Ho rivisto la fuga di Saigon assediata

maggio 1, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Abbiamo davanti agli occhi le immagini della gazzarra succeduta all’esito della notazione che assolveva Craxi: la loro pregnanza drammatica, più che al silenzio e all’immobilità delle auto bloccate in via Pani, rimanda alle immagini della fuga da Saigon assediata, al forsennato gridare e al frenetico agitarsi di chi si aggrappa ai galleggianti degli elicotteri, e spera di riuscire a farsi traghettare e a salvarsi.

Indipendentemente da quelli che potranno essere gli esiti della vicenda sul piano governativo e istituzionale, ciò a cui ieri si è dato un serio colpo è la prospettiva che riuscisse un’operazione che tutti ritenevano difficilissima, e per la quale stavamo riscuotendo stupita ammirazione anche da osservatori stranieri: che fosse possibile una ritirata ordinata, una transizione non solo costituzionalmente ineccepibile, ma anche politicamente avveduta tra il vecchio e il nuovo, un cambiamento di regime senza rivoluzione.
Il governo Ciampi era l’espressione di questo disegno: impegnare il prestigio personale dei suoi componenti per garantire le condizioni di stabilità economica atte a dare qualche mese di tempo ai partiti per organizzare la propria trasformazione, per riuscire a tradurre l’indicazione plebiscitaria del referendum in modifiche della propria organizzazione interna, in nuovi metodi per la selezione del proprio personale politico, in ridefinizione anche della propria immagine. Questo processo sembrava essersi positivamente avviato all’indomani della consultazione referendaria: in tal senso sembrava di poter interpretare il proposito dl cambiare nomi e simboli, o la disposizione ad abbandonare pregiudizi e roccaforti ideologiche.
Sembrava che si fosse capito che, per presentarsi alle elezioni secondo il nuovo metodo, fosse necessario depurare i vecchi simboli da incrostazioni ideologiche e da prassi consolidate, che fosse necessario individuare e valorizzare i valori ancora attuali dentro e dietro i simboli in cui per cinquant’anni c’eravamo riconosciuti, e a cui avevamo demandato le nostre scelte politiche.
La partitocrazia non è stata solo questa squallida prassi di potere, connivenze e omertà: attraverso quei simboli avevamo anche esercitato la nostra volontà, quei simboli avevamo caricato delle nostre speranze.
Il dissenso politico ha due opzioni per rendersi manifesto: la voce e l’uscita, la protesta e la defezione.
Sembrava potesse realizzarsi un disegno politico che, dato largo spazio alla voce e accettando anche le uscite, puntasse sulla lealtà ai propri valori storici per riscoprirne l’attualità, fosse pronto a dolorose analisi per ridefinire la propria identità; sicché partiti e simboli potessero riproporsi, con chiarezza, per formare più ampie aggregazioni dì maggioranza e minoranza.
Assolvendo Craxi, si è condannato questo progetto.
All’esito della votazione hanno certo collaborato anche le forze che chiedono che questo Parlamento venga subito sciolto: lo esige l’aritmetica.
Ma a queste forze il progetto non interessa: loro pensano di essere già nella Saigon liberata. Il progetto è stato condannato proprio dai deputati della maggioranza: questi hanno dichiarato con il loro voto di non essere interessati a un riesame critico del passato, a una progettazione coraggiosa del futuro.
Interessa invece aggrapparsi a qualunque cosa, pur di essere traghettati, così come si è, a quella che appare la salvezza del momento.
Si sa benissimo che la salvezza non ci sarà per tutti, che le nuove elezioni falcidieranno le attuali rappresentanze parlamentari.
Ma, nella lotta per la salvezza, ognuno spera che il destino di essere lasciato nella Saigon invasa toccherà a qualcun altro.
Gli dei accecherebbero quelli che vogliono perdere: in questo caso li hanno resi sordi, .sordi alla protesta che si è espressa, in modo così chiaro, con la voce dei vari referendum: e l’uscita risulta essere sempre più la sola opzione disponibile alla protesta.

Invia questo articolo:
  • email



Stampa questo articolo: