I due talloni d’Achille delle fondazioni

marzo 7, 1998


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il presidente di Paribas ha sollevato ieri qualche interrogativo sull’opportunita’ che il Comit si espanda in Banca di Roma, anziche’ puntare sulla penetrazione nelle aree del Nord Est per il proprio sviluppo. L’intervento puo’ essere letto all’italiana, un altro capitolo della eterna saga tra finanza laica e finanza cattolica, delle leggendarie strategie della Galassia del Nord; oppure puo’ essere vista come l’invito a pensare in termini di piani industriali e non solo di somma di sportelli.

Non si disconosce che molto e’ cambiato nell’ultimo paio d’anni nel sistema bancario. Questi cambiamenti hanno procurato soddisfazioni a coloro che hanno investito in azioni bancarie, ma non dissipano le preoccupazioni per chi vorrebbe che il ruolo della nostra economia nell’Europa dell’euro non fosse marginale.
Si e’ anche raggiunto un accordo per gli esuberi di personale;si e’ avviato il processo di razionalizzazione. Ma la ristrutturazione sembra per ora seguire una logica di aggregazione, piani industriali non se ne vedono molti in giro. Processi lenti, e intanto aumenta il divario tra le nostre banche e le altre banche europee in termini di dimensione, redditivita’, competenze nei settori non tradizionali.
Del ritardo passato e della lentezza presente le fondazioni portano pesante responsabilita’. Privatizzando con il metodo dei buoni di acquisto, come proponevo con le legge elaborata insieme a De Nicola, Giavazzi e Penati, e piu’ volte su queste colonne illustrata e difesa, il settore bancario si sarebbe ristrutturato sotto la spinta delle forze di mercato e non si andrebbe modificando seguendo logiche di perpetuazione del potere di controllo. Di questo si ha paura: a parole tutti vogliono le public company; all’atto pratico pur di poter scegliere ancora una volta a chi vendere, pur di prolungare il controllo, pur di imporre una nomina (ma poi magari ci si accontenta di suggerirla e fin di approvarla) si inventano nocciolini duri, nuclei semistabili, azioni congelate, rapporti stellari: tutto tranne la cosa piu’ semplice, che le aziende siano di chi e’ disposto a pagarle rischiando soldi suoi.

Adesso la legge delega sulle fondazioni bancarie su cui a lungo ha lavorato la Commissione Finanze della Camera, inizia l’esame alla Camera: se da un lato si ribadiscono le critiche di principio, tuttavia e’ bene che essa venga approvata rapidamente. Essa e’ stata migliorata in alcuni aspetti tecnici nel lungo lavoro in commissione, anche grazie al relatore on.le Mauro Agostini.
La commissione aveva concluso i suoi lavori a luglio dello scorso anno; ma nel frattempo sono intervenuti fatti di estrema importanza, di cui l’aula dovra’ tener conto.
E’ accaduto che le due fondazioni maggiori, S.Paolo e Cariplo, abbiano preso una partecipazione del 10% circa del nucleo stabile di Telecom; e che abbiano annunciato la volonta’ di prendere una partecipazione importante nell’AEM di Milano.
Cio’ non e’ coerente con lo spirito della legge che vuole che le fondazioni si impegnino “nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione, dell’arte, della sanita’ e dell’assistenza alle categorie sociali deboli”. Le fondazioni non saranno mai privatizzabili, non sono privati i soldi che esse gestiscono, e pubblico, affidato anche da questa legge ad un’autorita’ di vigilanza, e’ il controllo di come li gestiscono. E poi: chi nomina coloro che eleggono il presidente di Cariplo?
Proprio quanto avvenuto dopo il lavoro in commissione impone dunque una prima modifica: le fondazioni, cosi’ come i fondi pensione, devono investire tramite investitori professionali. La presa di partecipazioni di controllo deve essere esplicitamente compresa tra le irregolarita’ previste e sanzionate (per la precisione alla lettera h, comma 1, art. 2).
Se invece, ciononostante o per altre ragioni, si accetta che le fondazioni siano investitori istituzionali, allora perche’ farlo in modo equivoco, giocando sulle interpretazioni? Lo si dica chiaramente, si pongano altrettanto chiaramente i limiti e naturalmente si applichino le norme ed i controlli che tutelano chi gestisce risparmio pubblico. Ma per favore, si smetta la manfrina del buon investimento, ci si risparmi la salmodia degli scopi sociali, si eviti il ridicolo di protestarsi solo ” un poco incinte”.
Vi e’ poi un secondo punto: nell’attuale testo e’ l’introduzione delle modifiche statutarie, non la vendita della banca cio’ che fa diventare le fondazioni persone giuridiche private. Non tutti i giuristi sostengono l’opinione che lo status giuridico, pubblico o privato, dipenda non da una specifica volonta’ del legislatore, ma discenda dalla “natura” cioe’ dagli statuti. Anche qui si evitino gli equivoci: e dato che la legge gia’ prevede che gli statuti siano approvati dall’autorita’ di vigilanza, esercitata dal Tesoro finche’ non si sia venduta la banca, si dica esplicitamente che le modifiche statutarie non possono essere approvate finche’ la fondazione non abbia perso il controllo della banca.

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