E Dini annunciò: rinuncio a privatizzare

ottobre 16, 1995


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero


Replica scherzosa a Napoleone Colajanni

Caro Colajanni, come ha scritto venerdì, le privatizzazioni pongono un problema generale di «efficienza e moralità dei mercati», la cui soluzione passa attraverso la «ricostruzione della funzione dello Stato, capace di imporre una ricostruzione delle forze sociali». Se non ci credessi, non starei nei progressisti. Vasto programma, tuttavia, e nei fatti non ampiamente condiviso. E poi, caro Colajanni, ci sono problemi di tempi, di scadenze, impegni: che mi suggeriscono questa fantasia.

«Miei illustri colleghi – siamo a gennaio 1996, ed è Dini che parla – nel momento di dare inizio a questa riunione. La prima del semestre a presidenza italiana, ho il dovere di farvi un’importante comunicazione: noi non privatizzeremo le attività economiche in mano pubblica. Non siete sorpresi? Capisco, non è che godessimo di grande credibilità. Ma qui si tratta d’altro: non sto denunciando difficoltà, annunciando l’ennesimo cambio di programma. Noi privatizzare proprio non possiamo farlo: il fatto nuovo è che ce ne siarno accorti solo adesso.
Quando abbiamo annunciato programmi, fatto previsioni, preso impegni, di fronte a organismi comunitari. Fondo Monetario, banche creditrici, noi eravamo assolutamente sinceri. Lo era il governo Amato, che per primo ha infranto il tabù, lo era serissimamente il governo Ciampi, perfino il governo Berlusconi tenne fermo questo punto: e io pure posso attribuirmi a ragione dei meriti: eppure tutti vi abbiamo mentito: senza saperlo.
Ora vedo in voi attenzione e autentica sorpresa: per spiegarvi come ciò è potuto accadere dovrò annoiarvi con alcune spiegazioni.
Come sapete, più della metà delle nostre banche sono pubbliche. La grande maggioranza (di proprietà del Tesoro ne è rimasta solo una) appartengono a una strana specie, le fondazioni bancarie: la nostra legge le ha sempre considerate pubbliche, ma non appartengono a nessuno, nel senso che normalmente si attribuisce a questo termine. Come privatizzare una cosa che non è di nessuno? Amato. quando era presidente del Consiglio, pensò di risolvere il problema separando le fondazioni dalle banche: le fondazioni avrebbero venduto le banche, la proprietà delle banche sarebbe stata individuabile, le banche così privatizzate avrebbero acquistato le aziende da privatizzare: alla fine tutto sarebbe sato in mani private. È vero, sarebbero rimaste le fondazioni, con il ricco patrimonio derivante dalla cessione delle banche: l’avrebbero destinato a finanziare opere di bene. Restava il problema della titolarità e del controllo su quel pa trimonio: ma noi ci siamo impegnati a privatizzare banche e imprese, non le opere di bene.
Le fondazioni però le loro banche non le vendevano: noi a pregare, a ricordare i nostri impegni e le loro promesse, loro a dire che l’avrebbero fatto, ma che il momento buono non era favorevole, che nessuno comprava.
Finché un bel giorno uno di questi nuovi parlamentari, digiuno di politica e di diritto – figurarsi, è un ingegnere – ci dice: forse non vendono perché non possono, diamogli qualche strumento nuovo; oppure non ci hanno ben sentito, e allora diciamoglielo con una bella legge.
E’ stato un disastro. Fino a quel momento tutti, politici, giuristi, financo presidenti di fondazioni, non avevano mai messo in dubbio che si potesse e si dovesse vendere: anzi, a molti dei più autorevoli la situazione sembrava intollerabile, un residuo della peggiore partitocrazia consociativa e lottizzatrice. Invece è bastato che si fissasse un limite, come tempo e come quantità di azioni da vendere e tutti a dire che non si può. Confesso che non ho capito bene perché, il progetto mi sembrava forse un po’ grezzo – sapete, un ingegnere! – ma ci si poteva lavorare su. Invece no, non uno che abbia controproposto di rilassare i tempi, suggerito altri strumenti finanziari: richiesti di venire al dunque, e di dire entro quanto tempo possiamo impegnarci ad aver completato le privatizzazioni, tutti zitti. E se tutti, anche quelli che non hanno interessi personali a tenere le cose come stanno, mi dicono che non si può, dev’essere proprio così: noi non possiamo privatizzare.
In verità qualche fine giurista una soluzione l’avrebbe trovata: secondo questa scuola, noi abbiamo già privatizzato. Infatti, è vero che le fondazioni bancarie erano pubbliche, ma le fondazioni hanno scorporato, insieme alle banche, anche la loro natura pubblica, restando quindi private; e poiché la funzione svolta dalle banche non è pubblica (sennò come farebbero a esistere le banche private?) questa natura pubblica si è rivelata accidente e non sostanza, ed è evaporata, Capisco che lor signori non riescano a seguirmi, loro non hanno mai sentito parlare di un certo don Ferrante.
Illustri colleghi, questa è la situazione: noi non possiamo privatizzare le banche. Quindi non possiamo privatizzare neanche le aziende pubbliche perché questo significherebbe accettare che vadano solo in mani straniere: e noi questo non lo possiamo accettare ‘per la contraddizione che nol consente’.
Lo so, questo ci mette fuori da quel processo di convergenza economica e politica, da quell’evoluzione di Maastricht oltre gli obbiettivi monetari, che di queste riunioni è il vero obbiettivo. Ma noi non possiamo far altro. Vi assicuro, quando prendevamo i nostri impegni, noi eravamo in buona fede. Ma la buona fede non basta. Per coerenza quindi, con amarezza e con imbarazzo, devo qui fare un annuncio ufficiale: l’Italia rinuncia alla presidenza delle riunioni che que:o semestre le riserva».

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