Il meccanismo inceppato di selezione delle élite

marzo 14, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Più che democrazia, ne sembra una parodia il metodo con cui nel M5S si sono selezionate le persone da mandare in Parlamento. La democrazia diretta, con cui il movimento vorrebbe sostituire quella rappresentativa, funziona con soddisfazione generale nei Paesi dell’Appenzell,(che però, a poca distanza, hanno le banche e gli gnomi di Zurigo). Ma come potrebbe funzionare quando venisse pantografata sul governo dell’ottava economia mondiale? ”

Le discussioni lunghissime appagano, ma non decidono”, ha notato Michele Smargiassi su Repubblica; ci si esalta quando c’è “l’entusiasmo dei fedeli a fare da contraerea implacabile alle obiezioni sgradite”, ma non si va distante. Il movimento di Grillo si è costruito programmaticamente assemblando tanti no, sicché al self service di M5S ciascuno trova un “prodotto” attraente: ma dato che è impossibile gestire la complessità sminuzzandola in singoli provvedimenti a cui dire sì o no, il movimento dovrà inevitabilmente evolvere. È illusione pensare che Grillo “possa cambiare davvero il Paese” ha scritto Luigi Zingales sul Sole 24 Ore. Il candido spontaneismo dei meetup lo perderà comunque: resterà, ed entrerà in circolo, il residuo secco di giacobinismo giustizialista, e di radicalismo antidemocratico.
I difetti tecnici del Porcellum, capace di produrre risultati che non garantiscono né governabilità né stabilità, sono ben noti. Ma ci sono anche difetti di democrazia nella legge, ragion per cui condotta antidemocratica dovrebbe dirsi anche quella dei governi e dei partiti che non hanno voluto modificarla, sordi alle ripetute pressanti sollecitazioni del capo dello Stato. La legge antidemocratica ha già democraticamente punito sia la destra che la sinistra che, per calcoli oltretutto rivelatisi sbagliati, non hanno voluto cambiarla; ciononostante Pierluigi Bersani non ha esitazioni a esigere che, se non ottiene la fiducia, si ritorni a votare con questa legge, quella che proprio il suo partito ha assimilato alla fascistissima legge Acerbo: evidentemente meglio fascista che inciucista.

Per la selezione a livello collegio, il metodo migliore è quello del maggioritario a doppio turno. Per la scelta del premier, il Pd è stato il primo ad avere usato le primarie, chiedendo anzi che venissero normate ed imposte per legge (chi nasce costruttivista perde il pelo, con quel che segue). Ma le primarie, pensate per essere meccanismi di apertura democratica, hanno sempre il rischio di diventare strumenti di conferma delle leadership esistenti e delle loro scelte. Se scommettete su quale ragazza vincerà il concorso di bellezza, ammoniva John Maynard Keynes, non puntate su quella che vi piace di più, ma su quella che ritenete piacerà di più agli esaminatori. Alle primarie, ancor più che alle elezioni “vere”, partecipa chi vuole manifestare la propria identità politica, quindi prevalgono i più osservanti tra i già devoti. Per compensare questo inconveniente è necessario fare delle primarie aperte, che siano anche un’occasione di fare del proselitismo, senza paura (strumentale?) di contaminazioni: chi difende l’assenza di vincolo di mandato per gli eletti, dovrebbe difendere anche il diritto di cambiare idea per gli elettori. Più si mettono ostacoli burocratici alla partecipazione, più si pretendono esami del sangue e professioni di fede, più l’insieme di chi partecipa alle primarie non è un campione significativo di chi ha diritto di partecipare alle elezioni; più è probabile che chi potrebbe raccogliere il maggior numero di consensi nell’elettorato sia non quello che vince, ma quello che perde le primarie.

Molti guardano a Matteo Renzi come alla soluzione della crisi politica in cui ci troviamo. Ma egli non vuole essere cooptato dall’attuale dirigenza, e quindi esige che una sua eventuale candidatura emerga da primarie. Oltre che il risultato, importa anche il metodo: Renzi dovrebbe esigere che lo strumento delle primarie, diversamente da come si è fatto finora, sia congegnato per attirare e non per escludere, per fare emergere il nuovo e non per confermare il vecchio. Meglio di improbabili conversioni, meglio di inconcludenti convulsioni, l’esempio potrebbe rimettere in moto anche in altre parti dello schieramento politico il meccanismo, oggi inceppato, di selezione delle élite.

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