 al 30% nel 2014. Il problema, quindi, non è tanto quello di politiche redistributive, quanto quello di creare lavori che abbiano promettenti capacità di carriera e la possibilità di mantenere sempre aperti i corridoi per le ascese sociali. Ci vogliono quindi politiche capaci di mantenere una società competitiva e liberamente concorrenziale.

Gli ultimi due capitoli del libro sono dedicati principalmente alla situazione italiana, dove predomina un’antica cultura anti-mercato, anti-concorrenza, e a favore dell’intervento dello Stato che sovente crea monopoli che sono duraturi, a differenza di quelli creati dal mercato (ad esempio in seguito all’introduzione di una tecnologia innovativa) che sono invece transitori. Ora per la prima volta dopo molti anni il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi, nel programma presentato al Parlamento, ha esplicitamente richiamato la disciplina della concorrenza e la necessità di imporre dei limiti al perimetro degli interventi statali. Speriamo bene.

→  febbraio 25, 2021


di Stefano Cingolani

Perché la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della democrazia. Un libro di Franco Debenedetti

Con il tramonto del nazional-populismo anche il profitto ritrova il suo posto in società. Messa così, la soluzione è fin troppo facile. In realtà, si fa strada da anni, ben prima della pandemia, un nuovo paradigma basato su alcuni capisaldi: l’impresa non deve pensare ad arricchire solo gli azionisti, bensì la più ampia comunità, non gli shareholders, ma gli stakeholders; deve essere socialmente responsabile; deve avere uno scopo più ampio; deve puntare sul lungo termine e non solo sul breve. Sono i pilastri di una nuova saggezza che si sta affermando non dall’esterno del sistema, ma dall’interno, non da chi rifiuta il capitalismo, ma da chi lo pratica, dalla grande finanza, dagli uomini che muovono colossali fortune, dai fondi di investimento, dalle gigantesche multinazionali.

Quanto è solido questo modello? Quando è coerente e fino a che punto è praticabile? Franco Debenedetti si è messo a separare il grano dal loglio e nel suo libro “Fare profitti. Etica dell’impresa” appena pubblicato da Marsilio, rimette in discussione quello che rischia di diventare il “pensiero unico” dell’era post Covid. Per farlo, riparte da quel che scrisse Milton Friedman nel 1970 sul magazine del New York Times: “La responsabilità sociale delle aziende è fare profitti”. Il lungo articolo fece scalpore e lo fa ancora adesso. Dunque, nulla è cambiato? Al contrario, Debenedetti lo racconta con dovizia di esempi e di storie, mantenendosi a cavallo tra dibattito teorico ed esperienza pratica. Tuttavia, al termine di trecento pagine, conclude che il principio di fondo è ancora valido: “In tutto questo mutare, la società per azioni resta l’elemento costitutivo della struttura granulare del capitalismo e della società democratica, e fare profitti la sua responsabilità sociale, la sola”. La prima parte della frase è difficilmente contestabile, sulla seconda il dibattito è aperto anche tra i seguaci di Friedman.

Debenedetti esordisce citando un articolo del Financial Times pubblicato il 18 settembre 2019 e intitolato: “Capitalism. Time for a reset”. Dove “reset si traduce con ripristinare o con azzerare”. Il quotidiano della city ha gettato il sasso in piccionania e insiste. Il 30 gennaio scorso ha pubblicato un ampio reportage intitolato: “Il nuovo mantra di Wall Street: verde è buono”, a proposito della conversione ecologista di chi muove il denaro. E’ stato Larry Fink, il big boss di BlackRock, ad annunciare un anno fa in una lettera ai suoi clienti che avrebbe indirizzato verso investimenti verdi, responsabili, digitali, l’immenso flusso di denaro da lui gestito. E’ tutta fuffa? Il capitale ha preso un abbaglio e sta distruggendo se stesso, oppure vuole lisciare il pelo allo spirito del tempo, alle pressioni dei movimenti sociali, alla politica (oggi di Joe Biden deciso a imporre nuove regolamentazioni)?

È la questione che si sono posti nel tempio del neoliberismo dove Friedman resta il gran sacerdote. ProMarket la pubblicazione digitale della Booth School for Business dell’Università di Chicago per ricordare “Friedman 50 anni dopo” ha chiamato a discutere 27 economisti di diversa impostazione teorica, tra questi Stefano Zamagni, teorico dell’impresa responsabile, e Martin Wolf, globalista tutto d’un pezzo che ora vuole l’autodafé del capitalismo. Luigi Zingales che ha curato il progetto invita a rigettare ogni impostazione dottrinaria e persino religiosa. Quella di Friedman non è verità rivelata, ma un teorema valido entro certe condizioni che non si verificano nella realtà effettuale (pensiamo all’assenza di monopoli e alla concorrenza perfetta), e comunque cambiano nel tempo. “Nel mondo del 2020, i maggiori azionisti della più parte delle imprese siamo tutti noi, che abbiamo le nostre pensioni investite in azioni”, scrive Zingales. Ma proprio per questo, secondo Debenedetti, remunerare gli azionisti, soprattutto quando sono milioni, è ancor più importante: si tratta di un principio di responsabilità, altrimenti si crea “l’impresa di nessuno” come la chiamò Bruno Visentini, nella quale il potere, e in questo caso un potere assoluto, è esercitato dai top manager. Il capitalismo di massa ha superato il capitalismo padronale, ma rischia di finire nel capitalismo manageriale.

Sempre sul solito Financial Times, in un articolo intitolato “Quando Friedman, profeta del profitto, incontrò la pandemia”, il giornalista Andrew Hill ha intervistato l’economista Raghuram Rajan, membro anche lui del circolo di Chicago, secondo il quale Friedman ha sottovalutato “gli azionisti impliciti, lavoratori, clienti, fornitori, importanti quanto e talvolta ancor più di quelli espliciti”. Finché non sarà sconfitto il Covid-19 – sottolinea con realismo – la prima cosa che deve fare un’impresa è sopravvivere, nel suo interesse così come in quello dei suoi dipendenti e della società, prendendo atto che la mano pubblica diventa più pesante della mano invisibile. Troppo pesante, argomenta Debenedetti con una quantità di esempi anche italiani (per esempio il ruolo della Cassa depositi e prestiti, spesso destinata a veri e propri salvataggi).

Friedman va riletto e messo in prospettiva, sostengono i nuovi Chicago boys. Intanto è meglio leggerlo per intero, ricorda Debenedetti: infatti il padre del neo-monetarismo scriveva che le corporation dovrebbero “fare quanti più soldi possibile conformandosi alle regole base della società, quelle incorporate sia nella legge sia nelle consuetudini etiche”, entrambe storicamente determinate. Zingales parla di massimizzare non il valore degli azionisti, ma il benessere il che “rende necessaria la democrazia nelle imprese”. Ciò comporta costi diretti e indiretti i quali possono frenare l’innovazione, molla della crescita e, di conseguenza, il benessere collettivo. E’ una contraddizione aperta che riguarda sia il vecchio sia il nuovo paradigma: quante volte sono gli shareholders a temere il rischio e frenare lo sviluppo e quanto volte sono gli stessi stakeholders per difendere vecchi privilegi e diritti acquisiti.

La grande impresa moderna, la società per azioni, è una realtà complessa. Al suo interno ci sono interessi in conflitto regolati da un reticolo di contratti stilati da uomini con le loro idee, il loro carattere, la loro scala di valori, le loro preferenze politiche. Insomma, assomiglia più a una democrazia parlamentare che a una monarchia assoluta.

“Fare profitti” ci invita a diffidare dei falsi idoli e delle illusioni, ci spinge a non rincorrere ricette miracolose; una guida certamente da mettere in discussione con sguardo laico capace di accettare il pluralismo in economia come in politica. Il profitto non è solo una formula matematica, la sua radice latina, proficere, vuol dire giovare, ma anche progredire. Chi rifiuta il profitto rinuncia a fare cose belle che servono e piacciono agli uomini, insomma rifiuta il progresso.

→  febbraio 1, 2021


di Giuseppe Colombo

Nel saggio “Fare profitti” di Franco Debenedetti un’analisi sugli utili come ascensore sociale. E sui danni dello statalismo Covid

Se pensate che i buoni per eccellenza (leggere Papa Francesco) e i buoni del momento (il riferimento è al neo presidente degli Stati Uniti Joe Biden) possano salvarsi dalla penna arguta di Franco Debenedetti, allora siete costretti a premere il tasto “reset” prima di leggere il suo ultimo lavoro. Perché il saggio “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio, pp.320) ha un’idea precisa e questa idea – il capitalismo è il capitalismo e le aziende devono fare profitti, sempre e comunque – viene portata avanti dall’inizio alla fine. E per arrivare al capolinea, per renderla credibile e soprattutto attuale oggi che la pandemia ha innalzato lo Stato imprenditore e guida a totem, compie una doppia operazione.

La prima è quella di ricordare le sbandate di chi capitalista lo è stato sempre, direttamente o indirettamente, per convinzione o anche solo per tradizione e status. Vacillare può capitare un po’ a tutti e allora meglio ricalibrare le origini e gli sforzi fatti per tornare a sostenere che l’azienda nasce per fare profitti. L’obiettivo, insomma, è rimpossessarsi di un dna che è venuto a mancare anche solo per un po’. La seconda operazione è quella di tirare giù dalla torre chi avversa il capitalismo con teorie e ragionamenti che secondo Debenedetti sfociano nel populismo piuttosto che nell’ambientalismo di facciata. Insomma gli avversari del capitalismo che sanno spiegare bene perché il capitalismo è il male assoluto e che però non riescono a rendere totalmente credibile uno scenario alternativo.

Il saggio non è un manuale di economia, ma un compendio di personaggi, date e situazioni capaci di entrare dentro alla prima e più delicata questione che il capitalismo genera, da secoli e ancora oggi. E se cioè l’azienda che pensa a incassare, senza farsi travolgere dai fattori esterni, in primis dalla politica, è un mostro a tre teste senza pietà o invece questa modalità è anche la sua essenza, la sua unica responsabilità. Debenedetti è un convinto sostenitore della prima opzione. Di fronte all’emergenza Covid, ma anche a quella ambientale, è immorale perseguire gli utili? “Cambiare tutto, modificare le regole di un capitalismo che ha mantenuto le sue promesse, fare profitti e creare ricchezza per tutti?”, si chiede l’autore. La risposta: “No, certo. Ci sono altri sistemi per aumentare i salari minimi, per ridurre le emissioni, per modificare il finanziamento della politica: la certezza della legge e le iniziative delle democrazie”.

Non è un caso se il saggio inizia con una citazione tratta da un articolo pubblicato dal premio Nobel Milton Friedman sul New York Magazine nel 1970. Eccola la citazione: “La responsabilità sociale delle aziende consiste nell’accrescere i profitti”. Cinquant’anni dopo inizia il viaggio di Debenedetti. E arriva fino ad oggi. Fare profitti nella pandemia? Assolutamente sì. “Proprio nella pandemia – scrive Debenedetti – è necessario che l’impresa usi le sue risorse e si impegni in attività per fare profitti; nella pandemia mostra la sua straordinaria capacità di innovare, per scoprire come combatterla con i vaccini, come renderla tollerabile con le comunicazioni, come modificarsi per le nuove esigenze”. Si innesta qui la critica all’interventismo di Stato che fagocita l’iniziativa privata e che invece di facilitare la riallocazione delle risorse rende il sistema più rigido. Un’impronta così pervasiva da mettere a rischio la più importante delle sfide che l’Italia ha di fronte: spendere bene e in tempo i soldi del Recovery Fund. Debenedetti avverte: si balla tra un’occasione sprecata e un ritrovarsi rinchiusi nel labirinto della burocrazia di Stato che si fa è fatta sempre più dirigismo.

Ma per resistere all’ondata statalista, il capitalismo non può eludere gli stravolgimenti che Covid ha causato nella vita lavorativa. A iniziare dallo smart working. Passa anche da qui – è un altro passaggio significativo del saggio – l’organizzazione, meglio la riorganizzazione capitalistica del lavoro. Ma i principi a cui guardare – dall’innovazione alla concorrenza – sono gli stessi che hanno determinato il successo della società per azioni fin dai tempi della Venezia medievale e della patente reale di Caboto nell’Inghilterra del Cinquecento. Se l’articolo di Friedman vale ancora dopo 50 anni una ragione ci sarà. Il capitalismo non è il nemico. Neppure durante la pandemia.

→  gennaio 22, 2021


di Massimiliano Panarari

Gli attacchi radicali al capitalismo – dice Franco Debenedetti – sono ciclici come le sue crisi. E oggi circolano in stile “contenuti virali”.
L’imprenditore e saggista, che dell’elogio dell’economia del mercato ha fatto una ragione di vita, dedica quindi questo libro alla difesa delle imprese finanziarie. E lo fa prendendo ile mosse da uno dei “manifesti” intellettuali di quello che sarebbe diventato neoliberismo. Ovvero il famoso articolo di Milton Friedman, uscito nel 1970 sul New York Times Magazine, nel quale asseriva “l’unica vera responsabilità delle imprese è fare profitti”.

La spinta propulsiva della “società per azioni” come motore di innovazione, cui si devono alcuni momenti centrali di quella cosa che chiamiamo modernità, rimane intatta. Così, l’autore analizza le mutazioni del modello capitalistico e dell’impresa all’indomani della rivoluzione digitale, e nel contesto globalizzato ridefinito dall’economia immateriale. Mostrando come le problematiche di questa fase – dalla tendenza verso il monopolio delle corporation high-tech alle diseguaglianze – non siano “colpa” del mercato, che si fonda sulla concorrenza e l’apertura al nuovo. Ma, in democrazia, debbano essere affrontate e risolte dalla politica e dalla rule of law.

→  gennaio 22, 2021


Estratto da “Fare profitti. Etica dell’impresa”, di Franco Debenedetti, Marsilio, 2021

È tornato di moda attribuire tutti i mali del mondo alla struttura delle imprese, tanto che si invoca un cambio di paradigma e uno stravolgimento della missione aziendale. Il nuovo saggio di Franco Debenedetti, edito da Marsilio, spiega perché queste critiche sono sbagliate

Il viaggiatore che, sceso dall’aereo a Londra di prima mattina mercoledì 18 settembre 2019, avesse preso la sua copia del «Financial Times», avrebbe strabuzzato gli occhi: a racchiuderla, una copertina giallo canarino recante un solo titolo, a caratteri cubitali, come l’ormai famoso Fate presto del «Sole 24 Ore», quando lo spread era a 575: Capitalism. Time for a reset.

Reset si traduce con ripristinare o con azzerare: per «ripristinare» il capitalismo – spiega sul retro una lettera del direttore Lionel Barber – bisogna «azzerare» la dottrina dello shareholder value, secondo cui la responsabilità sociale delle imprese, in particolare di quelle che hanno la forma di società per azioni, è la massimizzazione dei profitti. Questo principio è stato punto di riferimento, soprattutto nei paesi anglosassoni, per quasi mezzo secolo.

Certo, c’erano voci di dissenso, ma ora siamo a un dichiarato cambio di paradigma, che l’edizione fuori norma del «Financial Times» rende ufficiale.

Chi, nell’Italia dell’Iri prima e della Cdp oggi, per decenni ha letto il quotidiano rosa come la bibbia del libero mercato, la voce del mercato finanziario moderno nel paese del capitalismo delle scatole cinesi e delle partecipazioni incrociate, avrebbe ben di che strabuzzare gli occhi.

L’articolo del «Financial Times» riprendeva e amplificava la dichiarazione resa un mese prima dai 181 capi delle massime aziende americane alla Business Roundtable, che portava in calce, a renderla più solennemente impegnativa, le loro 181 firme autografe.

Questa a sua volta discendeva dal manifesto, redatto da Martin Lipton su richiesta del World Economic Forum, pubblicato nel 2016 e poi nell’edizione del manifesto di Davos del 2020. Che vi affermassero l’impegno a trattar bene i dipendenti, a non discriminare per colore della pelle o per preferenze sessuali, e che la soddisfazione dei loro clienti fosse in cima ai loro pensieri, non parve una novità sconvolgente.

La novità era la sottoscrizione di un nuovo paradigma di governo societario, che adotta i principi dello stakeholderism e degli investimenti Esg (Environmental Social Governance) rinnegando il principio che aveva tenuto banco almeno dal 1970, quando la pubblicazione sul «New York Times Magazine» di un articolo di Milton Friedman aveva reso popolare la sua dottrina: una e una sola è la responsabilità sociale dell’impresa, fare quanti più profitti possibile, purché, aggiunge, «nel rispetto delle regole fondamentali della società, sia quelle incorporate nelle sue leggi, sia quelle dettate dai suoi costumi etici».

Una novità, quella del nuovo paradigma, non priva di contraddizioni. Infatti, attirando a Davos i capi delle massime aziende del mondo per catechizzarli e convertirli allo stakeholder capitalism, Klaus Schwab fa aumentare lo shareholder value del suo World Economic Forum.

E, a sua volta, se i catecumeni ivi convenuti adotteranno il nuovo verbo stakeholderista, sarà solo perché pensano che, in questo modo, o aumenterà lo shareholder value delle loro imprese, o diminuiranno i rischi a cui possono andare incontro (o semplicemente saranno più liberi dalle pretese degli shareholder). E anche la direzione del «Financial Times» deve aver pensato che attribuire alla massimizzazione dei profitti delle aziende la responsabilità delle diseguaglianze di redditi, della precarietà del lavoro, dei problemi ambientali, potesse essere il modo per conquistare nuovi lettori e inserzionisti massimizzando così i profitti. (Poi devono aver temuto di passare da bibbia del mercato a corano del socialismo e, ricordando la prima norma del marketing – non perdere i clienti che si hanno – il 7 ottobre 2019 pubblicavano un articolo a firma di Jesse Fried dal titolo inequivocabile: “Gli shareholder vengono sempre prima, ed è un bene che sia così”).

Insomma, nei club, o nei templi, del capitalismo è un susseguirsi di autodafé, comprensibili solo come riti scaramantici.

a sua «prima e principale responsabilità», come scrive Archie B. Carroll, «è di natura economica. […] l’impresa è l’unità base nella nostra società. Come tale ha la responsabilità di produrre beni e servizi che la società desidera e di venderglieli con profitto. Tutti gli altri ruoli dell’impresa sono basati su questo fondamentale assunto». La misura è lo shareholder value. Invece lo stakeholder value richiede di scegliere tra le varie constituency, in base a criteri arbitrari che sovente finiscono per essere dettati dalla politica.

Non restare in conformità ai «costumi etici», anche senza violare la legge scritta, può avere conseguenze molto gravi: un’azienda può perdere i clienti e i collaboratori più qualificati, quindi veder diminuire il suo shareholder value. C’è però anche un rovescio della medaglia: intercettare per primi il sentimento della gente, mettersi in sintonia con le loro speranze e le loro paure, può consentire di conquistare clienti e collaboratori, magari perfino di spuntare un prezzo migliore, tutto a vantaggio dello shareholder value. Perseguirlo può consentire di raggiungere obiettivi che sfuggono ai governi.

È il caso del cambiamento climatico e della decarbonizzazione dell’economia. La Tesla nel 2019 rischiava di fallire, un anno dopo la sua capitalizzazione in Borsa superava quella della Toyota: non per i suoi utili, ma perché, seguendo il principio «siliconvallico» del move fast and break things, ha trascinato l’elettrificazione delle auto, sicché oggi non c’è pubblicità di costruttore che non esibisca in prima fila i modelli elettrici.

In generale, sono le scelte degli investitori a decretare il successo delle imprese con credenziali Esg e le preferenze dei clienti quello dei prodotti sostenibili. Mentre i governi non riescono a mettersi d’accordo sul protocollo di Parigi.

Le riflessioni raccolte in questo libro nascono proprio da quella che a chi scrive sembra una contraddizione che la latitudine semantica del verbo reset consente: tra critica di quanto vada «rimesso a posto» in un paese capitalistico, o anche in tutto l’Occidente, e «azzerare» il modo di funzionare delle società per azioni.

Ci sono ragioni anche evoluzionistiche, sostiene Michael Jensen, per cui gli esseri umani devono simultaneamente esistere in due ordini, che Hayek chiama il micro e il macrocosmo. Applicare a entrambi il nome di società serve a poco ed è perlopiù fuorviante. Dobbiamo continuamente aggiustare le nostre vite, i nostri pensieri, le nostre emozioni, per vivere in diversi tipi di ordine secondo diverse regole. Bisogna considerare, oltre al sistema nel suo complesso, le strutture sottostanti, passando dalla società civile alla società per azioni, il mattoncino di Lego del capitalismo, cioè dai governi alle imprese, dalla macro alla microeconomia, dalle decisioni del regolatore ai comportamenti del regolato, dalla political economy alla corporate governance.

Il capitalismo, innanzitutto: che è sotto accusa. Non solo vengono disconosciuti i suoi più evidenti successi (Mariana Mazzucato), non solo viene condannato per il suo intrinseco modo di funzionare (Thomas Piketty): è rigged (Martin Wolf), è gone wild (John Mauldin), necessita di una cassetta degli attrezzi per ripararlo (Joseph Stiglitz), ha creato un nuovo materialismo (Greg Jaffe).

Non stupisce che accusarlo sia diventato, come si diceva una volta, un luogo comune, o come si dice oggi, nell’epoca dei social media, un contenuto virale. Quelle che si rivolgono alle grandi aziende di internet, più che accuse sono condanne in attesa di esecuzione; l’intera cultura degli algoritmi è vista con sospetto; contro robot e intelligenza artificiale si scatena il nuovo luddismo.

Eppure in poco più di un secolo la percentuale di persone che viveva in condizioni di estrema povertà è passata dall’85% al 4%; il 40% dei bambini moriva prima del quinto anno di età, oggi solo uno su 25; nel tempo della mia vita la popolazione del mondo è cresciuta più di tre volte e contemporaneamente il Pil pro capite è passato da circa 3 mila dollari a circa 15 mila.

Nel 1800 la schiavitù era legale quasi ovunque, oggi è (formalmente) illegale in tutto il mondo; le donne non votavano, oggi lo fanno ovunque si voti; infine, nel 1800 quasi nessuno viveva in una democrazia.

Per alcuni le difficoltà che incontra il capitalismo, invece che sfide da affrontare, sono segno di degenerazione: le diseguaglianze in primo luogo, che in alcune società raggiungono livelli difficili da giustificare; la dislocazione di attività, che ha interessato imprese e professionalità, soprattutto nelle industrie tradizionali; la finanziarizzazione dell’economia; una caduta del tasso di crescita della produttività. Sotto accusa è anche l’antitrust americano che, dopo la svolta di Robert Bork, ha consentito che crescessero monopoli nel paese che era stato modello di mercato concorrenziale.

La grande crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno lasciato la sensazione che il sistema sia truccato, che ci sia una relazione diretta tra gli eccessi dei servizi finanziari e i disagi economici che i cittadini hanno dovuto sopportare.

Anche il decennio di interessi bassi che ne è seguito è andato a vantaggio della speculazione piuttosto che dei cittadini ordinari. Il modello capitalistico di produrre e di consumare – questo il verdetto – esaurisce le risorse del pianeta e lo sta distruggendo: ha creato le condizioni di un pericolo esistenziale a cui non si sa come porre rimedio. E poi la pandemia da Covid-19, ad acuire i problemi, compresa la diseguaglianza.

In passato le sirene del thatcherismo e del reaganismo avevano cantato che si sarebbe ripetuto quanto era avvenuto per le rivoluzioni tecnologiche e le globalizzazioni precedenti, che le imprese avrebbero risolto i problemi del mondo, assicurando crescita e diffondendo benessere.

Ora invece la politica si impadronisce dei problemi, ma non ce la fa a individuare le soluzioni, non riesce a redigere un programma, a riempire di contenuti le grandi questioni delle diseguaglianze, del welfare, della tecnologia.

Scaricare le colpe di tutto sul neoliberismo può andar bene per deviare le proteste e farle convergere su un costrutto retorico. Ma quanto a indicare soluzioni, il sistema è troppo complesso, sia per chi crede nella sua capacità di rispondere ai problemi, come è sempre stato finora, sia per chi vorrebbe abbatterlo, nonostante i disastri provocati da chi ci ha provato.

I governi impongono i tributi, intermediano una larga parte del prodotto, forniscono direttamente servizi essenziali; pubblica è la politica monetaria; la politica estera influenza scambi commerciali e investimenti; il potere legislativo può determinare i rapporti di concorrenza tra le aziende, i diritti generali di shareholder e stakeholder. Le società per azioni devono «entrare in concorrenza aperta e libera con gli altri soggetti presenti sul mercato, senza inganni o frodi», ma è compito dello Stato garantire la libertà dei mercati e la concorrenza sul mercato di prodotti e servizi, e la contendibilità del controllo societario.

E siccome la concorrenza è, come dice Friedrich von Hayek, un processo di scoperta, in questo modo si pongono le condizioni per la crescita dell’innovazione.

Passando ora di livello, dalla società civile alla società per azioni: per quale motivo le cose dovrebbero andar meglio se creare la ricchezza della nazione non fosse responsabilità delle società per azioni? A tutte le scale, gli esperimenti per assegnarla, quella responsabilità, allo Stato hanno dato risultati che dissuadono dal riprovarci. Anche chi ha perso (o non ha mai avuto) fiducia nel capitalismo, deve riconoscere che la società per azioni a responsabilità limitata ha avuto un ruolo da protagonista per il successo delle economie di mercato: ha convogliato il risparmio verso gli investimenti e ha favorito la crescita dei paesi dove ha avuto origine e dai quali si è diffusa nel mondo.

Che cosa supporta la convinzione che i grandi problemi sistemici – della crescita, della distribuzione della ricchezza, della formazione, del welfare, e ora della cura dell’ambiente – abbiano origine proprio nelle società per azioni e poi si aggreghino a livello delle società in senso lato?

Ci deve essere, sostengono alcuni, una causa generale e strutturale se qualcosa è andato storto, se si è verificata una distonia tra il funzionamento delle imprese e quello del mondo che esse stesse hanno costruito, e pensano che questa sia l’obiettivo che esse perseguono. Per cui vorrebbero che le imprese cambiassero la loro funzione obiettivo; basterebbe questo, dicono, perché riprendessero il compito di creare innovazione e ricchezza, in modo virtuoso.

Era già accaduto: con la grande depressione e la conseguente crisi di fiducia nel capitalismo, si guardò alle grandi imprese per continuare a diffondere in tutta l’economia il corporativismo del New Deal, legittimandolo con la teoria della Corporate Social Responsibility (Csr). Ed è proprio per rimediare alle degenerazioni che ne derivarono nei decenni successivi che Milton Friedman riportò la responsabilità sociale dell’impresa alla sua funzione: fare quanti più profitti possibile.

Shareholder e stakeholder value sono diventati simboliche astrazioni, termini sintetici di visioni politiche e sociali contrapposte, anche in modo esasperato. Ma essi hanno un significato preciso all’interno di una teoria dell’impresa a forma societaria. Il fatto che questo costrutto giuridico sia presente in tutte le economie del mondo, mantenendo un’impressionante uniformità di caratteristiche e andando incontro fondamentalmente agli stessi problemi giuridici attraverso le varianti delle giurisdizioni nazionali, testimonia che è elemento imprescindibile dell’economia di mercato.

Le imprese entrano in numerosi rapporti contrattuali, con fornitori, dipendenti, clienti, anche terze parti quali le comunità locali, i beneficiari dell’ambiente naturale.
A far sì che l’impresa possa svolgere il ruolo di coordinamento agendo come controparte unica distinta dagli individui che la possiedono e che la gestiscono, così consentendo loro di impegnarsi insieme in progetti comuni, provvede la corporate governance.

Secondo la definizione che ne dà l’Ocse, essa è «il sistema con cui le imprese sono gestite e controllate; specifica la distribuzione dei diritti e delle responsabilità tra i vari partecipanti nella società, consiglio di amministrazione, manager, azionisti e altri titolari di diritti; precisa le regole e le procedure per prendere decisioni negli affari societari; fornisce la struttura con cui vengono stabiliti gli obiettivi dell’impresa e i mezzi per raggiungere questi obiettivi e per controllare l’efficienza».

Questo sistema si è andato evolvendo e raffinando per oltre un secolo, adeguandosi al mutamento delle tecnologie e dei mercati, quelli dove si scambiano beni e servizi e quelli dove si scambiano i diritti di proprietà.

Finché, con il saldarsi dei progressi delle tecnologie informatiche a quelli delle comunicazioni, siamo entrati nell’economia digitale. Una rivoluzione, la quarta, dopo quelle delle applicazioni industriali della macchina a vapore, dell’elettrificazione, dell’automazione e, delle precedenti, più rapidamente dilagante.

Questa rivoluzione, che quelli della nostra generazione hanno visto formarsi ed espandersi fino a interessare il vivere sociale in tutti i suoi aspetti, e la politica nel senso sia di relazioni tra Stati sia del governo negli Stati, è probabilmente la più formidabile rivoluzione che l’uomo abbia mai sperimentato. (E questo è solo l’inizio, se pensiamo alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, ai quantum computer, all’Internet of Things). Lo è per la velocità con cui si è manifestata: un paio di decenni dalle prime applicazioni di internet alla connettività universale.

Essere disruptive è la caratteristica delle imprese del digitale, deliberatamente perseguita come chiave di successo. E pervicacemente denigrata da coloro che non riescono ad adattarvisi, fino a contestarne il modello di business.

Molte delle accuse mosse alle imprese Big Tech finiscono per essere rivolte al capitalismo in generale: l’aumento delle diseguaglianze, la tendenza al monopolio, l’evasione fiscale. E non senza qualche ragione, non fosse che per motivi statistici, dato che le società del digitale capitalizzano (a metà 2020) il 24,5% dell’indice S&P 500.

Dei 181 Ceo firmatari della famosa dichiarazione della Business Roundtable, la gran parte sono, direttamente o indirettamente, «digitali».

La pandemia da coronavirus, che dal dicembre 2019 si è propagata in tutto il mondo, potrebbe divenire un termine a quo si racconta la storia, forse come lo sono state le grandi guerre, certamente come lo sono state la grande depressione del 1929 e la grande recessione del 2007. Ha sconvolto le nostre vite, le nostre attività, le nostre relazioni, i nostri affetti. Ha devastato le attività economiche di tante imprese, che di questo libro sono le protagoniste.

È da loro, da quelle che avranno superato la crisi, e da quelle che dalla crisi nasceranno, che ci aspettiamo il ritorno alla normalità e la ripresa del percorso di crescita che lo renda possibile. Perché sono le imprese che hanno la responsabilità di produrre beni e servizi che la società desidera e di venderglieli con profitto.