I costi del familismo

dicembre 13, 2009


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La fiducia nella società manca perché ci si rifugia nelle mura domestiche o viceversa? Un nodo che la politica non scioglie

«Cucine linde e cartacce per strada», università ovunque e figli fuori corso a casa fino a 35 anni. L’analisi di Alberto Alesina e Andrea Ichino sui valori che fanno perdere terreno all’Italia.


Il valore della produzione fatta in casa dai componenti dei nuclei familiari in Italia è maggiore rispetto ad altri Paesi di analoghi livelli di reddito. Il fatto ha conseguenze contabili, perché per le statistiche ufficiali questo prodotto interno non dà nessun contributo al PIL: ma ha anche conseguenze rilevanti sul modo di vivere e di comportarsi degli individui. Non solo sulle donne, al cui lavoro è principalmente dovuto questo contributo alla ricchezza nazionale; ma sui figli e sui sistemi che forniscono loro l’istruzione; sui lavoratori e sul mercato del lavoro; sugli anziani e sul welfare che a loro dovrebbe provvedere. È “L’Italia fatta in casa”, che dà il titolo all’ultimo libro di Alberto Alesina e Andrea Ichino. Con linguaggio chiaro, senza catastrofismi e anzi con un ottimismo di fondo, prendono per mano il lettore e lo conducono ad esplorare l’insieme esteso e ramificato delle conseguenze dello speciale ruolo socioeconomico di cui si fa carico la famiglia italiana. La conclusione: l’Italia fatta in casa costa cara.

Vale dunque la pena chiedersi che cosa determini questa nostra singolarità. Secondo gli autori la causa principale sta nel doppio standard che regola i comportamenti verso l’interno e verso l’esterno della famiglia: “cucine linde e cartacce nei giardini pubblici” come sintetizzano. Questo “familismo amorale” contribuisce a ridurre il capitale sociale, cioè quell’insieme di “fiducia reciproca tra i concittadini, di capacità di collaborare in modo costruttivo per il bene comune e la volontà di partecipare ad attività sociali per la gestione di servizi e beni pubblici.” Se c’è un deficit di capitale sociale, se manca la fiducia di trovare nella comunità o di ricevere dalle istituzioni risposte alle proprie esigenze, è necessario ricercarla nella famiglia. Questa diventa produttrice di elezione di beni e servizi: nella famiglia i figli resteranno fino (ed oltre) il compimento degli studi, alla famiglia chiederanno appoggio per trovare lavoro e vi ricorreranno quando lo dovessero perdere, nella famiglia gli anziani e i malati troveranno il complemento della propria assicurazione sociale.

Il capitale sociale è stato al centro anche di un recente convegno di Banca d’Italia sul Mezzogiorno. Anche lì si è usata la parola “famiglia”, ancorché in un senso ben diverso, per connotare le associazioni mafiose. La polisemia fa riflettere: suggerisce l’esistenza di una comune origine, tra i generici atteggiamenti di chiusura verso strutture sociali più allargate della famiglia, e i comportamenti di chi considera il pubblico e la politica un affare privato, e non esita di fronte a nulla per affermarlo. C’è sempre un basso livello di capitale sociale dietro l’inefficienza delle istituzioni pubbliche meridionali, scuola giustizia ospedali. Quando una classe politica locale, selezionata per ottenere dal centro vantaggi particolari, li ottiene, essa si rafforza: in questo processo circolare il basso capitale sociale diventa alto capitale politico.

Se il deficit di capitale sociale è spiegato come risultato di fatti storici tanto remoti – i comuni e le signorie al Nord, il feudalesimo protratto nel Sud, il potere temporale nel centro – , se sembra perfino rafforzarsi passando attraverso le vicende della politica e le rivoluzioni delle tecnologie, se rende così disperante ogni discorso sul Mezzogiorno, non mette un’ipoteca anche sulle proposte di Alesina e Ichino su mercato del lavoro welfare e istruzione? Se è vero ciò che citano da Emmanuel Todd, e cioè che sono le diverse strutture familiari a spiegare l’evoluzione e il supporto delle ideologie riguardanti il ruolo dello Stato e del mercato, come uscirne? Non potrà farlo la politica: se anch’essa è endogena al capitale, da dove trarrà il dover essere per modificarlo? Lo stesso meccanismo circolare che si è visto all’opera nella selezione delle classi politiche del Mezzogiorno, è all’opera per le Università. Alesina e Ichino mostrano come il proliferare delle sedi distaccate, il numero dei laureati fuori corso, la finzione che tutte le università siano uguali, derivino dal fatto che gli italiani “preferiscono un’istruzione magari mediocre in cambio di una famiglia geograficamente unita”. Se così stanno le cose, i cittadini eleggeranno politici che le perpetueranno; verranno selezionati insegnanti che ne traggono vantaggio, i quali a loro volta forniranno alla politica il rinforzo della loro autorevolezza.

Saranno allora gli interessi economici? C’è da dubitarne. Alesina e Ichino mostrano come il deficit di capitale sociale influenzi anche le modalità di trasmissione ereditaria, dove ai figli viene prevalentemente lasciata non solo la proprietà ma anche la gestione manageriale di imprese familiari, con conseguenze non positive sulla nostra struttura industriale. Sarebbe interessante indagare quanto i legami familiari influenzino le scelte di investimento patrimoniale: se, come suppongo, sono privilegiati investimenti immobiliari e in titoli di Stato, si spiegherebbe la scarsa propensione a investimenti in azioni o in fondi azionari. Si cita il familismo amorale: perché non parlare allora anche del nostro capitalismo familiare? Esso non ha più la compattezza che gli conferiva Mediobanca sotto la guida di Enrico Cuccia, ma ne continua la propensione per le catene societarie che assicurino il controllo. Forse a ostacolare il diffondersi di public company non c’è solo l’ideologia socialdemocratica, come dimostra Mark Roe, in un libro pubblicato dal Sole 24 Ore, ma anche il “familismo amorale”, e più in generale il deficit di capitale sociale. Anche in questo caso esso riceve sostegno dalla politica, che su quelle “famiglie” deve comunque contare, stretta com’é tra due costi politici, quello di una rinazionalizzazione e quello della perdita dell’italianità. Non è dalla politica che si può sperare la soluzione: il capitale sociale è un a priori rispetto ad essa. Non è neppure dalla consapevolezza dei danni economici che ne derivano: chi sta all’interno di quella logica li considera inevitabili e quindi li accetta. Alcuni se ne andranno, altri cercheranno di sfruttare le anisotropie sempre presenti in ogni sistema per compatto che sia. I più semplicemente si adatteranno: succede così nel Mezzogiorno, certo in misura parossistica ma in forma strutturalmente analoga.

La soluzione del problema è resa più complicata dall’incertezza sulla direzione del nesso causale. Manca fiducia perché si ricorre troppo alla famiglia, o si ricorre alla famiglia perché manca la fiducia nelle istituzioni? Se il ruolo delle famiglie fosse inferiore, aumenterebbe quello dell’intermediazione politica: e se questo sale anziché scendere, come possono migliorare le cose per il Sud, dove questa intermediazione è all’origine di tutti i mali?

La reazione volta a ricostituire capitale sociale non può che venire dall’interno. È possibile che gli italiani che si lamentano, ciascuno di qualcuna delle tante caratteristiche della società (mercato del lavoro duale, welfare state carente, figli in casa fino a 35 anni, università mediocri, ecc,) finiscano per rendersi conto che queste caratteristiche sono tessere di uno stesso mosaico, il mosaico di una società in deficit di capitale sociale per il ruolo troppo grande lasciato alla famiglia e diventino coscienti del costo che complessivamente impongono alla collettività. È possibile che nel Mezzogiorno, quanti accettano la concorrenza e cercano di stare nel mercato, ottengano che il federalismo fiscale serva ad avviare un processo di ricostruzione del capitale sociale distrutto dal parassitismo di quelle particolari “famiglie”.

L’uscita del libro e il contemporaneo convegno di Bankitalia contribuiscono entrambi a rendere meno remote queste possibilità.

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