Il congresso di Confindustria

aprile 11, 2002


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il prossimo convegno di Parma sarà l’occasione per gli industriali di confrontarsi con il mondo politico sui temi che interessano l’industria e il Paese

Come tutti gli anni, anche il prossimo convegno di Parma sarà l’occasione per gli industriali di confrontarsi con il mondo politico sui temi che interessano l’industria e il Paese. In (molti) paesi avanzati come l’Italia è ormai acquisito che il compito dell’impresa è essenzialmente quello di produrre ricchezza, e che questo fanno se la loro prima loyalty è verso gli shareholder. Compito della politica è invece individuare, e dell’amministrazione pubblica realizzare, le condizioni perché le imprese possano esprimere al massimo le proprie potenzialità, e perché i cittadini possano realizzare i loro individuali progetti in un orizzonte di equità, sicurezza, stabilità, e perché ad essi vengano assicurati i servizi che il mercato non fornisce.

C’è da attendersi che a Parma verranno giustamente ricordate le promesse passate, e indicate le nuove priorità: credo che le une e le altre possano essere utilmente proiettate sullo sfondo di considerazioni di carattere generale, avendo ben chiara questa complementarità dei due ruoli distinti, quello degli industriali e quello del governo.

Una prima considerazione riguarda la vicenda che si è sviluppata a partire dall’art.18. Credo che tutti, sindacati dei lavoratori e organizzazioni degli imprenditori, maggioranza e opposizione, pensino che si è passato il segno, e che oggi le conseguenze a cui si rischia di andare incontro sono sproporzionate rispetto all’obbiettivo. Un obbiettivo che io continuo a ritenere giusto oggi, come lo consideravo giusto cinque anni fa, presentando, alle Stelline a Milano, in presenza di Pietro Marzotto e Sergio D’Antoni, il mio progetto di legge. Non è andata come in molti volevamo: Confidustria, che ha avuto il merito di far mettere questo tema nell’agenda del Governo, deve riconoscere che lo sfruttamento politico che ne è stato fatto ha finito per snaturarne il significato originario.

Non ha senso che sull’art. 18 si giochino future leadership politiche; non ha senso che della questione cruciale degli ammortizzatori sociali conti solo la cifra delle risorse impiegate, il prezzo da pagare per il consenso della controparte. Non ha senso che, per giustificare il rifiuto di pur minime deroghe all’obbligo dei reintegro, si costruisca l’immagine grottesca di imprenditori – capitalisti, in attesa dell’occasione per lasciarsi andare a discriminazioni e soprusi.

Ci sono sul tavolo alcune proposte: una, molto ragionevole, è stata avanzata da Pietro Ichino sul Corriere del 25 Marzo. Lascia ancora nelle mani del giudice la decisione sul merito, e quindi salvaguarda il principio dell’intangibilità del “diritto”. La CGIL, che di questo ha fatto la sua bandiera, entrerebbe in una contraddizione logica se da un lato si fidasse solo dei giudici per la difesa dei “diritti”, dall’altro ne diffidasse, vedendo un pericolo nel semplice ampliamento delle soluzioni che le legge mette a loro disposizione.

Ma la proposta Ichino salva, anzi realizza in modo più generale, il principio di introdurre principi che aumentino la flessibilità, cioè il vero obbiettivo dell’iniziativa del Governo; e consente di aprire il capitolo degli ammortizzatori sociali non sotto questa pressione.

Il secondo tema di riflessione riguarda lo stato della finanza pubblica. A un anno di distanza, interessa poco che non ci si intenda sulle dimensioni del famoso “buco” passato; interessa che il Governo dica chiaramente che cosa ha in mente per il futuro. Così non è. All’interno del Governo si dànno della locuzione “manovra correttiva” interpretazioni contrapposte: per alcuni Ministri è accordo per aumentare le spese, per altri, diciamo pure per il solo Tesoro, è impegno a contenerle. Un solo esempio: la spesa sanitaria.

L’invecchiamento della popolazione e i progressi della scienza tendono a farla aumentare, l’autonomia delle regioni tende a non contenerla: che cosa vuole fare il Governo? Il programma di questo Governo si fonda sul presupposto che creando un ambiente più favorevole all’iniziativa privata, si produca un ciclo espansivo. Non è solo per circostanze esterne ( il terrorismo, l’aumento del prezzo del petrolio) che la ripresa è meno vigorosa di quanto sperato. Le “geniali” invenzioni di Tremonti, sono per buona parte la cartolarizzazione di tutto quanto è cartolarizzabile; ma le anticipazioni dei ricavi di operazioni che solo in tempi futuri si concluderanno davvero nel mercato, hanno un limite, non foss’altro che nell’essere non reiterabili. Carlo Azeglio Ciampi ci ha spiegato più volte come sia stato il restringersi del differenziale dei tassi di interesse a consentire ai governi dell’Ulivo il risanamento delle finanze pubbliche: oggi questi differenziali non ci sono più.

L’azzeramento del deficit di bilancio, previsto per il 2003, ben difficilmente si realizzerà entro quella data, più realistico è parlare del 2005.
La nostra anomalia, tra i grandi paesi dell’euro, è l’enorme debito pubblico: il paese non può crescere se non si elimina il rischio di instabilità finanziaria che ne deriva. Gli industriali hanno fatto la loro parte dello sforzo del paese per entrare nell’euro coi primi, hanno pagato il prezzo del rigore di bilancio: hanno diritto ad avere un piano realistico e credibile sulla linea che il Governo si impegna a tenere su questo punto essenziale.

La linea del Governo tutto, non quella del Ministro del Tesoro.

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