Disoccupati: malattia d’Europa

giugno 24, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Lo spettro si aggira per l’Europa: la crescente disoccupazione. 18 milioni di persone, il 10 per cento della popolazione attiva, sono esclusi dal diritto al lavoro: il problema è stato al centro del vertice della Comunità Europea a Copenaghen.
Il fenomeno presenta in Europa caratteristiche particolarmente inquietanti, anche perché, mentre in Usa la disoccupazione diminuisce alla ripresa del ciclo economico, in Europa essa cresce costantemente: dieci anni fa era del 2 per cento, nel 1979 era del 5,4 per cento, nel 1990 era dell’8,3 per cento. E’ un fenomeno chi cui anche le cause restano sfuggenti.
Certo gli sviluppi della tecnologia e dell’automazione hanno ridotto il numero dei posti di lavoro: ma l’Europa è cresciuta proprio grazie alla introduzione di nuove tecnologie. Se questa fosse la causa, la disoccupazione dilagherebbe in Europa da un secolo.

Si incolpa uno squilibrio industria-servizi: la riduzione della base industriale non sarebbe sufficiente a supportare la crescita dei servizi. Ma la riduzione degli occupati nei settori dell’agricoltura e della produzione manifatturiera è caratteristica di tutti i Paesi sviluppati. E anche nel settore dei servizi si stanno ottenendo importanti aumenti di produttività (si pensi solo all’automazione di molti servizi bancari), che ridurranno il contributo del settore alla creazione di posti di lavoro.
C’è anche un ritardo tecnologico dell’Europa: ad esempio la Germania eccelle nell’applicazione di tecnologie mature, ma ha perso l’aggancio a quelle più innovative, microelettronica, spazio, bioingegneria, nuovi materiali. Ma questo è un problema di prospettiva futura. Per il premio Nobel Franco Modigliani, la causa sarebbe di tipo macroeconomico, riconducibile alla politica di alti tassi della Bundesbank (altri direbbero, alla scelta di non finanziare la riunificazione con le imposte). Ma anche questa tesi non spiega la decennale incapacità europea a generare sufficienti occasioni di impiego.
C’è la concorrenza dei Paesi asiatici, centinaia di milioni di uomini e donne disposti a lavorare ad una frazione del costo di un operaio europeo: ma negli Usa, dove questa concorrenza si fa sentire assai di più, negli ultimi vent’anni si sono creati il triplo degli impieghi rispetto alla Comunità Europea.
Secondo la teoria più accreditata, la causa prima della disoccupazione è la rigidità del mercato del lavoro; non tanto per la sua componente economica, dato che negli ultimi anni i salari in Europa sono cresciuti meno della produttività, generando quindi un maggior margine per le imprese. L’origine della «eurosclerosi» va ricercata soprattutto nella rigidità normativa, in Italia particolarmente: i vincoli cui è soggetto il lavoro part-time e a termine, le difficoltà ed i costi della riduzione di personale, una politica di tipo assistenziale che mira alla protezione di posti di lavoro anche quando sono fuori mercato, fin l’esigenza sociale di offrire il massimo di uniformità salariale sull’intero territorio nazionale. Sono tutti elementi che introducono rigidità nel mercato del lavoro, e rendono difficile e oneroso per le imprese adeguare gli impieghi al variare della domanda.
In mancanza di diagnosi convincenti è difficile mettersi d’accordo sulle terapie, come si è visto a Copenaghen. Le politiche di diretto ‘intervento dello Stato paiono impraticabili, dati i livelli dei deficit. Ridurre l’orario di lavoro («lavorare meno, lavorare tutti») aggraverebbe lo svantaggio delle imprese europee che già lavorano meno ore per meno giorni di quelle Usa e giapponesi: già abbiamo i più vecchi studenti d i più giovani pensionati.
Le proposte più interessanti partono dalla considerazione che l’esercito dei disoccupati non è formato da persone che entrano ed escono dal mercato del lavoro. La disoccupazione sembra piuttosto il punto terminale di un processo di emarginazione: quasi il 50 per cento dei disoccupati lo sono da più di 12 mesi. Col passare del tempo diminuisce la loro possibilità di essere reimpiegati, l’intensità con cui la perseguono, mentre aumenta il costo per la collettività. Chi perde il posto di lavoro rappresenta un patrimonio di competenze che la società non può sprecare. Il massimo di risorse dovrebbe dunque essere dedicato ai programmi di riqualificazione. C’è fin chi ha proposto di «girare» per un certo periodo il sussidio di disoccupazione alle industrie che . offrono formazione sul campo a disoccupati.
Il dramma della disoccupazione mette in evidenza la necessità di ripensare i fondamenti
stessi dell’Europa sociale. L’inefficienza delle amministrazioni pubbliche nel fornire servizi decenti a costi ragionevoli, l’aumentata durata della vita media e la riduzione di quella lavorativa, il maggior livello di benessere mettono in discussione il principio di affidare interamente allo Stato la protezione da malattia e vecchiaia. Il fallimento delle politiche dirigiste e l’esigenza di lasciare maggiore spazio alle forze del mercato sono in contraddizione con pratiche di sussidi che disincentivano l’iniziativa a ricercare creare posti di lavoro. Il patto sociale che ha contribuito a fare dell’Europa la regione del mondo con il più alto prodotto interno deve essere adeguato alla nuova realtà dei mercati globali, che richiedono velocità di reazione alle imprese e non tollerano le inefficienze redistributive delle amministrazioni.
Ma l’eurosclerosi non è solo un fatto economico, è un’altra conseguenza della debolezza e delle incertezze dell’Europa politica. Nell’eredità ideale su cui si fonda l’Europa, alla forte richiesta di libertà e di eguaglianza fa riscontro, e non solo da oggi, una debole offerta di fraternità.

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